Raccontami di un giorno perfetto: la positività nella difficoltà

Raccontami di un giorno perfetto è un film con Elle Fanning diretto da Brett Haley, uscito lo scorso 28 febbraio su Netflix e tratto dal romanzo All the bright places di Jennifer Niven, che qui è anche co-sceneggiatrice.
In questi giorni strani, in cui tutti noi ci ritroviamo chiusi nelle nostre case, destabilizzati e preoccupati, la cultura in ogni sua forma può farci molto, molto bene. Un libro, un fumetto, la musica, una serie TV, un film, possono farci compagnia e portarci in viaggio con la mente e con il cuore, farci ridere, commuovere, apprezzare quello che abbiamo.
La storia di questo film non è leggera, lo metto subito in chiaro. È una pellicola che tratta temi come il lutto, la solitudine, l’emarginazione e persino il suicidio. Che allegria, insomma! Io stessa, che ho visto il film un paio di giorni fa, mi sono ritrovata a dire ad un’amica “Forse è meglio che lo guardi più avanti”.

Ma poi ci ho ripensato. E ho ripensato anche al film e a quello che mi ha lasciato.

Non mi ha lasciato un sapore amaro, anzi. Mi ha fatta sorridere, mi ha lasciato una scia di positività, anche se la sera in cui l’ho visto mi passavano per la testa svariate preoccupazioni.

È la storia di una ragazza adolescente, Violet Markey, interpretata dalla Fanning (con un fantastico look fatto di vestiti minimal e vintage e stupendi occhialoni da vista con la montatura tonda, che le donano molto), che soffre per la perdita di sua sorella, morta in un incidente d’auto. Violet era in macchina con lei, quando è successo e racconterà quanto tutto è stato rapido e inaspettato: una sbandata, e sua sorella non riusciva più a tenere la macchina sotto controllo.
La vita sembra ora, per Violet, un interminabile buco nero dal quale non sa come uscire. Anche i suoi genitori sono in difficoltà e cercano di proteggerla come possono. Sua sorella era anche la sua migliore amica, la persona con la quale Violet condivideva tutto, e ora non c’è più. Ed ecco che un giorno, all’alba, Violet va da sola, in pigiama, sul ponte dove quella maledetta macchina ha sbandato. Si arrampica sul ciglio e si mette in piedi, resta immobile, guarda giù con uno sguardo vuoto. Ma non è sola: un ragazzo della sua scuola, Theodore Finch (Justice Smith), conosciuto da tutti come “lo schizzato“, sta facendo jogging lì intorno e la vede. La salva. Comincia ad interessarsi a lei.

E quando il professore di geografia assegna loro un compito entusiasmante e fuori dall’ordinario – trovare i luoghi più belli del loro stato, l’Indiana, e descriverli – Finch vuole assolutamente lavorare in coppia con Violet. La ragazza è riluttante, ma poi accetta.
E inizia così la loro amicizia, il loro peregrinare. Finch riesce a smuovere Violet, la incalza, la stimola, spingendola anche ad affrontare la paura di salire di nuovo su un’automobile. Insieme viaggiano, cartina alla mano, scoprendo posti meravigliosi e soprattutto scoprendo se stessi. Un albero enorme ricoperto da scarpe da ginnastica, pittoresco e fiabesco. Un lago misterioso e bucolico, dove si dice che dei ragazzi siano spariti per sbucare in un altro mondo. Delle piccole montagne russe azzurre, costruite nel giardino di un agricoltore.


Pian piano Violet e Finch si legano sempre più, e com’era prevedibile (ma non sgradito), i due ragazzi si innamorano.
Ma c’è qualcosa che a Violet è sfuggito. Presa da se stessa e dal suo lutto, immersa nella bellezza della vita e delle piccole cose che Finch le ha fatto riscoprire, Violet non si accorge che anche il suo ragazzo soffre. Che quel soprannome, “lo schizzato”, nasconde qualcosa di veritiero che Finch tiene nascosto meglio che può. A volte la testa di Finch straborda di pensieri che lui cerca di fissare su dei post-it. Tutto diventa troppo pesante, per lui, e la sua testa sovraffollata necessita di riposo: così il ragazzo scompare, si nega perfino a Violet, si trincera nella sua sofferenza e nei traumi del suo passato.

Non svelo il finale del film, lascio a voi la visione, mi limito a dire che ho trovato la conclusione molto delicata, piena di sensibilità e speranza.

Per questo, nonostante sia un film che fa versare qualche lacrima, lo consiglio, anche e soprattutto in questo momento. Per ricordarci quanto chi ci ama ha fatto, fa e farà per noi, per darci speranza e per farci tornare a vivere dopo aver attraversato delle difficoltà. E per ricordarci anche che possiamo fare lo stesso per loro: non guardiamo solo a noi stessi e al nostro benessere, pensiamo anche agli altri, ora più che mai. Perché aiutare gli altri, con piccoli gesti a volte insignificanti all’apparenza, facendoli sorridere, distraendoli, può fare la differenza. Esserci, può fare la differenza. Ascoltare, può cambiare le cose. Tutti soffriamo, ma insieme possiamo trasformare il dolore in una forza vitale che ci spinge ad andare avanti, a guardarci intorno, accorgendoci di quante cose abbiamo ancora da scoprire.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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