COVID-19 e particolato atmosferico: l’insidia dell’inquinamento

L’inquinamento da polveri sottili

L’ipotesi

Da qualche giorno si aggira tra i vari titoli dei giornali – Il Fatto Quotidiano ne rivendica la paternità assoluta – l’ipotesi di una correlazione tra il grande numero di casi nel territorio padano e l’inquinamento atmosferico. In particolare, sembrerebbe che i famosi PM10 e PM2.5 (stanno per Particular Matter di dimensioni minori di 10 o 2,5 micrometri) siano il vettore principale dell’allargamento del contagio.
Un’ipotesi che non si limita a dare una spiegazione scientifica al fenomeno, ma che impone ed imporrà una necessaria analisi sulla politica ambientale globale, come già riportato in un nostro articolo di poco tempo fa.

Lo studio

Nella letteratura scientifica recente e passata sono numerosissimi gli studi che correlano la presenza di inquinanti domestici, generati dalla combustione di gas o materiali lignei o carbone [1], con l’aumento di circolazione di batteri nell’atmosfera. Questi si legherebbero al particolato atmosferico sfruttandolo come vettore per insediarsi nelle alte vie aeree per poi scendere in quelle basse e proliferare nei polmoni accendendo una risposta immunitaria.

Sembrerebbe che questo accada anche per il coronavirus.

L’agente patogeno ha delle dimensioni insolite per un patogeno virale RNA. La sua grandezza si aggira attorno alle 30 kilobasi – unità di misura genetica – ovvero, trasformandola in metri, si parla di circa 125 nm [2]. Questa grandezza lo fa entrare di diritto tra le particelle colloidali così definite dalla IUPAC – International Union of Pure and Applied Chemistry -:

The term refers to a state of subdivision implying that the molecules or
polymolecular particles dispersed in a medium have at least in one
direction a dimension roughly between 1 nm and 1 micro-m, or that in a
system discontinuities are found at distances of that order.

In soldoni, tutte le particelle che hanno dimensioni comprese tra un 1 nm e 1 micrometro sono considerati colloidi.

L’appartenenza di COVID-19 a questa forma di materia molto poco considerata pone lo studio dei fenomeni di interazioni con superfici e/o con altre particelle colloidali ad un altro livello.

Il particolato atmosferico, con le sue particelle PM10 e PM2.5, rientra a pieno titolo nella categoria delle sospensioni atmosferiche, una dispersione di particelle solide e liquide in un vapore: l’aria. L’interazione tra il COVID-19 ed il particolato sottostarebbero all’interazioni tra due colloidi. Quello che si ipotizza che accada è la coagulazione tra le due particelle – virus e inquinante -, ovvero un processo in cui interazioni elettrostatiche fanno interagire le superfici di questi due componenti che rimangono attaccati uno all’altro. Possiamo immaginarle come due sfere che si toccano e si muovono assieme. I fenomeni di trasporto ed eventuale coagulazione porterebbero quindi ad un incremento del contagio in zone in cui il particolato atmosferico è particolarmente ricco di sostanze di queste dimensioni, quindi zone fortemente industrializzate e poco lambite da venti come la nostra Pianura Padana.

Modello di coagulazione tra due colloidi

Le prove

Ad avvalorare questa ipotesi ci sarebbe uno studio dell’Università di Bari in collaborazione con l’Università di Bologna, che è riuscita ad incrociare i dati ottenuti sull’inquinamento atmosferico, quindi la presenza di PM10 e PM2.5 nell’atmosfera, e il livello di contagi a livello regionale.

Leonardo Setti, ricercatore dell’UniBo e a capo di questo studio, dichiara:

Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai.

Anche Gianluigi De Gennaro, membro del team di ricerca, ne parla e rincara la dose:

Più ci sono polveri sottili, più si creano autostrade per i contagi. È necessario ridurre al minimo le emissioni.

