Le cinque migliori serie tv di questo 2020

Mai come quest’anno le serie tv hanno rappresentato, per molti di noi, non solo un ottimo modo per distrarsi e tirarsi su di morale, ma addirittura (credo sia il caso di dirlo), ci hanno tutti un po’ salvati. Ma quali sono state le migliori serie tv dell’assurdo anno che sta per concludersi? Noi di Mangiatori di Cervello ne abbiamo selezionate cinque — più una serie bonus. Ecco a voi la nostra classifica.

The Crown

Non poteva che meritare la corona. Con alle spalle tre stagioni magnifiche, dove tutto era curato fin nei minimi dettagli e calato perfettamente nella storia, dopo un successo enorme, le aspettative per questa quarta stagione erano davvero altissime. Anche perché, va detto, questa era la stagione di lady Di: quella in cui la (ancora) tanto amata principessa del popolo conosce Carlo, il suo principe per niente azzurro. Ma è anche la stagione della Iron Lady (Gillian Anderson, una gemma), l’intransigente prima ministra che dal 1979 al 1990 ha tentato di rivoluzionare l’Inghilterra a muso talmente duro che, nonostante le fonti ufficiali da palazzo lo neghino ancor oggi, si creda abbia suscitato persino la contrarietà della Regina, da sempre neutrale nei confronti dei primi ministri. The Crown non sbaglia un colpo. E non solo perché, nuovamente, abbiamo potuto assistere (già consci di come andrà a finire) alla genuina felicità di una diciannovenne che andava a immolarsi come futura regina, per poi doversi chiudere in bagno in preda ai suoi mostri e alla sua solitudine (battiamo forte le mani per Emma Corrin, che ha di certo studiato Diana così bene da riportarla in vita). Non solo perché ci ritroviamo ad empatizzare con quel principe di Galles (applausi anche per lui, Josh O’Connor) pieno di passioni intellettuali che nessuno nella sua famiglia comprende, pieno d’amore per una donna proibita di cui non può fare a meno, pieno di rimorso per un matrimonio orchestrato dall’alto (dallo zio Dickie Mountbatten, aka Charles Dance), ma morto in partenza. The Crown è la serie migliore dell’anno (forse del decennio) perché non è solo storia unita a un pizzico di gossip, non si limita a soddisfare la nostra morbosa curiosità verso una famiglia reale che ancora regna. The Crown vince tutte le mani perché racconta le ombre e le luci di persone normali costrette ad essere straordinarie, obbligate a indossare una maschera costantemente, prigioniere di regole e protocolli, schiave de La Ditta — così viene chiamata la royal family. Un’azienda che ancora, dopo 67 anni, domina reggendosi sulla figura di Elisabetta. Una donna semplice, di campagna, a tratti anaffettiva, inglese fin nel midollo, capace di dominarsi anche quando uno sconosciuto irrompe nella sua reale camera da letto all’alba, quando gli scandali sentimental-sessuali minacciano di metterla in ridicolo, perché (questa quarta stagione lo ricorda con una gradita ri-apparizione di Claire Foy) lei ha giurato di servire: l’ha sempre fatto, continua a farlo. Queen Olivia Colman ci mancherà — dalla prossima stagione entrerà in gioco una Elisabetta più anziana (Imelda Staunton). Attendiamo con sempre maggior trepidazione il prosieguo di una serie che non può che essere definita un capolavoro.
(La trovate, naturalmente, su Netflix; è uscita il 15 novembre)

