L’Aquila grandi speranze e delusioni

Un mese è mezzo fa è stato trasmesso il primo episodio della serie tv L’Aquila grandi speranze. Diretta da Marco Risico-prodotta dalla RAI è stata realizzata in occasione del decennale del terremoto avvenuto il 6 aprile 2009 nel capoluogo abruzzese. La serie ha deluso le aspettative, non solo dell’ente che ha dovuto interrompere la messa in onda su RAI 1 e spostarla sul palinsesto del canale 3, ma soprattutto del pubblico, in particolare di chi ha vissuto a L’Aquila.

Fin dalla prima puntata risulta chiara la mancanza di approfondimento sul tema da parte degli sceneggiatori Doriana Leondeff e Stefano Grasso (nonostante la Leondeff abbia saputo più volte scrivere degli ottimi film, si veda Pane e Tulipani o le collaborazioni con Carlo Mazzacurati) dimostrando indifferenza nel comprendere ciò che si è sviluppato dentro e fuori le mura della città. Le voci di protesta degli stessi aquilani sottolineano come diversi aspetti della storia siano poco realistici.

Dal momento che si mette piede in città è impossibile non essere travolti dall’accento aquilano con la sua cadenza, il suo gergo popolare, la sua S (ʃ) distintiva, come quando invece di dire “si”, ti rispondono “eh sci…”. Una parlata così esclusiva che quando sei a Roma Tiburtina e devi prendere il bus per L’Aquila non serve nemmeno chiedere quale sia lo stallo di partenza perché basta tirare l’orecchio verso la piattaforma che pullula di “Oh Freghete”, “Te pozzen’ accie”, “ngulu frà”, “jamo quatrà”, “…’na tazza da ju boss”. Una parlata che risulta decisamente assente nei personaggi della serie.

Tra le scoscese e le salite del capoluogo il fiato che resta si centellina, meglio i motori, nonostante il traffico aquilano sia da suicidio e i mezzi pubblici di questi ultimi anni siano stati un terno all’otto.

La serie di Risi suggerisce le biciclette a cui i ragazzini sembrano molto affezionati. Ben rari però sono stati i prodi che hanno corso in bici a seguito del terremoto per le strade altalenanti e crepate di buche nel grande labirinto mobile delle zone rosse.

Gli stessi ragazzini inverosimili che divisi in gang si fanno la guerra, correndo tra impalcature e palazzi diroccati come se nulla fosse. Le testimonianze di chi ha vissuto nelle tendopoli parla di un incremento del senso di comunità, dell’aiuto che si dava e si riceveva nel periodo successivo al sisma e che si è protratto nel tempo, facendo sorgere anche una vera e propria esplosione di associazioni.

Inoltre i giovani cresciuti nei Progetti CASE e nei MAP hanno un rapporto diverso col centro storico rispetto alle vecchie generazioni. Aspetti che nella serie non vengono nemmeno affrontati.

Assurda se non ridicola è la scelta di far scomparire sotto gli occhi dei genitori una bambina poco dopo la scossa delle 3:32 in Piazza Duomo. Se fosse morta o rimasta intrappolata tra le macerie sarebbe stato più credibile dato che quella notte su 309 morti alcuni erano bambini.

Qualsiasi cosa sia passata nella mente degli sceneggiatori il risultato è stato negativo e canzonato. Su Facebook è stata creata la pagina “Costanza” per far ironia sull’insensata scomparsa della bambina, con l’hashtag #recaccèteCostanza”.

Mentre la serie continua, stravaganza e convenzionalità non si fermano: dal francese che beve l’acqua (non potabile con tanto di avviso) dalla Fontana della 99 Cannelle alla storia d’amore che nasce tra i figli dei due rivali.

Ciò che poteva essere e non è stato. Questo fu uno slogan che a L’Aquila andò di moda per tanti anni. La città però non si meritava una serie che fosse il simbolo di quel rimpianto. In dieci anni sono successi eventi e trasformazioni di cui si conosce poco perché la maggior parte di essi non sono stati raccontati.

Le notizie che arrivano al resto degli italiani sono sempre incentrate sulla tragedia, lo scandalo, la propaganda politica, i fondi destinati alla ricostruzione. Da fuori è un continuo lamento e troppe ingiurie sono state dette senza sapere.

Oltre ad abbattere luoghi comuni la serie tv poteva essere l’occasione di sensibilizzare gli italiani sull’intima realtà post-terremoto che non si conosce, nonostante l’Italia sia una penisola martoriata da gravi scosse.

Si sono riempiti giornali, notiziari, siti web e migliaia di bocche con opinioni riguardanti la tragedia e la ricostruzione materiale della città. In quanti però hanno pensato all’assetto sociale che è andato completamente distrutto?

Quante persone non si sono ammalate perché hanno perso il legame con il loro quotidiano tra la casa come nido d’abitudini e la propria comunità fatta da amici di una vita, familiari, vicini di casa che si conosceva, i negozianti a cui si era affezionati, il mercato crocevia d’incontri?

In quanti hanno pensato di dare alla città dei luoghi comuni dove ritrovarsi, di creare degli eventi dove stare nuovamente insieme? Pochi, molto pochi, ma necessari. L’Aquila dopo il 2009 ha insegnato una delle cose più importanti che spesso si dimentica come cittadini, nonché la forza della comunità in cui si cresce. Gli individui “dal basso” (anche contro la legge) hanno ottenuto un luogo e l’hanno aperto ai loro compaesani tentando di ricucire quei rapporti perduti con la diaspora.

Il ruolo del servizio pubblico non è solo quello d’informare o d’intrattenere, ma soprattutto di sensibilizzare e perché non farlo con delle storie umane, con delle vicende che non siano sempre così maledettamente lontane dalle nostre realtà, piene di stereotipi e di superficialità. L’Aquila post terremoto sta vivendo una situazione ricca di narrazioni così delicate che forse non tutti hanno la consapevolezza e la sensibilità di raccontare questo microcosmo.

Sull’Autore

Articoli Collegati