Interviste in quarantena: Dutch Nazari

Interviste in quarantena racconta di come questa epidemia ci abbia avvicinato tutti. In un periodo del genere la cultura può essere una salvezza, un modo per viaggiare pur rimanendo tra le mura di casa. Perché come diceva Marcel Proust: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Quando si rimane da soli ognuno si reca alla ricerca di sé stesso, riscoprendo le proprie passioni, la propria arte. E questo progetto, nasce da questo e per questo.

Ciao Dutch! Come stai?
Tutto bene grazie, sono sul terrazzo di casa mia a prendere il sole in questo momento, solo che è un terrazzino che prevalentemente serve per metterci i bidoni della spazzatura, quindi non è proprio il massimo!

Volevo chiederti: come affronta Dutch Nazari questa quarantena?
Questa fase 2 adesso vorrai dire! Guarda io non so se è perché avendo un carattere molto poco avvezzo alla regolarità, questa cosa qui mi ha un po’ contingentato di forza. Però l’ho vissuta stranamente bene. Ho avuto una routine che di solito nella mia vita normale non ho, essendo molto sregolato. Ho fatto un po’ tutte le cose che bisogna fare: ho mangiato bene, ho letto molto, ho scritto molto perché poi leggendo le due cose sono strettamente collegate. Mi sono recuperato un sacco di ascolti di musica che avevo lasciato indietro. Insomma tutte quelle cose che uno dice sempre che fa ma poi non fa mai; per esempio, esercitarmi al pianoforte: ho preso i tutorial su YouTube e mi sono studiato le diteggiature. Quindi sì, è stata una bellissima occasione per fare un po’ quelle cose che di solito ci si dice che non si ha il tempo di fare. E spero che mi renderò conto! Perché poi ho il tempo di fare nella vita di tutti i giorni, anche perché non faccio uno di quei lavori “dalle 8 alle 20”.

Sì, anch’io ho recuperato un po’ di libri e cose così.

Che hai letto?

Eh per adesso stavo leggendo “La Nausea” di Jean-Paul Sartre.

Io non ho letto nulla di Sartre, me lo consigli?

Sì, lo vedo molto affine con la tua poetica.

Io invece ho scoperto l’immensa gioia degli audiolibri, da due mesi a questa parte. Questa cosa qui mi ha permesso di terminare, dato che sono un lettore molto pigro nel senso che se mi stufo è difficile che vado avanti, molti testi. Dato che con gli audiolibri la mia soglia di sopportazione è molto più alta, mi son ascoltato un sacco di libri che era una vita che volevo recuperare. Per esempio “La coscienza di Zeno“, che era dalle superiori che l’avevo iniziato.
E’ sempre stato il classico libro che inizio a leggere, poi in qualche modo mi stufo, lo mollo lì e non lo prendo proprio più in mano però, ogni tot periodo mi torna in mente la trama che avevo scoperto fino a quel punto lì e mi trovo a chiedere “chissà come andava avanti”. C’è un rapporto tra la trama in sé, che si può riassumere in un foglio abstract, e poi l’intensità dello stile narrativo, di scrittura. Certe volte è uno stile un po’ pesante che ti blocca, però poi quando ripensi vorresti sapere come andava avanti. Poi ho ascoltato “La peste” di Albert Camus che in questo periodo dovrebbe essere molto gettonato. Scusa che siamo usciti un po’ dai binari perché ci siamo messi a parlare di libri! Chiedimi quello che vuoi.

Facendo un salto nel passato in “Tutti stupidi” dicevi che “l’imperativo è essere svelti, veloci / Selezionare tra i commenti gli elogi / A volte capita che mi fermi o arretri / Confuso da questi tempi moderni, Charlie Chaplin”. Oggi che siamo tutti fermi, in cui la frenesia dei tempi moderni è stata frenata da un virus, hai schiarito le idee?
Io a quel passaggio lì non ci avevo ripensato, ma abbiamo iniziato questa conversazione con “non so bene il motivo, ma me la son vissuta molto bene” forse sono un po’ legate le due cose. Il rallentamento dei tempi moderni mi ha dato un ritmo di vita che è più vicino al come mi piacerebbe vivere.

