Dobbiamo continuare a parlare della Cecenia omofoba!

La denuncia viene lanciata il 5 aprile da Novaya Gazeta, quotidiano indipendente russo: il governo ceceno ha rinchiuso illegalmente più di cento individui “sospettati di omosessualità” in un campo di detenzione segreto presso Argun, 15 chilometri distante dalla capitale Groznyj.

Questa “retata profilattica” è iniziata con i rastrellamenti da parte della polizia durante un gay pride a Nal’čik, cittadina del Caucaso; più di cento omosessuali sono stati prelevati con la forza e spediti in questa prigione, e qui vessati e torturati affinché facessero altri nomi di altri gay loro amici o colleghi, permettendo così ai poliziotti di allargare a macchia d’olio la loro caccia all’uomo.

Chi è riuscito a fuggire da Argun dichiara di essere stato picchiato e torturato: “Ci hanno fatto l’elettroshock. Era molto doloroso. Ci picchiavano con dei tubi. Sempre sotto la vita. Ci dicevano che eravamo «cani che non meritano di vivere», che non avevamo più diritti”. 

Il capo di governo paramilitare ceceno, Ramzan Kadyrov, ha smentito con la subdola dichiarazione: “Non si possono detenere e perseguire persone che semplicemente non esistono nella Repubblica Cecena. Se qui ci fossero persone simili, le forze dell’ordine non avrebbero bisogno di avere a che fare con loro, perché i loro parenti li manderebbero in un luogo da cui non c’è più ritorno”, alludendo alla pratica dell’omicidio d’onore ancora valida nelle zone caucasiche. Tutto questo mentre i morti accertati sono già 50.

La posizione del campo di Argun, in Cecenia.

La posizione del campo di Argun, in Cecenia.

La notizia che riporto, in verità, non è nuova: già da tempo è stata ripresa e diffusa da tantissimi enti in tutto il mondo: Amnesty Internationalin primis, ha lanciato un appello di trasparenza e risoluzione immediata riguardo a una situazione già degenerata nel crimine contro l’umanità; Novaya Gazeta, collaborando con la comunità LGBT russa, ha attivato un numero verde (kavkaz@lgbtnet.org) di supporto e soccorso per i perseguitati o per tutte quelle persone che semplicemente si sentono minacciate a causa del loro orientamento sessuale.

Il sensazionalismo presso il resto del mondo si è però spento in un paio di giorni e il fatto, gravissimo e deprecabile, presso l’opinione pubblica sembra essere finito nel dimenticatoio o quasi, bruciato nell’indignazione del momento: non dobbiamo smettere di parlarne e di condannarlo, la distanza geografica e culturale che ci separa da Argun e dalla Cecenia non devono prevalere sul nostro senso civile e umano.

Mentre Putin afferma di non sapere, la comunità cecena sa bene quanto l’omofobia sia radicata al suo interno: un outing porterebbe conseguenze così gravi all’individuo che spesso uomini e donne si ritrovano costretti a pagare la polizia affinché non divulghino il loro orientamento sessuale “non-tradizionale”. Quando il giochino perverso si rompe, ecco che due poliziotti arrestano il “colpevole” e lo rinchiudono ad Argun insieme ad altre persone come loro o imputate di un crimine diverso (drogati, sospettati jihadisti, intellettuali).

Le ferite riportate da un sopravvissuto.

Le ferite riportate da un sopravvissuto.

“Mi hanno portato in un posto che sembra abbandonato ma invece è una prigione segreta su cui non ci sono informazioni ufficiali. Più volte al giorno ci portavano fuori per picchiarci. Lo chiamavano «interrogatorio». I detenuti venivano interrogati, costretti a sedersi su delle bottiglie, picchiati. Alcuni venivano percossi fino a un attimo prima che morissero e poi riconsegnati ai famigliari”. Queste le parole di un testimone sopravvissuto. “C’erano solo tre modi per uscire da lì: pagare una somma enorme di denaro, dare i contatti di altri, o essere dati in mano a dei parenti perché fossero loro a finire il lavoro.

Frasi come queste sembrano proprie di un libro di Primo Levi, così lontano pare il tempo dell’olocausto e dei campi di concentramento nazisti: il 2017 è il 70esimo anniversario della pubblicazione di Se questo è un uomo, coincidenza dall’amara ironia se si pensa che la detenzione omosessuale in Cecenia è solo l’ultimo episodio di una lunga e ignobile serie di violazioni dei diritti umani.

Se abbiamo veramente imparato qualcosa, sappiamo che non occorre arrivare di nuovo a sei milioni di ebrei ammazzati per denunciare e cercare di fermare i carnefici come la Cecenia, repubblica russa narcotizzata dalla spregevole dittatura di Kadyrov e con un senso umano calpestato dalle tradizioni radicali.

Sull’Autore

Classe '96, nato bresciano, studente di Lettere Moderne presso l'Alma Mater di Bologna. Oltre al mio blog "Parole alla Tempesta", scrivo per "Mangiatori di Cervello" e altri progetti.

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