La democrazia interrotta di Hong Kong

Hong Kong è salita agli onori della cronaca con le ultime vicende che riguardano i suoi rapporti con la Cina. Impazzano gli articoli e le testate giornalistiche che parlano degli ultimi fatti ma la storia come ha influito su questi avvenimenti?

La città di Hong Kong è stata da sempre abitata dai cinesi e con il trattato di Nanchino del 1842 fu ceduta alla Gran Bretagna come colonia per un periodo indefinito. Nel corso degli anni ci furono nuove cessioni alla Gran Bretagna che fino al 30 Giugno 1997 era di fatto il governo di Hong Kong se non per una breve parentesi solo durante la seconda guerra mondiale dove i britannici persero il controllo a favore dei giapponesi che prontamente fu ritrovato nel 1945 dopo la resa incondizionata del Giappone.

Con la costituzione della Repubblica Popolare Cinese, Hong Kong divenne il rifugio politico di tutti gli esiliati e dissidenti cinesi questo portò la città ad un rapido sviluppo economico  e la trasformarono in un importante hub commerciale e finanziario mondiale tanto da diventare una delle regioni più ricche d’Asia con un sistema di governo e culturale completamente plasmato da occidentali; Sistema che i cinesi promisero, all’avvicinarsi della fine del controllo britannico, di mantenere con un accordo bilatere. Il già menzionato trattato faceva sì che i cinesi si sarebbero occupati della politica estera e della difesa del territorio; questa formula raggiunta con l’accordo sino-britannico fu denominata “Un Paese due Sistemi”.

Per il futuro di Hong Kong e per il rispetto della formula un Paese, due sistemi, si cercò, dalla fine del colonialismo, di dare nuova costituzione chiamata Legge Fondamentale scritta da un comitato convocato a Pechino con la partecipazione di rappresentanti britannici.

Il percorso fu burrascoso. Dopo la protesta di piazza Tiennamen (1989) e i tumulti anti-colonialisti,  le trattative furono interrotte e la nuova costituzione fu approvata solo nel 1990, nonostante ciò i rapporti tra Gran Bretagna e Cina erano tutt’altro che distesi. Nel 1991 ci fu un serio strappo tra le due potenze a causa del disaccordo sul finanziamento di un nuovo aeroporto a Lantau Island, inoltre il governatore inglese Chris Patten, consapevole dei diversi sistemi politici che sicuramente sarebbero andati in collisione, negli ultimi anni precedenti al 1997 realizzò riforme democratiche importanti che di fatto allontanavano ancor di più il sistema democratico di Hong Kong da quello cinese, più simile ad un “regime” comunista.

Cosa sarebbe successo dopo il 1997?
Subito dopo il 1997, la Cina violò l’accordo bilaterale sino-britannico ingerendo nella politica interna della città di Hong Kong e di fatto restringendo il significato di regione amministrativa speciale cinese, sottolineando che Hong Kong non sarebbe mai stata una piena democrazia in quanto sottoposta al monopartitismo cinese. In effetti alle elezioni si possono presentare molti partiti ma il capo del governo viene scelto dal comitato elettorale formato da 1200 persone a loro volta scelte con un complesso meccanismo che assegna il “posto” a persone influenti del settore economico e di ordini professionali, il tutto pesantemente controllato dalla Cina.

I cinesi iniziarono a comprare case ad Hong Kong e ad infiltrarsi nelle lobby locali e nel 2014 durante le celebrazioni per l’anniversario della restituzione della città ci fu la prima manifestazione per chiedere il rispetto dell’autonomia, iniziò così la “Rivoluzione degli ombrelli”.

Le proteste degli ombrelli, usati per proteggersi da lacrimogeni e spray che la polizia usava contro i manifestanti, vedeva inizialmente vari enti e associazioni in sit-in pacifici tra cui l’Hong Kong Federation of Student e Scholarism guidata da Josuha Wong, volto della rivoluzione; il principale sit-in ad Ottobre 2019 terminò dopo 79 giorni di occupazione dell’ammiragliato, centro delle proteste, con lo sgombero dei manifestanti da parte della polizia e il ferimento di Tsang Chi-kin uno studente di 18 anni, atto duramente criticato dall’opinione internazionale.

Wong e altri attivisti furono arrestati insieme ad altre 955 persone e 1900 si autodenunciarono, tutti furono prosciolti poi dalla corte suprema di Hong Kong. Grazie alla rivoluzione degli ombrelli, la nuova legge elettorale proposta dalla Cina non fu approvata dal parlamento di Hong Kong, ci furono solo 8 voti favorevoli, 28 contrari e 70 astenuti. Nonostante ciò la Cina continuò a far pesare la sua ingerenza nel sistema interno della “città stato” ed annullò l’elezione di due giovani parlamentari filo-indipendentisti che si rifiutarono di giurare fedeltà alla Cina nel discorso di insediamento.

