Isteriche, donne che non si fecero tradurre dal potere maschile

Già nell’Ottocento fu chiaro a Ernest-Charles Lasègue (1816-1883), medico francese, che “la definizione di isteria non è mai stata data e mai lo sarà”. Come mai allora, nonostante questa consapevolezza frustrante, il fenomeno isterico non ha perso la sua potenza e forza nei secoli? Cosa rende la sua analisi così peculiare e differente dal resto? La sua forza, evidente anche dalla sua lunga vita (se ne fa menzione negli scritti di Ippocrate, risalenti al 5°-4° secolo a.C), si trova proprio nella sua intraducibilità. Una intraducibilità che ha reso insufficiente il sistema tradizionale medico e che ha condotto alla nascita di una nuova teoria-movimento, la psicoanalisi, svelando nuovi aspetti dell’umano.

Il punto di partenza principale della psicoanalisi è, infatti, l’incontro con la donna, più precisamente con l’isterica, e le sue necessità. Nonostante il discorso sull’isteria abbia origini antichissime, Sigmund Freud è forse il primo che abbia dato spazio alla donna come soggetto e non come oggetto del discorso medico sulla malattia. In un mondo scientifico fortemente condizionato dalle società e dagli stereotipi che avrebbero voluto ridurre la donna al silenzio, è importante riconoscere e ringraziare le donne che hanno fatto emergere la loro voce e soprattutto chi ha dato loro ascolto. L’isterica, a fine Ottocento, inizia ad assumere la dignità di soggetto e viene finalmente inteso il  concetto di sintomo in una nuova prospettiva. Non più come follia senza senso o come fenomeno meramente biologico, bensì come il tentativo della donna di esprimere un contenuto rimosso, un materiale impossibile da rinchiudere entro le logiche del discorso. Il sintomo è ora riconosciuto come un processo verso la verità, il risultato di un conflitto inconscio che fa emergere desideri profondi ma inaccettabili (spesso incestuosi) in modo cosciente. Di questi passi iniziali, Freud attribuisce il merito a un neurologo francese, Jean Martin Charcot poiché “egli dimostrò che i fenomeni isterici sono qualcosa di autentico e conforme a uno scopo”.

Studi sull’Isteria, scritto da Breuer e Freud, 1895

L’isteria, pur essendo stata riscontrata anche in soggetti maschili, è fin dalle origini una patologia prettamente femminile. Il suo nome ne è garanzia: Hysterion, ovvero utero. Il discorso sull’isteria fu, come per il resto delle patologie, sempre condotto da una medicina ufficiale composta unicamente da uomini, un discorso spesso fondato su stereotipi sociali vaghi, su un concetto di “follia” sempre a svantaggio della donna. Molte donne furono tacciate come isteriche perché non incrinassero l’ordine costituito con il loro attivismo sociale, per le loro idee femministe e per la loro vita sessuale più libera della norma. Spesso furono internate, chiuse nei manicomi e mutilate.

Il film Hysteria (2011), commedia diretta da Tanya Wexler, racconta della nascita del vibratore quale strumento pensato per curare l’isteria. Nel finale, il medico protagonista Mortimer Granville, durante il processo di una donna accusata di isteria pronuncia un discorso decisivo: “Dopo aver ascoltato le mie pazienti e dopo attente riflessioni, l’opinione professionale che ho maturato riguardo all’isteria è che non esiste. Non è che una diagnosi piglia-tutto per donne insoddisfatte, costrette a passare la vita tra faccende domestiche e mariti puritani e egoisti che non hanno voglia o non sono capaci di fare l’amore nel modo giusto o… abbastanza spesso.

Per quanto sia senza dubbio una definizione molto parziale, riassume bene come l’isteria fosse un’accusa-scudo dietro il quale l’uomo poteva ripararsi dalle reazioni femminili. Ancora oggi, quando una donna mette in crisi il sapere dell’uomo le viene affibbiato il piglia-tutto “isterica”, cercando di delegittimare il suo intervento. La visione della donna isterica come una pianta grane, nervosa senza motivo e urlante è ancora radicata nella nostra società e ciò non fa che togliere alle donne ripetutamente valore, della serie: “se stai zitta mi piaci di più”. Ricordiamo loro che questa sindrome è stata eliminata dall’elenco delle malattie biologiche e da quelle di origine psichiatrica redatto dall’American psychiatric association, anche se solamente nel 1987.