Setti aggiunge anche:

Sicuramente possono esserci più cofattori ma tra questi non tanto la densità della popolazione o il fatto che in questa regione ci siano più scambi commerciali e un maggior movimento di persone. E’ più probabile, invece, che giochi un ruolo determinante il fatto che proprio qui ci siano i massimi livelli di inquinamento italiano e quindi le popolazioni che vi risiedono presentano già di base maggiori fragilità e patologie del sistema respiratorio e dell’apparato cardiocircolatorio sia acute che croniche dovute proprio agli alti livelli di smog, condizione che rende queste persone più esposte al rischio di ammalarsi.

Non solo il contagio aumenta con l’aumentare delle polveri sottili, ma queste stese peggiorano a priori le condizioni di salute respiratoria di chi le respira ogni giorno. L’aria delle nostre case è ancora più densa di questo particolato, come ci dice il presidente del SIMA – Società Italiana di Medicina Ambientale – Alessandro Miani:

Negli spazi indoor l’inquinamento dell’aria mediamente è cinque volte superiore rispetto all’esterno e le persone oggi passano la maggior parte del tempo in spazi confinanti. E’ bene aprire le finestre per alcuni minuti più volte al giorno, perché una miscelazione di gas riduce la percentuale di inquinamenti e utilizzare purificatori d’aria per tenere l’aria pulita nei luoghi confinati come casa e uffici.

Le opinioni

Simbolo della SIMA

Come fanno notare i Biologi della Scienza, gruppo di giovani biologi paladini della scienza, almeno così loro si immaginano, c’è ancora da trovare la certezza sperimentale di questa ipotesi:

Non vogliamo sminuire il lavoro dei ricercatori che hanno una certa autorevolezza ma le tesi esposte vanno ancora dimostrate scientificamente perchè si afferma che ci sia una stretta correlazione tra inquinamento e casi di covid-19 nella pianura padana ma una correlazione non è automaticamente un nesso di causalità perchè i dati non possono farci dire con certezza che le polveri sottili siano responsabili di più casi.

Hanno ragione nel dire che ad oggi in letteratura ancora non c’è nessun articolo che provi questa correlazione. Ma le autorità scientifiche nazionali subito rispondono a tono:

E’ vero che si tratta di un position paper – si intende una pubblicazione di dati ed ipotesi, non una pubblicazione ufficiale e verificata – ma sono state prese in considerazione delle evidenze scientifiche con una ricca bibliografia che, invece, non viene citata dai Biologi per la Scienza che tra l’altro nemmeno si ‘firmano’ con nome e cognome.

Queste le parole di Miani, seguite da quelle del presidente dell’Ordine dei Biologi Vincenzo D’Anna:

Si tratta di tre neolaureati in cerca di pubblicità e non credo che abbiamo qualifiche tali da potersi permettere di mettere in discussione le posizioni delle società scientifiche e delle prestigiose università di Bologna e di Bari che hanno redatto il documento.

Cosa fare quindi?

Ciò che possiamo fare è seguire pedissequamente le indicazioni scientifiche degli esperti ed attendere una pubblicazione ufficiale, e questo accadrà a breve da quanto si ascolta dalle parole degli stessi ricercatori.

Inoltre – aggiunge Miani – abbiamo uno studio in corso che sta per concludersi e che andrà in pubblicazione. La nostra ricerca sta prendendo in esame anche altre evidenze e non solo la correlazione tra le curve anomale di crescita dell’infezione nelle regioni del Nord Italia ma anche altri parametri di carattere epidemiologico.

FONTI:

[1] Daniel Carrióna, Seyram Kaalib, Patrick L. Kinneyc, Seth Owusu-Agyeid, Steven Chillrude,
Abena K. Yawsonb, Ashlinn Quinnf, Blair Wylieg, Kenneth Ae-Ngibiseb, Alison G. Leea,
Rafal Tokarzh, Luisa Iddrisub, Darby W. Jacki,⁎, Kwaku Poku Asanteb; Examining the relationship between household air pollution and infant microbial nasal carriage in a Ghanaian cohort. Environment International 2019

[2] Yu Chen, Qianyun Liu, Deyin Guo, Emerging coronaviruses: Genome structure, replication, and
pathogenesis. Journal of medical virology 2017

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