Green Chemistry: quando la chimica (forse) salva sé stessa – Opinione di un (quasi) chimico

Un (vero) scienziato super cattivo che distrugge città…

Nella cultura di massa, dell’ambiente non scientifico o pseudo tale, la percezione che si ha della chimica è generalmente negativa; come se fossimo tornati ai tempi degli alchimisti. O come se i chimici scherzassero con la natura per far del male, dal buio dei loro laboratori. Insomma, la chimica è complotto, e i messaggi che passano nei media non aiutano, un po’ a causa dell’egocentrismo che caratterizza la scienza in generale – Io, scienziato, so tutto e tu non capirai mai nulla – e un po’ per mancanza di ricezione e trasmissione comunicativa – di questo abbiamo parlato qui.

Non è da negare che la chimica e la pratica della stessa siano state dannose in certa misura, soprattutto negli eventi bellici che hanno segnato inevitabilmente la cultura moderna e contemporanea, la stessa che ha educato le nuove generazioni; ma c’è un “ma”. Paradossalmente, senza la chimica moltissime delle nostre comodità, degli oggetti che sono oggi di uso comune e delle nostre passioni non sarebbero mai esistiti. Nel mio caso la fotografia, che senza la chimica non avrebbe conosciuto lo sviluppo ed il colore, oppure basti pensare al banale esempio del telefono. Questa verità non può essere in alcun modo distorta; è l’inevitabilità della tecnica. E quel “ma” rimbomba incessante nella mente del chimico.

Nel mio percorso universitario e di aspirante chimico tanti sono stati gli esempi a cui proiettarmi, ma una lezione in particolare mi colpì. Si svolse al primo anno, nella seconda metà del primo semestre. Fu il professore di Chimica Generale ed Inorganica, primo vero esame di chimica dopo i fondamenti di matematica, a tenere quella lezione, che ogni anno, essendo lui ancora in cattedra, amo seguire ancora. Ci fece vedere gli effetti del gas “mostarda” – iprite o solfuro di 2,2 –diclorodietile, per i pignoli -, prodotto dai chimici tedeschi in occasione della Grande Guerra. Dopo aver spaventato, inevitabilmente, la platea, pubblico di innocenti matricole, disse delle bellissime parole:

“Voi, voi chimici – ci considerava già tali e questo ci fece pesare la prima responsabilità – siete in grado, senza alcun problema, di fare tutto ciò, arrecare del danno agli altri. La responsabilità che avete è quella della vita altrui. Ed è solo in vostra coscienza ed etica professionale che potrete decidere se le vostre azioni siano ben pesate e giuste. Sentitevi responsabili del mondo”

Ed è in questa ottica responsabilizzante che si muovono ora tutti i chimici, o parte di essi; soprattutto nella ricerca. Certo è innegabile che questo campo di ricerca porti ai vari enti un ritorno anche economico.

La strada verso una chimica più rispettosa e responsabile è assai erta e ingarbugliata, non tanto per volontà ma per problematiche realizzative non banali. La Green Chemistry – chimica verde – si pone diversi obiettivi: usare come solvente principale l’acqua, elemento estremamente pervasivo e molto poco costoso, evitare prodotti indesiderati, optare per condizioni di reazione più blande – quindi temperatura ambiente o non eccessive, pressioni vicine alla singola atmosfera, pH fisiologici -, optare per un utilizzo ed una esposizione minore a sostanze pericolose, etc. Tutti obiettivi però che non coinvolgono solo la sintesi di composti chimici, ma anche la loro analisi, il loro studio tossicologico, applicativo, di proprietà: tutto deve essere improntato sotto questa nuova “luce verde”.

Ma il chimico, ora divenuto responsabilmente attivo nel controllo del rischio, ha di fronte a sé battaglie molto ardue da combattere. Lavorare in solventi acquosi, dove sostanze organiche – per sostanze organiche si intendono ad esempio gli idrocarburi o alcuni coloranti o anche sostanze grasse – sono pressoché insolubili, è una scomodità estrema, risolta sino ad ora con l’applicazione di solventi, come la piridina, che risultano altamente tossici – e, devo ammetterlo, hanno un odore nauseabondo.

…e questo chimico che avvelena le acque di tutte le metropoli del mondo.

Alcune di queste battaglie sono però state vinte, e le persone non se ne accorgono nemmeno. Si pensi ad esempio all’impiego delle buste di plastica nei supermercati, quelle biodegradabili. La natura, sì, ha fatto il suo lavoro sintetizzando per prima alcune molecole utili, ma in quel prodotto c’è lo zampino del chimico. Un altro esempio del nostro reale sono le vernici: ad oggi, quasi tutte le vernici usano come solvente l’acqua. Queste sono piccole rivoluzioni che la spietata e pericolosa chimica ha portato alla gente.

Sarebbe inutile adesso entrare nel tecnico, non per scarsa fiducia nella vostra comprensione, ma piuttosto per la noia che sosterebbe sotto i vostri occhi leggendo nomi complicatissimi o meccanismi che hanno del fantascientifico. Vorrei solo dire che noi chimici – mi ci metto di mezzo anche, pur mi manchi poco alla laurea -, nella nostra stortura di essere tali egoisti scienziati, ci stiamo ponendo domande su domande, stiamo studiando casi su casi, sintesi su sintesi, tecniche di rivelazione su tecniche di rivelazione, per evitare l’inutile utilizzo di materiali e condizioni pericolose. Un esempio più tecnico, giusto per rendere chiaro il concetto:

Da poco ho studiato la chimica degli alimenti, in particolare del vino. In questo prodotto l’analisi del titolo alcolometrico – la percentuale che leggete sulle bottiglie -, ovvero il contenuto in etanolo del prodotto, veniva ufficialmente fatta – è così anche oggi, ma in misura nettamente minore – tramite un’ossidazione con bicromato. Il cromo, come potete bene sapere, è un metallo pesante. Nell’analisi del vino, quindi, si crea una soluzione che contiene cromo al suo interno. Smaltire questi metalli pesanti, come lo può essere anche il mercurio, non è assolutamente semplice. Una tecnica che ha rivoluzionato questo campo è la HPLC (PAD) – High Pressure Liquid Chromatography Impulsata -: consiste nel fare passare la soluzione alcolica in un sistema in grado di dividere le varie tipologie di alcol – ad esempio metanolo ed etanolo – e determinarne la quantità via impulsi elettrici. Questa tecnica abolisce completamente l’utilizzo del cromo conservando la stessa qualità di determinazione.

Tutto sta volgendo in meglio, anche a livello industriale, ma in quanto chimico vi chiedo di rispettare la nostra figura come tale e non demonizzarla. Non siamo a priori degli assassini, degli inquinatori, dei sintetizzatori di metanfetamine o di steroidi – sì, è vero, lo possiamo fare e smettetela di chiedercelo -; in passato sono stati fatti errori che adesso stiamo tentando di correggere e migliorare.

Non siamo proprio simpatici ma anche noi siamo responsabili del mondo.

Sull’Autore

Classe '98, nato a Roma ed ex giocatore di pallacanestro. Dottore in Chimica presso l'Università di Padova. Appassionato di tutto ciò che incuriosisce e desideroso di proporlo in forma scritta. Da qui la passione per il racconto e l'informazione giornalistica.

Articoli Collegati