“Non saremo secondi in niente”: Trump sull’ultimo lancio nello spazio, SpaceX, la risposta Russa, il solito tran-tran

Domenica 30 maggio due astronauti della NASA, Doug Hurley e Bob Behnken, sono partiti da Cape Canaveral a bordo del razzo Falcon 9 e della capsula Crew Dragon con destinazione la Stazione Spaziale Internazionale. Il lancio, avvenuto con successo al secondo tentativo dopo essere stato posticipato a causa di condizioni meteorologiche sfavorevoli, si è guadagnato un posto nella storia della corsa allo spazio per diverse ragioni. Il fatto forse più eclatante è che la missione segna la prima volta che l’uomo viaggia nello spazio grazie all’infrastruttura di una compagnia privata: la SpaceX di Elon Musk. È anche la prima volta che un è stato usato un razzo riutilizzabile per un lancio spaziale di persone, cosa che può aiutare nella diminuzione della dispersione di detriti al momento del rientro in atmosfera.

Trump, recatosi sul sito del lancio, si è dimostrato (prevedibilmente) entusiasta per la missione. A partire dal ritiro dell’ultima navetta spaziale nel 2011, gli Stati Uniti dipendevano infatti dall’infrastruttura russa per mandare i loro astronauti nello spazio. Ma la NASA ha di recente cambiato rotta: appaltando la costruzione dei suoi shuttle per la prossima generazione alle compagnie private SpaceX e Boeing, al costo di sette miliardi di dollari. Si tratta di una partnership tra il settore pubblico e il privato destinata a ridefinire la corsa allo spazio, mettendo gli Stati Uniti in una posizione del tutto nuova. Non dovendo più dipendere dai loro mezzi infatti gli USA saranno in grado di tornare a porsi in competizione con i russi.

Politica che coincide con l’ossessione per il primato statunitense tra le grandi potenze globali, punto centrale nell’amministrazione Trump. Il Presidente si è infatti espresso in termini piuttosto enfatici, a partire dall’annuncio che dal 2024 gli astronauti americani torneranno sulla luna “per stabilirvi una presenza permanente e una piattaforma di lancio verso Marte”. “La prima donna sulla luna,” ha continuato, in un improvviso e inaspettato impeto femminista, “sarà una donna americana e la prima nazione ad atterrare su Marte saranno gli Stati Uniti d’America.” Concludendo con una nota retorica che “Non saremo secondi in niente”.

Qualche botta e risposta si è svolto con gli esponenti russi del settore, soprattutto attraverso Twitter. “Già quest’anno” ha dichiarato Ustimenko, il portavoce di Roscomos, “effettueremo dei test per riprendere le il nostro programma lunare l’anno prossimo”. Sembra insomma che la corsa allo spazio stia ricominciando nella sua modalità più competitiva. In un momento così delicato, con (tra le atre cose) una pandemia in corso, Russia e USA rischiano però di fare la figura di due bambini capricciosi, e francamente piuttosto viziati, che si litigano un giocattolo. E che gli sforzi per la conquista dello spazio (il nuovo nuovo mondo?) passino in secondo piano di fronte a tematiche attualmente più pressanti. 

 

C’è un punto in particolare su cui Trump e Musk sembrano trovarsi in perfetto accordo: in un momento storico complicato come quello che stiamo vivendo, in cui la situazione degli States è particolarmente delicata a causa delle pressioni sociali causate dalle disastrose conseguenze del Coronavirus e dalle proteste che hanno seguito la morte di George Floyd, la corsa allo spazio rappresenta una speranza. Una ragione, si direbbe, per guardare al futuro con maggiore fiducia. Rimane solo un problema: che il coinvolgimento del settore privato, per sua natura legato al profitto, rischia di rendere inaccessibile alla maggioranza della popolazione un settore già di per sé elitario. Difficile pensare che il lancio del Falcon 9 possa suscitare la passione (e la distrazione) sperate nella popolazione media, al momento alle prese con problematiche le cui conseguenze vendono percepite (a ragione) come decisamente più immediate e concrete.

 

 

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