#Bibliofagia: “La vita involontaria”, il romanzo dell’inevitabile resa

Brianna Carafa, autrice de “La vita involontaria”

““A fare che?” mi chiesi allora con ironia.

La risposta giaceva inconfessata nel più profondo ripostiglio di me stesso, ricoperta dalla vergogna, ed era: “A fare ciò che gli altri hanno voluto che io facessi. Ma in modo oscuro e inestricabile, la volontà altrui s’era, malgrado tutto, unita alla mia e ancora un’enorme speranza attendeva l’opportunità di realizzarsi, immobile e nascosta come una belva in agguato”.”

Brianna Carafa – La vita involontaria

Limitarsi alle poche parole concesse per descrivere l’estrema e sinuosa potenza, capace di infiltrarsi tra le trame nette dell’animo nostro di lettori e spettatori della vita di Paolo Pintus, significherebbe non rendere giustizia a questo testo snello, fluido, veloce ma dal peso specifico assolutamente significativo.

Bisogna definirlo un libro della vita, o meglio, sulla psiche umana, che si svolge nella sua complicata trama fatta di azioni morali, sentimenti falsi mischiati ai veri, di aspettative speranzose; tutto racchiuso nella naturale disarmonia della realtà, forse troppo cruda e spietata per noi, per i personaggi di questo romanzo.

Si parte da Oblenz, luogo dalla descrizione schiva, semplicemente tratteggiata. Si intuiscono la presenza del mare, i rumori del porto, quelle sirene appositamente lasciate nel dubbio: donne con la coda di pesce o dispositivi di navi?

Già il nome della cittadina rende familiare la prima tematica: l’oblio, la rinnegazione del passato. Un passato familiare, quelli del protagonista Paolo, segnato dalla malattia mentale; un passato personale di esperienze mai veramente vissute. Il mare, ente lontano dall’io narrante – lo stesso protagonista fa fluire i suoi pensieri -, richiama nella sua forza il fiume Lete, estremo luogo di purificazione dalla memoria.

È necessario dimenticare, è necessario nascondere segreti insiti in sé stessi: l’oblio è dovere sociale. Un passato affogato necessariamente nella routine della vita.

Era come se, una mattina, andando a fare la spesa, mia zia avesse scoperto che la sua vita era noiosa, senza senso, sprecata nell’accudire una casa da cui non era mai riuscita a fuggire, con echi di grida nelle stanze […]”

(Ibidem)

In questa città nebulosa, indefinita, appare imperioso ed estremamente fisico col suo “muro lunghissimo e impenetrabile sulla cui sommità traboccavano, miracolosamente scure e fitte, le fronde di un giardino” un edificio: i Tetti Rossi. Un ospedale psichiatrico, un luogo dove l’assurdo e l’incompreso divengono la normalità. Una normalità difesa da un grande cancello chiuso, baluardo fisico della follia.

Paolo, giovane uomo, per potervi accedere deve subire un processo di mutazione. Mutazione che appare immediatamente involontaria, schiava dell’inevitabilità degli eventi e fortemente condizionata dalla volontà altrui. Segue i sogni studenteschi del suo amico Gabriele che però sarà il primo ad arrendersi – e forse a capire – ad una società opportunista: finirà a lavorare in banca, aiutato dai favori della famiglia.

Pintus parte, insegue quel sogno che per osmosi è diventato il suo. Va a studiare filosofia a Vallona, città anch’essa dai luoghi sfuggenti, non ben nitidi, che però presenta uno strano silenzio in cui si consumerà la mutazione del giovane uomo: un silenzio di riflessione. Qui, appena arrivato, rimuove ciò che è stato ad Oblenz anche se rimane comunque l’arrendersi agli altri: Wanda, suo primo amore a cui ingenuamente aggrappa la sua intera esistenza; Federico, immagine della vita svogliata e vagabonda, senza scopo, che segnerà il comportamento di Pintus; Thomas, l’emblema nella negazione, anche di sé stesso, morto suicida inaspettatamente, anche lui arresosi all’incomprensibile.

Copertina del romanzo @RivistaBlam-@Cliquot

Ed è qui che il protagonista rifugge il diverso, il non intellegibile, l’inspiegabile. Si arrende al non poter conoscere. Si rifugia nell’alcol, in una vita di passioni frivole, senza sentimento, fatta di vagabondaggio. Una vita anch’essa arresa, dettata dall’influenza altrui e involontaria. Ad ogni cambio di quest’ultima necessariamente varia il suo animo, non in memoria del passato ma nella futura speranza di avere un nuovo sé.

La perdizione sembra inevitabile ma l’incontro fortuito in un bar, col professor Millosz, che lo ebbe come studente di filosofia, pare cambiare nuovamente il suo destino. Gli suggerisce l’incontro con una sua vecchia conoscenza: il professore e psicologo Schleibacher, il “Guaritore di anime”.