Normal people

Tratta dall’omonimo romanzo della giovane scrittrice irlandese Sally Rooney (che ha scritto anche Parlarne tra amici, che verrà anch’esso portato sul piccolo schermo), Normal people, quasi in sordina (nel senso che in Italia se n’è parlato troppo poco, purtroppo), ha rivoluzionato il mondo seriale. Come? Un po’ alla maniera di The morning show (ne parlo tra un po’) ma dando dei messaggi e usando modalità completamente differenti. Normal people racconta in modo molto intimo, delicato e dolce, della relazione tra due giovani irlandesi, Connell (Paul Mescal) e Marianne (Daisy Edgar-Jones). Così diversi da sembrare inconciliabili, eppure così in grado di farsi tanto bene a vicenda. I due si conoscono al liceo, sono nella stessa classe: lui è studioso e un gran lettore ma anche popolare e pieno di amici, lei invece è la “strana” della classe, studiosa anche lei ma impertinente e polemica, e soprattutto sempre sola. Ma qualcosa lega Connell e Marianne anche al di fuori della scuola: la madre di lui è impiegata come domestica a casa di lei. La famiglia di Marianne, composta da una madre assente, anaffettiva e dispotica e da un fratello violento e prepotente, è benestante, mentre Connell vive solo con sua madre, che fa quello che può per mantenere la famiglia ma è una donna presente, amorevole, un punto di riferimento non solo per suo figlio, ma anche per Marianne. L’amore tra i due ragazzi inizia quasi all’improvviso, al liceo, sboccia e si consuma con tenerezza e rispetto. Ma non mancano le incomprensioni e gli scontri: Marianne sembra troppo avulsa dal mondo di Connell, che a scuola la ignora e spesso non la capisce. Il tempo passa e arrivano gli anni dell’università, e Marianne e Connell continuano a prendersi e a lasciarsi. Lei si chiude in se stessa e si svaluta frequentando le persone sbagliate, ma Connell la conforta — si confortano a vicenda. I due si pensano sempre, non si lasciano mai stare, ci sono l’una per l’altro e si salvano a vicenda, ancora e ancora. Di solito i tira e molla sentimentali non fanno bene, ma stavolta invece rappresentano per entrambi un punto fermo, un faro nella notte. I due si conoscono così bene da sapere cosa è meglio per loro, e ognuno aiuta la fioritura dell’altra, si spronano e si valorizzano.
Ma la grande innovazione di Normal people sono le scene di sesso: sono incontri realistici, senza fronzoli, comprensivi di una tenera goffaggine ma anche appassionatidove sia lui che lei si premurano sempre di chiedere al partner se sta bene, se si sente a suo agio, cosa preferirebbe. Marianne e Connell si “sentono” veramente, si fondono, si comprendono, quasi più a letto che fuori. Questo è il consenso; questi sono l’amore e il sesso che fanno bene, dove regna il rispetto e l’attenzione al partner. Di solito le serie tv, così come i film, mettono raramente in scena tutto questo — non a caso in Normal people è stata impiegata una intimacy coach che ha lavorato con i due attori alle scene di sesso, mettendoli a loro agio sul set e cercando di far emergere quella dolce e passionale intimità che Rooney descrive nel romanzo.
(La trovate, da quest’estate, sulla piattaforma streaming STARZPLAY)

La regina degli scacchi

La serie Netflix uscita a fine ottobre ha avuto un successo enorme. Merito della magnetica protagonista, Anja Taylor-Joy, che si è fatta notare per la sua bravura e per il suo indimenticabile e penetrante sguardo. L’attrice interpreta Beth, orfana che trova il suo riscatto nel gioco degli scacchi, che le dà fama, soldi, successo. Ma non riempie i suoi buchi affettivi. Al contrario, gli scacchi rappresentano per Beth due facce della stessa medaglia: sono, come già detto, la sua vita, la sua passione, le permettono di andare avanti e la risollevano. Ma, al contempo, la costringono ad un impegno che rasenta l’ossessione, la maniacalità, alimentate da droghe e alcool. Del resto, genio e follia vanno quasi sempre a braccetto. Una serie tv di formazione, che segue Beth dall’infanzia all’età adulta, lasciandoci con il fiato sospeso. Una protagonista scomoda, oscura, così determinata da risultare sprezzante, così forte da sovvertire il normale codice comportamentale previsto per le donne dell’epoca (la serie, tratta peraltro dall’omonimo romanzo di Walter Trevis, è ambientata negli anni ’50-’60). Davvero una perla, un vortice di emozioni, una corsa al riscatto. (Per leggere una recensione più completa, ma spoiler free, cliccate qui).

Unorthodox

Anche Unorthodox è una miniserie tedesca e statunitense tratta da un libro, dall’autobiografia di Deborah Feldman. La serie Netflix (uscita il 26 marzo) racconta la storia di Esty (Shira Haas), soprannome di Esther Shapiro, una giovanissima ebrea ultra ortodossa chassidica che vive nel quartiere di Williamsburg a New York, dove risiede una grande comunità chassidica. Per le donne i precetti da seguire sono, per usare un blando eufemismo, retrogradi e inaccettabili: Esty non può leggere né dedicarsi alla sua passione, la musica, e come tutte le donne, dopo il matrimonio è stata costretta a rasarsi la testa e ad indossare una parrucca (le ebree ortodosse devono coprire i capelli e apparire sempre modeste nell’abbigliamento). È intrappolata in un matrimonio combinato e il suo unico scopo è essere una docile e brava moglie e madre, ma dopo un anno non arriva nessun figlio, e questo per la sua famiglia, per quella di suo marito e per la comunità intera, è una mancanza imperdonabile. Così la povera Etsy, aiutata da una complice provvidenziale, fugge a Berlino alla ricerca di sua madre, che molti anni prima era scappata anche lei da quella non-vita. A Berlino Etsy rinasce, scoprendo una per una tutte quelle cose che i “gentili” o semplicemente i non-ortodossi, considerano normali: mettersi il rossetto, andare a una festa, fare l’esame di ammissione per un prestigioso conservatorio, farsi degli amici. Ovviamente, suo marito e i suoi parenti la cercano, arrabbiati e offesi. Unorthodox apre una finestra su un mondo che molti non conoscono e che sconvolge. È una serie piena di sofferenza, ingiustizia, con una protagonista che lotta instancabile, ma senza mai essere aggressiva o violenta. Etsy colpisce per il suo sguardo stupito, curioso, avido e dolce che riserva al mondo e alle persone che ha intorno. E rivendica non solo la sua libertà (specie quella di essere se stessa e seguire la sua strada), ma anche il diritto a vivere la sua dimensione religiosa come meglio crede. Una serie che rimane nel cuore.

