MAST. ANTHROPOCENE

Poco distante dal centro di Bologna e comodamente raggiungibile con i mezzi pubblici, la Fondazione MAST si presenta al visitatore in tutta la sua imponenza.

La Fondazione MAST è un’istituzione internazionale, culturale e filantropica, basata sulla Tecnologia, l’Arte e l’Innovazione.
MAST intende favorire lo sviluppo della creatività e dell’imprenditorialità tra le giovani generazioni, anche in collaborazione con altre istituzioni, al fine di sostenere la crescita economica e sociale.

Attualmente ospita ANTHROPOCENE, una documentazione fotografica (e non solo) dell’impronta dell’uomo sulla terra. Il percorso vede alternarsi le fotografie di Edward Burtynsky e i film di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier.

Curiosità

Dal greco anthropos, uomo, il termine anthropocene si riferisce all’epoca in cui l’uomo inizia a lasciare un impatto sulla terra. Fu introdotto nel 2000 dal chimico e studio dell’atmosfera Paul J. Crutzen e da Eugene Stoermer. Si discute sull’opportunità che gli inizi di questa nuova epoca vadano ricondotti all’avvento dell’industrializzazione, nel 1780 circa, oppure al 1950, quando si registrano i segnali della dispersione di radionuclidi a seguito della bomba atomica (1945).

La mostra

è quanto mai attuale e, aspetto importante, è allestita e pensata per rivolgersi a un pubblico di tutte le età. Le foto sono di grande formato, alcune occupano un’intera parete, al punto che il visitatore si ritrovi a pochi centimetri da essa per cogliere tutti i suoi particolari.

L’interazione con il pubblico, soprattutto con quello più piccolo e curioso, è data dai tablet. A disposizione in ogni sala, fanno vivere l’immagine in realtà aumentata. Inquadrata la foto sulla parete, dapprima risulterà statica sullo schermo, poi inizierà un movimento di zoom che proietta al suo interno. Suggestiva quella della deforestazione, in cui inizia la lenta caduta degli alberi.

Antropologicamente l’uomo abbatte gli alberi per trovare un spazio abitabile nella natura, segue quindi la sezione che mostra l’urbanizzazione.

Pur trovata una fissa dimora, l’uomo ha sempre la necessità di muoversi. I collegamenti fra noi sono sempre in aumento in un mondo che ha necessità di averne di sempre più veloci: le superstrade tagliano i fitti quartieri di case. Le foto non sono più verdi ma domina il grigio delle strade e le vernici dei muri.

Stabilito un luogo di riferimento, la sopravvivenza ha poi bisogno di risorse. La natura è punteggiata da miniere di carbone, giacimenti di litio e viene sfruttata fino al mare.

Senza troppe parole un timelapse mostra lo sbiancamento dei coralli.

 

Infine, conclusasi l’utilità di una risorsa o bene, l’uomo non si fa scrupoli nel liberarsene. Genera così rifiuti, senza considerare che, sebbene allontanati dalle aree urbane, andranno a impattarne delle altre.

Solo perché non si vede, non vuol dire che non esista. E il focus di questa mostra possiamo riassumerlo con questa frase. Gli artisti ci hanno dato delle visioni dall’alto, delle panoramiche, dei dettagli e delle prospettive che da soli non possiamo avere. Non averne esperienza diretta, non rende pienamente consapevoli del reale stato delle cose.

Non solo ars gratia artis

Grazie a queste immagini la nostra coscienza viene mossa e con-mossa, nel suo significato etimologico di mettere in movimento. Perché l’arte è da sempre lo strumento di conoscenza più efficace, versatile, immediato e accessibile a tutti. Con queste foto possiamo renderci davvero conto della vastità e dalla gravità del nostro impatto sul pianeta.

Conclusioni

Vale la pena una visita a questa mostra, nonostante la grande affluenza, la fruizione è agevole e merita tutta la nostra attenzione.

Le foto mettono davanti al pubblico un’evidenza difficile da ignorare.

Il pianeta ci offre una casa e le risorse necessarie alla nostra sopravvivenza, ricevendo in cambio non troppo rispetto.

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