Il suggerimento in realtà rimane sospeso tra l’invito al consulto psicologico, come se in Pintus fossero presenti i segni della malattia, ed il consiglio accademico per il bene di un giovane uomo.

Una mutazione ancora una volta necessaria:

Né potevo più, naturalmente, apparire un diseredato o un vagabondo. Provai una certa malinconia nel fare quest’ultima considerazione, quasi che dovessi abbandonare il personaggio a me più caro, o, più precisamente, rinunciare a un tenero e impossibile abbraccio con il mondo.

(Ibidem)

Arriva però l’ennesima delusione e l’ennesima trasfigurazione: Pintus si immedesima nel “Guaritore”, uomo tanto certo delle sue teorie, del meccanismo che guida sicuro la mente umana, quanto indifferente all’esito delle vite altrui. Assume i connotati nell’uomo – che ora si può definire – nichilista. Ma non è lui. Ancora una volta impersona un personaggio – la narrativa del ‘900 non può prescindere da Pirandello -, sicuramente complesso e nebuloso come tutti i personaggi del romanzo, falsi ognuno a modo suo, appartenente ad altri e non alla sua vita.

Diventa psicologo, allontandosi e rinnegando il maestro. Inoltre, si immedesima nel suo paziente; entrambi sono legati indissolubilmente l’uno all’altro: il carnefice e la vittima. Si arrende e rinnega nuovamente: Dio è morto. Finché, ancora una volta, un evento gli cambia (nuovamente) i connotati: il ritorno inaspettato ad Oblenz. Un ritorno non casuale, proprio ai “Tetti Rossi”. Anche la città è mutata, arricchita da tutte quelle memorie che nel corso della sua vita ha lasciato indietro rinnegandole. Lo stesso Gabriele appare irriconoscibile. L’ultimo superstite della sua famiglia, zio Ulderico, è morto. I luoghi dell’infanzia non hanno alcuna importanza e Lisa, sua prima ed antica fiamma, si ritrova madre. Tutto è diventato concretezza e rappresenta la necessità della vita, che è così, senza motivo.

I “Tetti Rossi” sono ancora lì e finalmente vi entra. Sono cambiati di poco, forse nell’aspetto, e non sono poi così inaccessibili. La conclusione rimane enigmatica, ma rimanda sempre ad una necessità concreta, fattuale: la ricerca di un’autodeterminazione definitiva.

Allora lanciai lontano, con tutta la mia forza, il ramo che tenevo ancora in pugno.
Avrei provato di nuovo.”

(Ibidem)

Sull’autrice

Brianna Carafa nasce a Roma il 17 Giugno 1924. Discende da una famiglia nobiliare napoletana e cresce in un ambiente raffinato popolato da molteplici figure femminili forti ed emancipate. Si appassiona alla psicologia – come il suo Paolo – e diviene di fatto psicanalista. Riesce ad introdursi nell’ambiente letterario ed intellettuale costruitosi attorno alla figura di Angelo Maria Ripellino. Pubblica il volume Poesie nel 1957 e nello stesso anno pubblica i racconti La porta di carta ed Il sordo sulla rivista Botteghe Oscure. Arriva il primo riconoscimento importante con l’ingresso alla finale del Premio Strega nel 1975 proprio con La vita involontaria, elogiata anche dal grande Italo Calvino. Uscirà postumo, nel 1978 poco dopo la sua morte, il suo secondo romanzo Il ponte nel deserto, edito come il precedente da Einaudi.

Negli anni a venire se ne perderanno indissolubilmente le tracce, sino ad oggi, grazie all’opera di attento recupero della casa editrice Cliquot e al contributo di sua figlia Fiammetta Carena.

Sulla casa editrice

Così si descrivono, ed altre parole sarebbero superflue:

Manoscritti ritrovati in umide cantine, storie ripescate in polverose riviste, opere mai tradotte riportate alla luce. Cliquot è la casa editrice del recupero dei classici mancati, delle belle opere dimenticate.

Cliquot è la volpe del nostro logo, che esce dalla sua tana e va a esplorare il mondo. Chevalier Cliquot, figura alla quale la casa editrice si sente spiritualmente affine, è stato un mangiatore di spade di inizio Novecento che si esibiva nei circhi in quelli che venivano definiti sideshow, gli spettacoli marginali. E con Cliquot, ciò che finora è rimasto marginale andrà finalmente sotto la luce dei riflettori.”

E ringraziamo Cliquot per riportare alla luce testi di così profonda caratura e bellezza.

Sull’Autore

Classe '98, nato a Roma ed ex giocatore di pallacanestro. Dottore in Chimica presso l'Università di Padova. Appassionato di tutto ciò che incuriosisce e desideroso di proporlo in forma scritta. Da qui la passione per il racconto e l'informazione giornalistica.

Articoli Collegati