Credi che dopo questo periodo cambierà qualcosa?
Temo di no, temo che tornerà esattamente tutto com’era prima. Che in realtà è un po’ la minaccia sottesa nella frase, che dovrebbe suonare incoraggiante del: “ritorneremo come prima”, ma il prima non andava bene! Io abito a Milano, che quest’anno è entrata nella classifica delle cinque città più inquinate del mondo, sopra Nuova Delhi. Io seguo su Instagram una pagina che si chiama ARIA di Milano che aggiorna 3-4 volte al giorno cosa dicono i rilevatori dell’inquinamento – in particolare di polvere sottili –; c’è una zona verde, zona gialla, zona ocra e zona rossa, verde equivale ad eccellente, rossa a stare chiusi in casa, mascherina ecc. Milano è sempre in zona rossa, durante questi due mesi è sempre stata in zona verde! Quando le app si fermano, quando le industrie si fermano, l’aria è pulita.

Mappa che mostra i livelli di Pm10 (particolato atmosferico) dopo il lockdown in Lombardia. Crediti: ARPA Lombardia, 11/03/2020

In “Cura di me” invece canti: “Una vita trascorsa a far le cose di corsa / In modo sbrigativo, senza un vero motivo / In cerca di un obiettivo, una risposta / Che è un arcobaleno estivo e se lo raggiungi si sposta”. Credi allora che questo periodo sia in grado di farci comprendere cosa realmente vogliamo? Raggiungendo quell’arcobaleno, che tra l’altro, è il simbolo di un’Italia in cui andrà tutto bene?
Il problema è la complessità delle questioni. Perché noi cosa vogliamo? Vogliamo l’aria pulita, ma basta questo? No, perché poi nel frattempo, cos’altro vogliamo? Vogliamo anche il panino di McDonald’s, che è stato farcito a cinque chilometri da casa mia e lo voglio tra 10 minuti; e perché quel panino costi i 7 euro che siamo disposti a spendere, va fatto con l’allevamento intensivo in Colombia, che distrugge la foresta Amazzonica eccetera eccetera. C’è un concatenamento di causa-effetti che si può riassumere al meglio con la formula stile di vita. Cioè stile di vita che abbiamo e a cui non siamo disposti a rinunciare e che soprattutto non colleghiamo a tutta una serie di piccole scelte del nostro quotidiano, che non colleghiamo ai vari effetti finali come quello ambientale. Ma anche lo stile urbano di chi vive per lavorare, invece di lavorare per vivere. Il tutto concentrandosi sulla volontà individuale, quando in realtà ci sono interessi economici sottesi a questo tipo di stile di vita e scala valoriale. Sono gli interessi delle aziende che lucrano su questo tipo di cosa, sia dal punto di vista di farti lavorare che da quello di farti consumare. Se ti rendi conto che la matassa è così complessa, da dove bisogna partire?

Sono i problemi della post-modernità.

O del capitalismo.

Inoltre penso che il concetto che esprimi nella frase “Siamo razze diverse, voi avvocati o medici nati tali / E noi senza mecenati e coi medicinali” sia ancora attuale data la situazione in cui il mondo dello spettacolo, della musica si trovano. Tu come artista ti senti tutelato?
Guarda non era quello che intendevo, nel senso che lì era semplicemente collegato all’aspetto di cui parlavo prima del mio essere una persona molto irregolare, quando invece ci sono alcune persone che hanno una capacità di [stare in riga ndr].

E’ più una metafora.

Sì esatto.
Rispondendo al se ti senti tutelato, anche lì non ho bene una risposta brillante. Però da un lato il nostro settore è quello più colpito, oggettivamente da questa vicenda qui, perché noi assembriamo persone di mestiere; c’è poco da fare, se gli assembramenti sono estremamente pericolosi, si fanno lo stesso i concerti? Facciamo ammalare le persone? Non mi sembra che questa sia la soluzione. D’altro canto, qual è l’alternativa? Il Welfare dovrebbe essere l’alternativa, che ci sia uno Stato che venga in aiuto. Se lo Stato manca, le conseguenze sono inevitabilmente negative.