La potenza dell’isteria risiede nella manifestazione di sintomi così differenti e superficialmente immotivati da rendere difficile la decifrazione di essi e del soggetto da parte della scienza accademica. La donna tramite la “malattia” ha la possibilità di esprimere se stessa e sfuggire al potere e alla pretesa d’obbedienza del potere mascolino, sopratutto in un’epoca colma di tabù sessuali quale era lepoca Vittoriana (1837-primi del 1900). La crisi isterica permetteva quindi una improvvisa liberazione ed espressione di desideri sessuali, repressi quotidianamente dalle norme ottocentesche-borghesi e dalla morale cristiana.

Probabilmente furono le donne isteriche ad informare Freud sul ruolo particolare e centrale della sessualità nei conflitti psichici e su quanto possa diventare patologica una sessualità repressa e impedita. Importante fu il caso di Dora, una ragazza di diciotto anni mandata in cura da Freud dalla famiglia poiché creava molti problemi, turbando l’ordine sociale e rovinando l’immagine della stessa famiglia. Si può dire che incrinando l’ordine apparente e disobbedendo alle regole sociali la donna malata insinua disordine nella classe moralista borghese. La passione isterica riesce ad alterare e mettere in crisi i fantasmi sociali dettati dall’ignoranza e dal buon costume.

Dora (Ida Bauer) e suo fratello Otto

Tramite l’analisi, l’isterica riesce a riconoscere il suo desiderio represso e incestuoso verso il padre aprendo così una via privilegiata alla questione della femminilità, riconoscendone le specificità e il diritto all’espressione del desiderio: il desiderio di un soggetto. Essendo soggetto non si può avere più, da parte del medico, la pretesa di  una interpretazione e comprensione totale ma la donna è riconosciuta come individuo enigmatico. Grazie allo studio sull’isteria Freud si avvicina a concetti che diventeranno poi fondamentali per l’intera psicoanalisi quali inconscio, rimozione, transfert...

Alexander Lowen, nel libro del 1988 Amore e Orgasmo, scrive che alla base dell’isteria vi è la scissione tra amore e sesso. Il marito viene identificato con il padre, entrambi sono visti come personaggi autoritari e dalla morale restrittiva, e per questo è necessario reprimere ogni desiderio. Semplificando, per la donna isterica l’eccitamento esiste soprattutto al di fuori della famiglia, con la tendenza a intessere relazioni extraconiugali e la volontà di sedurre l’altro costantemente. L’eccitamento lo si trova quindi fuori dalla famiglia patriarcale. Si tratta di una volontà di sedurre che alla fine non si concede, sfugge, rifiuta di sentirsi oggetto dell’altro e di essere considerata possesso altrui. Jacques Lacan (1901-1981) nel seminario RSI dice che “una donna sa essere il sintomo di un uomo mentre l’isterica di rifiuta di esserlo“, rifiuta di essere mezzo di godimento. In uno “sciopero del corpo” ella seduce e desidera farsi desiderare ma, vissuta come una sfida, si sottrae all’atto poiché visto come una vittoria dell’uomo-padrone.

Uno dei casi più rilevanti e conosciuti riguarda Berta Pappenheim, meglio conosciuta con il nome fittizio di Anna O (1859 – 1936). Paziente del dottor Josef Breuer, la sua terapia viene descritta anni più tardi in Studi sull’Isteria (1895). I sintomi di Berta si erano sviluppati nell’estate del 1880 mentre si prendeva cura del padre malato. Questa fase iniziale fu chiamata da Breuer “incubazione latente”; dal dicembre 1880 la psicosi si manifesta con paralisi, contratture, disturbi della vista, disorganizzazione del linguaggio. Viene riportato negli scritti che a marzo 1881 Berta non riusciva più a parlare nella sua lingua madre (il tedesco) ma solamente in inglese. Dopo la morte del padre (1881-82) la paziente peggiora e la distinzione tra le personalità di Anna O si fa sempre più netta. La principale terapia attuata è l’ipnosi e il recupero del ricordo. Raccontando il trauma e ricordando, il sintomo scompariva grazie a un metodo chiamato “catartico”. Nonostante questo metodo abbia avuto effetti positivi, dopo poco la paziente è tornata ad accusare i sintomi e viene ricoverata più volte.

