Le emozioni di pancia e i superpoteri del microbiota

Quando parliamo di “sensazioni di pancia”, diciamo qualcosa di microbiologicamente molto esatto. Numerosi gruppi di ricerca stanno indagando la connessione tra le nostre emozioni e l’intestino, dimostrandone la forte interdipendenza studio dopo studio. Nel nostro tratto intestinale vivono più di 500 specie di batteri, funghi e virus, in grado di comunicare con il nostro cervello e regolare la nostra salute, fisica e mentale. L’insieme di questi microrganismi simbiotici prende il nome di microbiota (o, più comunemente, flora batterica) e per molti potrebbe essere considerato come un organo virtuale a sé stante, addirittura come un “secondo cervello”.

Le correlazioni tra il microbiota e la nostra salute sono ancora tutte da scoprire, ma è ormai certo che “happy belly, happy soul” – una flora intestinale in equilibrio ci mantiene in buona salute. Alterazioni nella sua quantità o composizione potrebbero costituire fattori scatenanti per lo sviluppo di patologie: è stata infatti osservata una più scarsa varietà della popolazione batterica intestinale in soggetti affetti da diabete, sclerosi multipla, depressione e patologie autoimmuni. 

Non esiste una ricetta universale che descriva un microbiota sano: la sua struttura varia moltissimo nelle diverse fasi della vita (ad esempio, cambia durante la gravidanza), ma soprattutto esistono profonde differenze tra diversi individui. A determinare queste differenze sono la predisposizione genetica e, soprattutto, l’ambiente in cui ciascuno vive, che include le abitudini di vita, la dieta e l’assunzione di farmaci: l’intestino di popoli geograficamente distanti e con stili alimentari differenti è abitato da ceppi batterici diversi, o quanto meno presenti in percentuali diverse.

La forte individualità della popolazione intestinale rende questo campo di ricerca estremamente complesso, ma allo stesso tempo apre interessanti prospettive per la medicina di precisione: l’obiettivo ultimo è poter prevedere, partendo proprio dall’analisi del microbiota, la predisposizione di ciascuno a date patologie o la sensibilità alle terapie farmacologiche. 

I microrganismi intestinali, infatti, possono modificare l’effetto di farmaci di svariate categorie, dagli psicotropi agli oncologi: tramite la produzione di enzimi, ne alterano il metabolismo, riducendone o inibendone l’efficacia, o aggravandone gli effetti collaterali. Viceversa, molti farmaci – antibiotici in primis – possono compromettere i processi digestivi ed il buono stato del microbiota. Comprendere i meccanismi di questa interazione bidirezionale tra farmaci e flora intestinale potrebbe portare alla pianificazione di nuove terapie e a miglioramenti di quelle esistenti, ed offrirebbe la possibilità di prevedere gli esiti dei trattamenti e di accelerare alcuni passaggi del processo di sviluppo dei farmaci. E poiché la costituzione del microbiota dipende principalmente da fattori ambientali, si potrebbe intervenire per modificarlo, semplicemente adattando le abitudini alimentari o associando l’integrazione di probiotici, in maniera funzionale per la buona riuscita di una terapia.

Illustrazione di Benjamin Arthur per NPR

La flora intestinale comunica costantemente con il nostro cervello, stimolando il nervo vago (lungo nervo cranico che costituisce il principale canale di comunicazione nervosa tra cervello ed apparato digerente) e producendo molecole attive nei sistemi endocrino ed immunitario, e partecipa attivamente ai processi di sviluppo cerebrale, psicologico e comportamentale. Ad oggi, più di 90 studi dimostrano un’associazione tra i microrganismi intestinali ed alcune condizioni mentali, come la schizofrenia, la depressione e il bipolarismo. I batteri del nostro intestino sono infatti in grado di sintetizzare neurotrasmettitori (come la dopamina, il GABA, o l’acetilcolina) o loro precursori (come il triptofano, precursore della serotonina), ma anche di regolare i livelli degli ormoni dello stress (come il cortisolo) e i processi infiammatori (producendo istamina).

È stato osservato che persone affette da depressione e bipolarismo presentano di norma una più scarsa varietà di specie nel microbiota, in particolare mancano di alcune famiglie di batteri (Coprococcus e Dialister). Ancora, uno degli studi più incisivi nel settore ha dimostrato che trapiantare batteri intestinali di pazienti affetti da depressione nel tratto intestinale di ratti induce negli animali lo sviluppo di  comportamenti tipici della depressione e dei processi infiammatori associati a questa patologia. È quindi possibile concludere che migliorare lo stato del microbiota migliora la nostra salute mentale: insomma, la regolarità intestinale ci rende più felici, lo dice la scienza!

Lo studio del microbiota e dei suoi tanti “superpoteri” è ancora in pieno sviluppo ed assai complicato, data la diversità tra persone e l’incredibile varietà genica ad esso associata: basti pensare che il numero di cellule batteriche nell’intestino umano è più elevato del numero di cellule dell’intero organismo e che la loro varietà genica è 150 volte maggiore. Inoltre, ogni farmaco interagisce in modo diverso con il microbiota ed è ancora difficile delineare un meccanismo di interazione comune. Nonostante la complessità, l’interesse della medicina verso il microbiota è in crescita costante, per le immense potenzialità che potrebbero rivoluzionare gli approcci terapeutici per molte condizioni.

Nel frattempo, non ci resta che mantenerci aggiornati sui progressi degli studi, assicurarci di avere un microbiota in salute e sempre ascoltare le emozioni di pancia.

Illustrazione di Antoine Doré per Nature

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