Invece la linea individualista forzata di questo periodo, può diventare l’incipit di un pensiero che neghi dei valori comuni?
E’ una domanda molto profonda. Questa linea, evidenzia uno degli aspetti dell’essere umano che è l’egoismo, e che non è l’unico. Anche il solo fatto di stare in casa già è una negazione di sé perché ovviamente la gente vuole uscire. Quindi se tu stai assaltando i supermercati per restare chiuso in casa è una forma di egoismo che è sottesa a un bene superiore. Non lo so, se c’è una cosa che posso dire sull’individualismo è: c’è stato un concentrarsi sull’aspetto individuale in questa vicenda che secondo me, ha un po’ distorto la prospettiva sulle responsabilità della situazione; ce la siamo presa con i runners, quando siamo in uno Stato di Welfare che dovrebbe garantire determinata sicurezza per un’emergenza del genere, e che ha vacillato. Per prima la sanità, la narrazione degli angeli, degli eroi che ci hanno salvati, è vero, però non dovrebbero essere ricattati: o sei un angelo e ci salvi rischiando la vita o perdi il lavoro. Dovrebbero poter lavorare in completa sicurezza perché non ci sarebbero dovuti essere dei tagli alla sanità. Quindi il concentrarsi troppo sulla responsabilità individuale, in alcune narrazioni politiche è comodo, è un modo per cercare di distogliere l’attenzione dalla responsabilità pubblica.

Il tuo ultimo album si chiama “Ce lo chiede l’Europa”, quasi sempre nei tuoi pezzi c’è qualcosa di anacronistico, una visione politica che definirei flatus vocis. Dunque come vedi questa Europa assediata da un’epidemia?
La vedo poco europea e molto concentrata su di sé, come sempre. Se ognuno pensa a sé però poi abbiamo una Banca Centrale comune e una moneta unica non funziona.

Consigliaci un album da ascoltare in quarantena.
Quello che mi viene in mente, tra l’altro uscito poco prima della quarantena, molto bello, è “Antille” dei Pop X. Un gruppo che fa musica mega acida, quasi demenziale con un gusto pop. Ha un bellissimo rapporto con il testo, con parole che appaiono surreali ma molto vivide e ha un intuito della melodia super fresco e orecchiabile. Sembra un po’ Battiato che si è preso tre acidi!

Copertina dell’album “Antille”

Un libro da leggere?
Come ti dicevo ho consumato molta letteratura in questa quarantena, forse il libro più bello che ho letto è quello di cui ti parlavo prima: “Peste” di Albert Camus. Se uno ha un po’ più tempo e un po’ più voglia da investire in letture, c’è una tetralogia in cui mi sono imprudentemente avventurato – non sapendo che fosse tale – che si chiama “L’amica geniale”, di Elena Ferrante. Lei è una scrittrice di Napoli, ci hanno fatto anche una fiction Rai molto bella. Son quattro romanzi molto lunghi – saranno 2.000 pagine – però molto belli.

Infine, senti che cambierà qualcosa nella tua musica dopo questo avvenimento? Cosa?
Se ti dico sì è più per tutto l’impatto che ha avuto questa situazione nella mia vita che per la cosa in sé. Ti dico comunque che la mia musica cambia sempre un po’ alla volta. In una certa misura è sempre qualcosa che succede nella mia vita, però non saprei dirti se questa cosa in particolare la influenzerà.

Sicuramente ce ne accorgeremo ascoltando i tuoi lavori.

Senz’altro ho scritto molte cose.

 

Sull’Autore

Ho 22 anni, studio Comunicazione, tecnologie e culture digitali e sono caporedattore della sezione Intrattenimento. Attualmente vivo a Roma. Cerco la precisione in ogni dove perché per me sono i dettagli che fanno la differenza. Dal 2017 parlo con artisti di ogni tipo: da JAGO a Dutch Nazari, le interviste le trovate tutte qui su MdC.

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