Nel 2016 la rivoluzione mutò e perse il suo carattere pacifista, i manifestanti iniziarono a scontrarsi in piazza con proteste violente contro la polizia, proteste acuite anche dalla chiusura di librerie e la scomparsa di testi vicini alla casa editrice Mighty Current, testi critici verso il governo cinese.

Nel 2017 fu eletta la prima donna governatrice della città, Carrie Lam 59enne, scelta dal comitato che di fatto ricopre solo lo 0,03% dell’elettorato di Hong Kong, composto da notabili e fedelissimi cinesi. Lam ottenne il 66,8 % dei voti ma nei sondaggi era data con 26 punti di distacco dal candidato più popolare.

Cosa ha comportato questa situazione di agitazione sociale nella storia contemporanea?
Le vere e proprie manifestazioni più incisive e sicuramente meno pacifiste sono avvenute in occasione della proposta di un emendamento che se fosse stato votato avrebbe permesso l’estradizione di cittadini che avevano commesso reati gravi nel continente cinese per poter essere giudicati, le proteste non erano volte nel senso di salvare dalla giustizia questi cittadini ma piuttosto di limitare il potere cinese che, con un emendamento del genere, avrebbe potuto ingerire anche nel sistema giudiziario di Hong Kong.

Feroci proteste portarono al ritiro dell’emendamento e misero la Lam in una posizione scomoda; aveva tradito gli interessi cinesi mentre nel frattempo si era inimicata gli attivisti che continuavano a protestare portando anche ad uno sciopero generale di tutti i sistemi di comunicazione di Hong Kong. Gli arresti e le sentenze divennero oramai all’ordine del giorno, così come gli scontri con la polizia, oramai in crisi nel gestire più proteste contemporaneamente in più parti della città.

L’opinione internazionale ha iniziato ad interessarsi sempre più sulle sorti di Hong Kong, gli Usa da sempre poco consoni ai rapporti con la Cina hanno sostenuto le proteste e hanno dichiaratamente aperto un conflitto con la Cina in occasione della nuova legge varata il 28 Maggio 2020 sulla sicurezza nazionale.

La legge punisce gli atti di sovversione, secessione, terrorismo e collusione con le forze straniere compiuti nell’ex colonia britannica, per le forze cinesi la legge è necessaria per ripristinare ordine in città; per il campo democratico di Hong Kong e per la stragrande maggioranza dei paesi esteri è un colpo di mano da parte della Cina per mettere fine al sistema “Un Paese due Sistemi”.

La norma verrà inserita nella legge di base di Hong Kong il 30 Maggio 2020, la celerità con cui si è proceduto ha fatto che si che la maggior parte degli attivisti si siano dimessi da leader dei movimenti democratici per paura di essere i primi bersagli di questa nuova legge tra cui Nathan Law, fondatore del partito demosisto e simbolo delle lotte.

L’amministrazione Trump ha chiesto al consiglio dell’ONU di discutere questa controversa legge e applicare sanzioni per la palese violazione del principio di libertà e democraticità di Hong Kong inoltre hanno stabilito che “l’alto grado di autonomia” concesso ad Hong Kong da Pechino non era più garantito, annunciando le prime contromisure come la limitazione ai visti per i funzionari comunisti protagonisti della stretta, e approvando in Senato americano una legge che permette di sanzionare le società che appoggiano le limitazioni imposte dalla Cina, la legge è attualmente alla Camera.

La stessa Unione Europea ha minacciato sanzioni ovviamente mal viste dalla Cina che ritiene che tutto ciò siano affari interni.

I primi provvedimenti presi grazie alla legge sulla sicurezza nazionale sono stati gli arresti di 16 persone per i fatti avvenuti nel 2019, tra gli arrestati vi sono un parlamentare del Partito democratico Lam Cheuk-ting e anche un altro deputato dello stesso partito di opposizione Ted Hui, senza contare i vari arresti di cittadini e persone influenti di Hong Kong come Jimmy Lai, tycoon dell’editoria e Agnes Chow una delle più giovani attiviste.

In occasione della visita in Italia di Wang Yi omologo di Luigi Di Maio, lo stesso Law, oramai esule, ha annunciato il suo arrivo nel nostro paese per chiedere chiarimenti su un incontro dove non è stata dettata nessuna agenda e del quale si è saputo in tempi ristrettissimi.

Law sostiene che «La cosiddetta Via della seta è un progetto sui cui Pechino punta per alterare l’ordine mondiale ed espandere le proprie politiche autoritarie. Molti a livello internazionale hanno espresso disappunto per la disinvoltura con cui l’Italia ha firmato quel memorandum. Oggi molti paesi si stanno ritirando dalla Via della Seta dopo essersi ritrovati coinvolti in progetti fallimentari. L’Italia deve smetterla d’incoraggiare le iniziative cinesi e incominciare a fare pressioni su Pechino» e si domanda inoltre come mai l’Italia non si adegui alle richieste di Bruxelles sulla richiesta di chiarimenti urgenti sulla nuova legge che ha costretto Law ed altri ad espatriare e che di fatto distruggerà l’autonomia di Hong Kong.

 

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