Fare il punto sul vaccino contro il Covid-19: metodi, tempistiche, ulteriori complicazioni

Tra il decreto del giorno e le direttive diverse per ogni regione, orientarsi in maniera chiara in tempi di Covid non è sempre facile. Lentamente ma con determinazione, comunque, pare ci stiamo abituando. Abituando alle mascherine, ai guanti, alla distanza, a fare attenzione. Qualcuno comincia a soffrire seriamente la solitudine mentre per altri quella che sembrava un’avventura piena di nuove possibilità sta lentamente sfociando in semplice normalità. Qualcuno si annoia, qualcuno fa yoga in salotto, tutti sembriamo aver capito che bisogna ridefinire il proprio stile di vita. Tutti, pare, lo stiamo ridefinendo.

Tra le nuove – sempre provvisorie – certezze, c’è una domanda che tutti, almeno periodicamente, ci poniamo: quando finirà? Sembra di capire che, sebbene la situazione sia in costante evoluzione, una certezza si stia delineando: che non sarà possibile tornare alla normalità, alla vita come la conoscevamo prima (termine che abbonda sulle bocche dei media) finché non verrà trovato un vaccino.

A che punto siamo?

Innanzitutto, è importante sottolineare che (come continuano a ripeterci) arrivare a un vaccino è una procedura complessa, in cui nessun dettaglio può e deve essere trascurato. Quando si parla di virus respiratori, in particolare, è necessario, muoversi con cautela. I vaccini contro i virus respiratori (come il Covid-19) tendono infatti, come si è osservato già a partire dagli anni ’60, a indurre una risposta immunitaria eccessiva (immunopotenziamento) che può aggravare anziché prevenire la malattia, peggiorando le condizioni in caso di infezione.

Allo stato attuale, più di 30 team stanno lavorando alla ricerca di un vaccino per il Covid-19, operando secondo strategie diverse: le principali sono tre.

L’uso di virus interi

La strategia più tradizionale: si inietta un virus intero attenuato o inattivato nell’organismo, in modo da stimolare una risposta immunitaria. Se questo è il metodo che vanta maggiore sperimentazione, è anche quello che presenta più probabilità di indurre immunopotenziamento (il fenomeno caratterizzato dalla risposta immunitaria eccessiva).

Fonte: Unisr.it

I vaccini a subunità

In questo caso non si somministra il virus intero, ma solo un suo componente: la proteina spike, con cui il virus si lega alle cellule del corpo umano. Iniettandola, l’organismo inizia a produrre una risposta immunitaria a quella particolare proteina, in modo da impedire che il virus entrato nel sistema possa attaccarlo. In qualche caso, tuttavia, l’immunopotenziamento si è osservato anche con questa procedura. “Per questo motivo,” come ha spiegato l’esperta di vaccini Elena Bottazzi a Le Scienze,

“Noi lavoriamo in consorzio con il New York Blood Center, dove nel 2003 hanno preso dal virus della SARS la proteina spike e hanno studiato come ridurla il più possibile fino a tenere solo il pezzo più immunogenico: la regione della proteina con cui il virus si lega al recettore nelle cellule umane ed entra”.

I vaccini a RNA o DNA

In questo caso si inietta nell’essere umano soltanto la porzione di DNA o RNA del virus che contiene le istruzioni per produrre la proteina spike. Che questo punto viene prodotta direttamente nell’organismo, suscitando la risposta immunitaria. Il vantaggio di questa procedura, che è anche la più innovativa e meno testata, è soprattutto la velocità. Già una settimana dopo la pubblicazione della sequenza del Covid-19 si era riusciti a riprodurne l’RNA in laboratorio. Questo metodo di vaccino deve tuttavia ancora produrre effetti positivi sull’uomo. Un’ulteriore problematica è legata ai costi, decisamente superiori rispetto alle due precedenti e alle difficoltà legate al brevetto. C’è il rischio che, anche qualora dovesse rivelarsi efficace, un vaccino prodotto in questo modo possa non essere accessibile su vasta scala.

Le tempistiche

Bisogna tener presente che quella della produzione di un vaccino è una procedura che non può e non deve essere affrettata. Sembra quindi che sia realistico pensare che tra circa un anno saranno disponibili dati più certi, probabilmente un vaccino indicato per le categorie a rischio. Per averne uno che sia disponibile su vasta scala si parla invece di tempi molto più lunghi: c’è chi dice 3 o 4 anni. Il vaccino è infatti la soluzione  a lungo termine ma, come dall’intervista di Bottazzi a Le Scienze, “ora l’essenziale è trovare test diagnostici rapidi e terapie efficaci.” L’idea a cui Bottazzi e il suo team stanno lavorando potrebbe essere rivoluzionaria: trovare un vaccino generico contro tutti i beta-coronavirus, la cui si è registrato un deciso aumento in frequenza e diffusione negli ultimi decenni. Sembra quindi sensato lavorare a una soluzione che non solo risolva questa, ma prevenga anche la prossima – prevedibile – crisi. Opinione condivisa da Neil King, ricercatore dell’Università di Washington, che dichiara: “sapevamo che ci sarebbe stata un’atra epidemia di coronavirus e ce ne sarà un’atra dopo,” e continua: “Abbiamo bisogno di un vaccino contro il coronavirus universale”.

 

Fonte: Unisr.it

Ulteriori complicazioni

Se è importante monitorare la situazione nel campo della ricerca è essenziale anche fare caso alle potenziali conseguenze politiche e sociali. I primi segnali d’allarme arrivano dagli Stati Uniti. Stando all’analisi della filosofa Judith Butler, dopo il tentativo (per ora fallito) di Trump di comprarsi l’esclusiva sul vaccino contro il Covid-19, si correrebbe comunque il rischio di una disuguaglianza in termini di distribuzione – sia per quanto riguarda la prevenzione (come visto ancora lontana) che la cura dell’infezione. Previsione che appare realistica quando si guarda al sistema sanitario statunitense. Nulla di nuovo, quello che rischia di essere senza precedenti sono però le conseguenze. Gestire una pandemia con un sistema sanitario esclusivista rischia di produrre dinamiche disastrose a livello sociale. Tanto più quando si tratta della risposta al Covid: “A rendere discriminatoria l’azione del virus, in altre parole,” scrive la Butler, “sarà la disuguaglianza sociale ed economica.”Eppure gli americani non sembrano disposti a mettere in discussione la struttura della sanità pubblica nazionale. Tutt’atro: le ultime proiezioni riguardo le presidenziali indicano chiaramente come sfavoriti i candidati (come Sanders e Warren) che propongono una riforma in tal senso.

Come si sente spesso ripetere, il virus non discrimina. A farlo, ancora una volta, siamo noi, arrogandoci il diritto di decidere chi può avere accesso a un trattamento salva vita e chi no – ben lontani dalla concezione che il diritto alle cure mediche debba diventare un “diritto umano”.

Sull’Autore

Articoli Collegati