Instapoets: diventare poeta bestseller con un click

La poesia è sempre stata un atto di rivoluzione, ma nell’era dei social la rivoluzione è l’essere poeta.

Fino a non molti anni fa si lamentava l’allontanamento da parte dei giovani dai libri e dalla cultura, per lasciarsi rapire, piuttosto, dal “mostro” dei social.
La generazione dei nativi digitali, invece, contro ogni previsione, ha compiuto un atto di rivoluzione, facendo proprio dei social un mezzo di diffusione della propria cultura.
È il caso degli “instapoets“, poeti 2.0 che pubblicano i propri versi sulla nota piattaforma di Instagram.
E se sembra assurdo immaginare di poter diventare autore di successo con un click, c’è da ricredersi ascoltando le storie di giovani come Atticus, Cleo Wade, Nikita Gill, Lang Leav e, ovviamente, non si può non citare la celebre Rupi Kaur.

Quest’ultima, in particolare, – poetessa, scrittrice e illustratrice canadese di origine indiana – , con il suo libro Milk and honey, è stata in grado di spiazzare la concorrenza e rovesciare luoghi comuni e preconcetti sulla scrittura digitale come nessun altro aveva fatto prima.
Autrice del libro più venduto in America nel 2017 (sopra citato), ha trascorso più di un anno nella lista dei best seller del New York Times e conta, ad oggi, un seguito su Instagram di quasi 4 milioni di followers.

Ma cos’è che riscuote tutto questo successo?

Prendendo in analisi il caso di quest’ultima, in realtà, non risulta difficile comprendere quali siano i meccanismi che hanno portato all’apprezzamento di questa tipologia di versi da parte del pubblico.
Caratterizzate da uno stile semplice, di immediata comprensione, ed arricchite da raffinati disegni di stampo minimalista realizzati dalla stessa, le brevi poesie di Rupi trattano temi dalla forte interiorità.
Amore, sessualità, evoluzione del rapporto con il proprio essere.
Ma anche violenza, dolore, lo “spezzare“, per poi tentare di guarire.
Il tutto senza introdurre necessariamente ricorsi retorici o implicitando alcun aspetto semantico.
Effettivamente, l’impressione che potrebbero dare i versi è proprio quella di essere potenzialmente opera di chiunque sia dall’altra parte dello schermo, costituendo una forma di interazione e coinvolgimento del lettore, già di per sé.

E la cosa non si ferma qui: l’inclusione è anche sociale e la storia di Rupi è, come per molti, anche la storia di una rivalsa.
Non rientro negli standard di età, etnia e classe sociale di una poetessa bestseller“, ha raccontato quest’ultima al Guardian.
Aggiungendo poi che, “Per le donne del sud dell’Asia bisognerebbe essere quiete e prive di opinione“.
Le sue poesie, invece, rispondono proprio al desiderio di ottenere una voce, di rivendicare le proprie libertà. Scrivendo di ciò che, troppo spesso, viene messo a tacere.

La stessa ammette di credere che il suo libro non sarebbe mai stato pubblicato se non fosse stato per l’incentivo dato dai social media, e non è la sola a pensarlo.

Anche Yrsa Daley-Ward, ex modella inglese di origini nigeriane e ora scrittrice, sostiene lo stesso.
Dopo aver ricevuto lettere di rifiuto da parte di svariati editori, ha incontrato il successo grazie ad Instagram.
Così, nel 2017, ha pubblicato il suo primo libro, intitolato Bone, una raccolta di versi autobiografica, senza filtri e viscerale, acclamata dalla critica.

Il fenomeno ha richiamato l’attenzione di molti e con essi, anche le critiche non sono venute a mancare.
I punti principali delle tesi che si scagliano contro i nuovi rimatori sono l’estrema semplicità dello stile adottato e la modalità di trattazione dei temi canonici, denunciandone la natura indirizzata al consumo.

Ma siamo sicuri che i poeti digitali abbiamo in mente di essere poi così canonici?

L’obiettivo della nuova rivoluzione poetica sembra consistere proprio in questo:  accessibilità ed inclusività, sulle tracce di un progresso tecnologico che sta ampliando gli orizzonti della comunicazione e con essi, quelli della cultura.

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