Il coraggio della verità: Black Lives Matter

Non riesco a respirare. Per favore, non riesco a respirare. Non riesco a respirare. Non mi uccida, per favore. Non riesco a respirare.” Il ginocchio dell’agente comprime la gola dell’uomo. Il volto sull’asfalto. Le grida degli spettatori della scena, che cercano invano di fermare l’orrore. Qualcuno prende il cellulare ed inizia a filmare quanto sta accadendo, affinché vi siano prove. La supplica per la vita. “I can’t breathe” (non riesco a respirare). Sono queste le parole che vengono ripetute almeno dieci volte prima che, facendosi la voce sempre più fioca, l’uomo non smetta di implorare pietà. Poi il silenzio. È morto.

Black Lives Matter: è una rivoluzione

Il 25 maggio poco dopo le 20:00 la polizia di Minneapolis, Minnesota, arresta l’afroamericano George Floyd. La causa? Il presunto tentativo di pagare un commerciante con una banconota da venti dollari falsa. In realtà, Floyd ha pagato con la vita. 8 minuti e 46 secondi. È  il periodo di tempo per cui – durante l’arresto – l’uomo è stato tenuto a terra dall’agente di polizia Derek Chauvin, con la collaborazione di tre colleghi (Thomas K. Lane, J. Alexander Kueng e Tou Thao). Fortunatamente i video delle telecamere di sorveglianza hanno smentito ogni falsa dichiarazione da parte del corpo della polizia, che sosteneva che l’uomo avesse opposto resistenza al momento dell’arresto e i video dei passanti hanno testimoniato la brutalità dell’azione, facendo il giro dei social. Poi, i risultati dell’autopsia ufficiale: George Floyd è morto  per asfissia da compressione del collo.  Milioni di post hanno invaso il web e le strade si sono infiammate dalle proteste con il movimento Black Lives Matter (“le vite nere contano“), movimento attivista internazionale  impegnato nella lotta contro il razzismo, perpetuato a livello sistematico, verso le persone nere. Mentre la polizia caricava i contestatori, per le vie di Minneapolis si cantava in coro:

“Queste non sono proteste, è una rivoluzione.”

Statisticamente parlando – secondo i dati raccolti dal Washington Post – nel 2016 negli Stati Uniti il 24 % delle vittime della polizia sono nere. Considerando che queste ricoprano soltanto il 13% della popolazione, il rischio è drammaticamente più elevato. Di questo, tuttavia, non si è parlato abbastanza.

Il coraggio della verità

Il coraggio della verità – The Hate U Give, film uscito nel 2018 e diretto da George Tillman Jr, tratta proprio di questo e la visione è d’obbligo. Affronta brillantemente il tema della violenza consapevolmente perpetuata e della brutalità delle forze dell’ordine nei confronti della comunità afroamericana, mettendo in luce un altro aspetto della lotta al razzismo: la necessità di abbracciare il background culturale come componente dell’essere di qualcuno. Non si tratta di “non vedere la differenza“, si tratta di onorarla.


La trama ruota intorno ad un episodio ben preciso, che determina la mutatio vitae della giovane protagonista, Starr Carter, e dell’intero Paese. Due ragazzi tornano in macchina da una festa. Sono amici da tutta la vita. Da quando giocavano insieme ad Harry Potter da bambini. Adesso, lei è un’ottima studentessa e frequenta una scuola privata in un quartiere borghese. Lui ha preso una strada diversa, si dice sia entrato in un giro di spacciatori per mantenere il fratellino più piccolo e la nonna, malata di cancro.

Una spazzola può diventare una pistola

Ma quella notte, quando vengono fermati da una pattuglia, sono solo due adolescenti, sobri, che ascoltano musica e ricordano il loro primo bacio. “Mani bene in vista. Non fate movimenti bruschi. Parlate solo se interpellati“. È questo che Maverick, padre di Starr, ha insegnato da subito ai propri figli, ben consapevole delle ingiustizie che avrebbero subito, solo a causa del colore della loro pelle e dei pregiudizi ad esso associati. Anche Khalil sa bene che non si provoca la polizia.

Questo però non sembra essere sufficiente. Quando, senza un apparente motivo, viene chiesto ai giovani di accostare, l’agente è nervoso. Fa scendere il conducente e inizia i controlli come da procedura. Il ragazzo, con la tranquillità di chi crede di essere al sicuro – cercando di alleggerire la tensione – allunga un braccio dentro il finestrino per afferrare una spazzola per pulire i sedili e, con fare scherzoso, fa per passarsela tra i capelli.  I ragazzi, però, sono neri e quella cosa nella tasca della portiera potrebbe essere una pistola. Così l’agente spara e colpisce Khalil che cade dinnanzi agli occhi inorriditi di Starr, la quale cerca disperatamente di aiutarlo. Khalil muore. La sua unica colpa? Quella di essere nero.

“È impossibile essere disarmati quando è la nostra pelle l’arma che loro temono di più.” (April)

Le ragioni per vivere danno ragioni per morire

A questo punto la giovane si  trova non soltanto a dover affrontare il lutto e la tragedia, ma anche a dover testimoniare rischiando di essere minacciata da razzisti, dalle gang della zona (che preferiscono mantenere il silenzio per evitare l’attenzione mediatica) e dalla stessa polizia che ha stroncato senza motivo la vita di un ragazzo. Il desiderio di giustizia è più forte della paura e Starr sceglie di lottare per i propri diritti, affrontando la situazione con il supporto del padre.

“Le ragioni per vivere danno ragioni per morire” (Maverick)

Non appena l’unica testimone parla, le strade si riempiono. La folla chiede giustizia, uguaglianza, pace. “The hate u give little infants fucks everybody” (cioè “l’odio con cui crescete i bambini fotte tutti quanti”, abbreviato con l’acronimo t.h.u.g. l.i.f.e.). Era questo ciò in cui credeva maggiormente Khalil – come lui stesso affermava – canticchiando sulle note dell’indimenticabile Tupac Shakur, attivista e rapper afroamericano, assassinato nel 1996. Un mondo senza privilegi non deve necessariamente sembrare un’utopia, dal momento che si fonda sulle scelte educative che compiamo dal principio, come proprio Tupac cantava.

“Papà dice che il mio nome mi dà un superpotere particolare, perché sia usato.” (Starr)

Ognuno di noi, anche soltanto disponendo di una connessione internet, ha lo stesso superpotere. La possibilità di far sentire la propria voce tramite una semplice firma, una condivisione, un post. The Hate U Give non è un film sull’odio, ma sull’amore, sulla necessità di costruire un mondo dove l’odio razziale sia solo uno spiacevole e lontano ricordo. Quel mondo, spetta a noi costruirlo.

Per donare a vittime, protestanti e imprese afroamericane e firmare le petizioni disponibili.
Se non si hanno abbastanza risorse per donare, è possibile guardare questo video senza saltare le pubblicità, le quali visualizzazioni saranno utilizzate per ricavare i fondi necessari alla causa.

 

 

 

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