Don’t go away

Il titolo rimanda alla famosissima canzone degli Oasis, Don’t go away ma sfortunatamente, nel modo più democratico in assoluto, i destini fra UK ed UE si stanno separando, il popolo inglese ha dato nelle mani di Boris Johnson e dei conservatori il futuro del Regno Unito e quindi della Brexit.

La notizia ha fatto sicuramente scalpore, ed ha anche fatto arrabbiare i vicini di casa scozzesi, i quali hanno espresso il loro voto in favore nel rimanere all’interno dell’UE, la quale ha subito un duro colpo dopo il referendum.
Andiamo a vedere quali sono i maggiori cambiamenti sotto i diversi punti di vista sia politici che commerciali.

Per cominciare è doveroso precisare che anche se l’accordo verrà approvato entro la fine dell’anno, il divorzio partirà soltanto il 31 gennaio 2020, da quella data scatterà un periodo di transizione che è necessario per trovare un’intesa commerciale che durerà fino a dicembre.
Sotto il punto di vista politico la Brexit ha dato vigore alla richiesta dell’indipendenza della Scozia, infatti Nicola Sturgeon, la prima ministra scozzese leader del Partito Nazionale Scozzese (SNP) ha richiesto a gran voce un referendum.
In Spagna il governo ha richiesto il controllo congiunto di Gibilterra, come era già stato richiesto dall’ex Ministro degli Esteri spagnolo Josè Garcia Margall y Marfil nel Giugno 2016, però il piccolo stato si era espresso con un forte 96% in favore della permanenza all’interno dell’UE.
In Irlanda in partito Sinn Fein, un movimento indipendentista irlandese, con la sua leader Mary Lou McDonald, ha richiesto l’unione con l’Irlanda del Nord.

Dal punto di vista economico la moneta inglese è calata ai minimi storici, e durante il periodo di transizione vanno riguardati tutti gli accordi commerciali con l’UE e tutti gli stati del pianeta.
Londra dovrà inoltre pagare a Bruxelles 33 miliardi di sterline, quasi 40 miliardi di euro che andranno a coprire gli impegni già assunti in precedenza.

Si tratta di fondi che erano già stanziati per l’Inghilterra e programmi già approvati, i tre quarti dovrebbero arrivare nelle casse dell’Unione europea entro il 2022, ma il Regno Unito potrebbe dover pagare fino al 2060.

Per quanto riguarda gli stranieri, nel Regno Unito, attualmente si trovano tantissime persone provenienti da altri Paesi UE ed extra UE, ai cittadini che vivono in Gran Bretagna da almeno 5 anni sarà concessa l’opportunità di richiedere, entro e non oltre dicembre 2020, un permesso di soggiorno permanente.

A coloro che risiedono nel Paese da meno di 5 anni invece, dovranno richiedere un permesso temporaneo che avrà validità soltanto quinquennale, i cittadini europei che non si metteranno in regola rischieranno di essere buttati fuori dal Regno Unito, stando a quanto emerso dalla linea dura di Johnson.

La Brexit porrà fine al regime di libera circolazione con l’Europa e la Gran Bretagna sulle politiche immigratorie privilegerà i lavoratori qualificati, ciò vuol dire che baristi, camerieri, parrucchieri, come lo sono tanti giovani italiani che arrivano Oltremanica, dovranno avere già un contratto in tasca prima di partire e potranno fermarsi solo per breve tempo (forse un anno al massimo), senza poter maturare il diritto alla residenza.
I lavoratori qualificati come medici o docenti potranno invece ottenere visti di lavoro più lunghi in modo tale da acquisire la residenza permanente.

E l’economia italiana ne risentirà?

Diciamo che il danno che verrà recato alla nostra economia non è assolutamente indifferente, poiché nell’indice di vulnerabilità alla Brexit (Bsi), l’Italia risulta diciannovesima su venti paesi, per cui la nostra economia ne risentirà solo sui prodotti che esportiamo all’estero. anche se corrispondono a quasi un punto percentuale del PIL complessivo in un biennio.

L’impatto Brexit avrà conseguenze anche sulle piccole cose della nostra quotidianità come le tariffe dei telefoni cellulari, ed è molto probabile anche una perdita massiccia di posti di lavoro con conseguente delocalizzazione verso i paesi dell’est e non solo.

Adesso non saranno possibili altre exit?

In realtà si, perché stando alle leggi europee, in particolare il Trattato di Lisbona, prevede infatti un meccanismo di recesso volontario e unilaterale dall’Unione Europea (articolo 50 del trattato sull’Unione europea).
Lo Stato membro che decide di recedere, notifica tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso.
Tale accordo è concluso a nome dell’Unione europea e dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, al più tardi, due anni dopo la notifica del recesso.
Il Consiglio può decidere di prolungare tale termine, qualsiasi Stato uscito dall’Unione può chiedere di aderirvi nuovamente, presentando una nuova procedura di adesione.

Con la futura caduta dei trattati opzioni come il ricongiungimento familiare non sarebbero più garantite e l’idea di Johnson di trasformare la Gran Bretagna in una sorta di paradiso fiscale a ruota del governo americano ed in opposizione all’UE, porterebbe allo smantellamento dello stato sociale e l’aumento della disuguaglianza economica.

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