Anna O. ovvero Bertha Pappenheim (1859-1936)

La nascita della psicoanalisi e il caso di Anna O condizionano enormemente differenti campi di sapere, tra i quali il cinema. Negli anni ’40 del Novecento nascono infatti i generi del noir e del woman’s film che, attraverso la problematizzazione e deformazione della visione, mettono in scena la nuova questione dell’inconscio, la dualità (conscio-inconscio) dell’esperienza soggettiva e le sue fratture, i rapporti conflittuali. Numerosi gli scenari edipici, dovuti alle formulazioni freudiane, in cui si valorizza la funzione paterna (rispetto a quella pre-edipica materna), confinando la madre a una influenza minore. Ma, come è scritto nel capitolo sul woman’s film del libro La grande Hollywood (2007) di Veronica Pravadelli, all’oblio in cui Freud getta la madre, si contrappone la tenacia con cui alcune isteriche si sono battute per “divenire soggetto del proprio discorso, protagonista della propria vita” (S.Vegetti Finzi). Per la psicologa italiana, il caso di Anna O e il suo fallimento hanno reso possibile il passaggio “dal discorso sull’isteria al discorso dell’isteria”.

Nel libro della Pravadelli viene resa evidente la somiglianza tra il percorso di trasformazione della protagonista del film Perdutamente tua (Irving Rapper, 1942), Charlotte, e il caso di Anna O. Charlotte all’inizio del film viene mostrata sola, goffa e in balia del potere della madre, ma riesce successivamente, con la cura psicoanalitica, a emanciparsi e costruirsi una vita propria, non determinata dal volere materno e nemmeno dal codice sociale (per esempio, rifiutando il matrimonio). Il film parla del percorso di una donna, finalmente soggetto di una pellicola, e della sua trasformazione fino alla liberazione. Lei riesce ad avere una vita sociale, senza più nascondersi, ad ottenere la vita di una donna che sa di essere soggetto autonomo e che, di conseguenza, può decidere di diventare “oggetto” del desiderio, dello sguardo altrui quando lo vuole, senza  più paura di essere un “sintomo” per il maschile.

Bette Davis interpreta Charlotte in “Perdutamente tua”

Michel Foucault (1926-1984) individua nelle isteriche le prime attiviste dell’anti-psichiatria, essendo loro in grado di fuggire dalle verità imposte negli ospedali psichiatrici e dalle loro facili etichette di “follia” e “demenza” affibbiate a ogni donna che, ribellandosi, creava disordini. Esse hanno resistito al potere accademico tramite l’esasperazione dei sintomi e la spettacolarizzazione senza freni della loro “malattia”. Questo percorso portò a una sovversione tra soggetto e mondo morale di carattere innovativo, trovando nell’isteria il mezzo supremo di espressione della propria voce e individualità.

Le storie di alcune di queste (e di tante altre) donne dimostrano come l’isteria abbia avuto finalità emancipatorie e abbia permesso di liberare la donna “dall’autorità maschile e dai condizionamenti sociali verso l’individualizzazione e la soggettività” (Le isteriche o la parola corporea, intervento di Silvia Vegetti Finzi). Questo sottrarsi al potere maschilista e al ruolo idealizzato in cui si era tentato di ridurre la donna, tramite la disobbedienza della malattia,  è stato un processo fondamentale per arrivare ai giorni nostri, al cammino di emancipazione che stiamo compiendo. È stato necessario usare la patologia per arrivare alla consapevolezza dell’intera società e ora si può (e si deve) lottare per una società in cui la donna non avrà più bisogno di scaricare la frustrazione tramite i sintomi. Ma questa trasformazione radicale chiama in causa tutta la società, una società in cui “la donna matura non è per l’uomo né una concorrente né una creatura distruttrice, è donna completa e quindi può essere vera amica” (Alexander Lowen). Come ha sostenuto Agnes Heller, filosofa ungherese, nel suo libro Il lungo cammino delle donne, dall’emancipazione alla liberazione, è ora di giungere al periodo in cui noi donne possiamo essere indipendenti anche grazie agli uomini, senza combatterci come nemici.

Sull’Autore

Sono una ragazza romagnola di vent'anni, frequentai in ancor più giovane età il Liceo delle Scienze Umane, lì è nata la mia passione per l'antropologia e la pedagogia. Mi sono trasferita a Budapest questo settembre per (in)seguire un'altra mia passione: il teatro.

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