Riflessione pandemica: la nuova società anti-contagio

Mappa del contagio da COVID-19

Oggi ci troviamo ad affrontare una delle emergenze sanitarie più coinvolgenti degli ultimi anni. Dopo il virus ebola, sviluppatosi nel continente africano e limitato nella sua diffusione, questo coronavirus, ribattezzato COVID-19, è nel giro di pochi anni il secondo “nemico” della sanità mondiale. Il problema assoluto, a differenza di Ebola, è che questo virus si trasmette più velocemente ed è stato molto facile, quindi, il suo passaggio intercontinentale.

Non voglio assolutamente perdermi in valutazioni di carattere politico-sanitario, per il semplice motivo che la linea editoriale di noi Mangiatori non se ne pone l’obiettivo o la necessità, ma vorrei solo far riflettere come ci debba essere necessariamente una società post COVID-19.

Il progetto PREDICT, creato per la sorveglianza globale dei patogeni animali in grado di effettuare il “salto di specie” all’uomo, ci fornisce due dati molto importanti: il primo è che ben il 70% delle malattie infettive emergenti – quali COVID-19 ed Ebola – sono originate per l’appunto da patogeni animali, ed il secondo ci dice, grazie ad un conteggio molto recente, che sono oltre 1100 i virus animali compatibili con l’uomo, di cui 92 sono coronavirus – virus che attaccano l’apparato respiratorio.
Questi potenziali pandemici sono principalmente localizzati nel Sud-est asiatico, nell’Africa centro-occidentale e nella regione indiana. Insomma, nei paesi poveri o in fortissimo sviluppo. Non a caso, proprio il COVID-19, si è sviluppato in Cina.

Volpe in un centro cittadino – La fauna selvatica entra in casa

Esiste una causa del perché questi virus riescono a saltare di specie in specie e non è così evidente. La ragione sta principalmente nella insostenibilità ambientale del nostro sistema economico ed industriale.

“È sempre più riconosciuto che gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono interconnessi fra loro, e che le azioni per l’uno spesso considerarne anche altri. Per esempio, se proteggiamo una foresta tropicale perché faccia da serbatoio di carbonio, magari stiamo anche salvaguardando la biodiversità”

Moreno Di Marco, ricercatore de La Sapienza

Se con la nostra opera urbana disturbiamo l’habitat di quegli animali veicolo dei virus, questi si sposteranno verso altre regioni geografiche avvicinandosi sempre di più alle aree urbane e le occasioni di contatto con l’uomo necessariamente aumentano. Ad esempio, gli allevamenti intensivi di maiali, spesso allestiti nei pressi di foreste, sono degli enormi veicolatori di virus.

“Il bestiame fa spesso da amplificatore del rischio, perché è allevato ad alte densità e può fare da ospite intermedio dei patogeni tra la fauna selvatica e gli umani. Quindi espandere i terreni agricoli e la produzione zootecnica è importante per la sicurezza alimentare, ma se lo facciamo in modo miope, senza pensare alle conseguenze, rischiamo di espandere il fronte agricolo a ridosso di aree naturali ricche di biodiversità, e magari portarvi anche il bestiame, aumentando i contatti tra fauna selvatica, bestiame e uomo”

Moreno Di Marco

Allevamento intensivo di maiali

La storia ci ha insegnato che il compromesso è la strada più diplomatica è talvolta, quella più giusta. Ad esempio, proteggendo una foresta od un’area naturale – come dovrebbe fare l’istituzione di parchi naturali e riserve, molto spesso lasciate senza i fondi necessari al controllo -, potremmo evidentemente ridurre l’attività antropica sui territori. Anche la conservazione di infrastrutture, come ospedali o centri di primo soccorso – lo vediamo in Italia, dove la sanità pubblica è costantemente posta sotto attacco per negligenza e menefreghismo -, e la fiducia sociale aiutano in questo senso.

“Purtroppo le possibili sinergie e i necessari compromessi rispetto al rischio di malattie infettive di solito non sono considerati. Non posso dire che siano sempre del tutto ignorati, ma senz’altro non ricevono neanche lontanamente l’attenzione che meriterebbero”

Moreno Di Marco

Controllo, conservazione e fiducia sociale sembrano essere le chiavi per un futuro più sotto controllo dal punto di vista epidemiologico. Con tutte le tecnologie che ogni anno vengono sfornate possediamo una forza incredibile di monitoraggio, prevenzione e studio delle situazioni già o potenzialmente a rischio. Quando si dice che la cultura ci salverà non è una frase banale. La conoscenza è alla base di una società sana, in tutte le sfaccettature che “sana” comporta. “Per definire meglio i rischi – ci dice sempre Di Marco – serviranno ricerche interdisciplinari, per chiarire più a fondo i tanti meccanismi che incidono sull’insorgenza delle malattie”.

Concluderei sempre con le parole del professor Di Marco e con un appello: cercate di seguire le indicazioni che il nostro Governo ci ha dato e limitate il più possibile gli spostamenti.

“Sul piano scientifico sembra che stiamo parlando dell’ovvio. Il nuovo coronavirus è solo l’ennesima dimostrazione di quanto conti la prevenzione. Come se non ce ne fosse ancora bisogno, dopo che in vent’anni abbiamo avuto SARS, MERS, H1N1, Ebola, Nipah e via discorrendo. Ora non discutiamo più di modelli e previsioni, né di paesi remoti, ma di quel che sta accadendo, letteralmente, fuori dalla nostra finestra. Non può più far finta di niente”.

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