ULTRAS: diffidato o Liberato?

Il 20 marzo è uscito su Netflix il primo film di Francesco Lettieri: ULTRAS.
Sarebbe anche dovuto essere proiettato nelle sale, solo per tre giorni, il 9-10-11 marzo ma a causa dell’emergenza Covid-19 l’evento è stato annullato. Autore e regista dei video di LIBERATO – da NOVE MAGGIO a Capri Rendez-vous – Lettieri ha prima trasformato la musica in cinema esaltandone la napoletanità, per poi farci un vero e proprio film.

ULTRAS infatti è il punto di arrivo di un climax ascendente, la fine di un progetto che culmina in una maturità in grado non di raccontare la musica, ma di usare quest’ultima all’interno del proprio romanzo. E’ – come si recita nel film – coerenza e mentalità: la prima poiché il racconto rispecchia perfettamente quello scenario melodrammatico napoletano e la seconda perché come ha detto il regista:

“la mia prima preoccupazione è stata quella di raccontare una storia credibile e dunque rispettosa del movimento. Negli anni ho frequentato la curva e ho conosciuto davvero personaggi come quelli del film, anche se da lontano. Non è che partecipassi alle loro riunioni, ma a Napoli – tra cori, murali e stencil – la presenza della tifoseria si fa sentire e vedere.” (F. Lettieri, intervista per Rolling Stone).

Foto: F. Lettieri

Lettieri è Liberato

E’ scontato che ormai, dopo i vari lavori realizzati, si associ il nome del regista a quello del cantante neomelodico senza volto. Le ragioni sono molte e se avete già visto il film, risaltano subito all’occhio; è inoltre ragionevole pensare che il regista, così come altre persone che hanno contribuito al progetto di Liberato, conosca la vera identità di quest’ultimo. La fotografia, la prospettiva che cerca di valorizzare alcuni ambienti di Napoli nonostante tutto, i rimandi al Fotoromanzo di Mariano Laurenti: tutto ciò sembra convergere in un’unica grande idea, quella di rappresentare la semplicità, la quotidianità della gente comune; storie che sembrano essere indossabili da ognuno di noi. La crudezza del film è palpabile, a tal punto da sembrare l’unico modo per poter raccontare storie di questo tipo. Il degrado diventa il punto di forza, è l’altra faccia della medaglia che nessuno vuole mostrare né vedere.
Lettieri lo fa, riuscendoci magistralmente; le inquadrature, i vari piano sequenza rendono giustizia ad ambienti che hanno il bisogno di mostrarsi, la fotografia è il grido di chi prima non riusciva a farsi sentire. Il primo piano anziché favorire l’anonimato, racconta e svela in maniera lenta ma a tratti imprevista; la profondità di campo – in parallelo – si fa sempre più ampia e alla fine del film, dopo aver allargato il nostro sguardo è in grado di riportarci al punto di partenza. E’ in grado di far riflettere, di impartire lezioni di vita anche solo mostrando uno scorcio, senza bisogno di parole. Ecco l’eredità lasciata dai videoclip di Liberato.

 

Sesso o calcio?

In comparatio è possibile tracciare il filo rosso che unisce delle storie: un amore giovane, che nasce da TU T’E SCURDAT’ ‘E ME crescendo con TU ME FAJE ASCÌ PAZZ’ e che invecchia all’interno del film con Sandro e Terry.
In quest’ultimo però l’amore, passa in secondo piano rispetto al calcio e al gruppo che sembra prevalere annullando qualsiasi altro tipo di socializzazione. La pulsione più forte non è più quella sessuale bensì la squadra, il tifo. Si rinuncia ad una cena con la propria ragazza perché si devono preparare gli striscioni per la partita di domenica;
in Il sesso come sublimazione del Tennis, Theodor Saretsky dopo aver analizzato alcuni scritti di Sigmund Freud, riporta annotazioni dello psicoanalista: “Nessuno sa che sono sempre più deluso dal sesso e che quando vado scrivendo della sessualità umana è una falsa pista destinata a distrarre l’attenzione del mondo dalla mia teoria dell’Istinto Tennistico… La grande libido del tennis finirà col togliere alla pulsione sessuale il potere che esercita sulla psiche umana, per trasferirlo su qualcosa che ha radici ben più profonde: la perenne ricerca di campi coperti disponibili nelle prime ore del mattino”. In ULTRAS la follia non è quella tennistica, bensì quella per il mondo del pallone. In una lettera Freud chiedeva al Dottor Pfister, come mai la sua mente fosse attratta talmente tanto da una passione elementare come la Follia Tennistica, che “lo portava a non dormire la notte, a perdere l’appetito e addirittura l’interesse per il suo lavoro. Il suo unico insistente pensiero era quello di trovare uno stratagemma per scatenarsi sui campi dai tennis come un comune mortale, “scappando” dalle sue donne di casa che nel suo poco tempo libero lo costringevano a spostare i mobili dell’ufficio portandolo all’esasperazionee tenendolo lontano dal campo.” (Il Sesso come sublimazione del Tennis, ovvero i taccuini segreti di Freud scoperti e annotati da Theodor Saretsky)

Storie da stadio

Un’esasperazione in grado di portare le persone all’interno di un giro, in cui il modo per uscirne è solamente uno: morire. Quel manutengolismo da stadio diventa banale, scade in un nescio quid che nemmeno un’età matura è in grado di spiegare, o forse sì. Sandro (interpretato da Aniello Arena) è l’unico che comprende:

A 50 anni con quella pancia ancora vai dietro a queste stronzate? Ci siamo fatti vecchi, ma guardati, siamo ridicoli“(dal film ULTRAS, F. Lettieri).

Ci si rende conto di aver sprecato una vita dietro a cose di poco conto, riscoprendo altri valori. Si capisce che ogni cosa ha un tempo, un inizio e una fine.

Inoltre il calcio – in questo caso – rappresenta una connessione fortissima con esperienze più significative legate alla propria infanzia, o a certi ambienti. E’ in grado di raccontarci molto di più dei protagonisti, il loro vissuto perché come scrive il sociologo Adriano Russo: “uno degli aspetti rilevanti è forse riflettere sulla composizione dei gruppi della tifoseria organizzata e non, considerando variabili quali la provenienza territoriale, i legami familiari e le reti amicali tra i componenti dei gruppi stessi. Queste variabili possono interagire con l’assunzione di ruoli carismatici e sugli aspetti che definiscono il prestigio all’interno del gruppo e di eventuali sottogruppi, e sulle dinamiche di distribuzione e di esercizio del potere al suo interno. L’appartenenza ad una determinata famiglia ed il radicamento in un determinato quartiere della città definiscono infatti significativamente la distribuzione dei ruoli e delle funzioni degli attori sociali (tifosi/ultras) presenti dentro e fuori gli spalti.” (Stile di vita Ultras)

Basterebbe poco in fondo o addirittura NIENTE per far capire a qualcuno che spesso, una buona azione è in grado di cancellarne cento cattive. Ci si ritroverà però a dover andare a messa la domenica piuttosto che allo stadio. Un monito, per chi non è stato in grado di ascoltare ma anche la consapevolezza che ci sarà sempre un padre a proteggerci. Anche se padre, non lo si è mai stati.

Sull’Autore

Ho 22 anni, studio Comunicazione, tecnologie e culture digitali e sono caporedattore della sezione Intrattenimento. Attualmente vivo a Roma. Cerco la precisione in ogni dove perché per me sono i dettagli che fanno la differenza. Dal 2017 parlo con artisti di ogni tipo: da JAGO a Dutch Nazari, le interviste le trovate tutte qui su MdC.

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