Dark

A fine giugno è uscita su Netflix la terza e ultima stagione di Dark, che ha chiuso in maniera spettacolare un cerchio apertosi ormai quattro anni fa. Dark è una serie tv sul tempo — o meglio, sui viaggi nel tempo. Ma è anche molto più di questo. Con un casting curatissimo e una sceneggiatura praticamente impeccabile, ci ha regalato grandi misteri, tanta angoscia ma anche un intrattenimento di altissimo livello. Facendoci restare con il fiato sospeso fino alla fine, abbiamo seguito i due giovani protagonisti, Jonas e Martha, viaggiare attraverso le epoche e attraverso universi paralleli, cercando di riparare agli errori commessi, per lo più dai loro genitori e parenti. La serie è ambientata in una cittadina tedesca, Winden, cupa e piovosa, ma anche malata. Morbosi e innaturali sono i rapporti che legano i protagonisti, tanti sono i segreti da scoprire, così come i delitti da smascherare. Ci sono anche amori impossibili, sbagliati e vissuti così intensamente da fare male. Molte le citazioni che resteranno nella mente di noi spettatori e spettatrici, tra cui: “Siamo fatti per stare insieme, non credere mai che non sia così” detto da Jonas a Martha, ma anche “Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che non sappiamo è un oceano“. Dark è una grande epopea, una storia dal sapore epico, che trascina e non si farà dimenticare e che farà scuola, nel mondo delle serie tv. Le abbiamo detto addio e ci manca già molto. (Per una recensione più dettagliata, ma contenente spoiler, leggi qui)

 

 

Bonus: The morning show

Anche se è uscita a fine 2019, vale la pena citare questa serie (e guardarla). Dallo scoppio del fenomeno #MeToo sono trascorsi più di tre anni. Ma parlarne, è ancora assai difficile. Perché il movimento ha preso tante strade diverse, alcune di esse si sono forse rivelate troppo estremiste e hanno dato vita ad una sorta di “caccia agli stregoni”, specie in certi ambienti hollywoodiani. Eppure il #MeToo ha indubbiamente (e per fortuna!) cambiato il mondo e i rapporti di potere fra uomini e donne, avendo il merito di aver spalancato molti occhi, scardinando uno status quo patriarcale che era ormai unanimemente accettato e considerato normale, mai (o quasi) messo in dubbio. The morning show parla di tutto questo e lo fa con coraggio e intelligenza, mettendo tante pulci nell’orecchio. Narra di Mitch Kessler (Steve Carell), stimato e famosissimo anchor man che da un ventennio conduce con la collega Alex Levy (Jennifer Aniston) un amato programma di approfondimento giornalistico del mattino, The morning show. Ma lo show viene all’improvviso scosso da un terremoto mediatico: Kessler è accusato da moltissime donne, soprattutto ex collaboratrici, di molestie sessuali. Viene licenziato in tronco, e una sconvolta Jennifer Aniston (che in questa serie mostra più che mai le sue doti recitative, dando vita a un personaggio forte che teme di mostrare le sue parti deboli ma capisce che risulterà vincente proprio se lo farà) si vede affiancare da una giovane e anticonformista giornalista Bradley Jackson (Reese Witherspoon, una forza della natura), decisa a non tenere la bocca chiusa su nessuna scorrettezza né ad accettare compromessi o tentativi di insabbiamento. The morning show indaga soprattutto all’interno di quelle dinamiche psicologiche che creano un abuso di potere. Ma non lo fa solamente dalla parte delle vittime: c’è un ritratto veritiero e impietoso anche dei carnefici, nonché dei presunti complici. Sullo sfondo, le dinamiche folli che tengono in piedi uno show televisivo: la velocità, la spietatezza, il modo in cui le persone vengono usate, e non solo da un punto di vista sessuale (mi riferisco agli abusi) ma anche dal punto di vista emotivo e lavorativo. La serie lascia del tutto spiazzati e lascia molti interrogativi aperti (seguirà una seconda stagione, ora in produzione). Non a caso, si è portata a casa molti Emmys. E (forse questo è il suo merito più grande) ripensa i rapporti uomo-donna quando c’è di mezzo il potere, facendo riflettere sul consenso: non bisogna mai giudicare in fretta, etichettare persone, scelte o rapporti. Anche ciò che può sembrare consensuale, persino a noi stessi, può non esserlo affatto. Scoprirlo fa male, ma nell’era delle serie tv, che non solo ci divertono e intrattengono, ma anche ci formano e informano, una storia deve anche fare male, per permetterci di progredire.
(La trovate su Apple TV+)

 

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

Articoli Collegati