Zaire 1974, una storia di calcio e morte

22 giugno 1974, Gelsenkirken, Germania.

Si sta giocando un match dei gironi del Mondiale di calcio: Brasile-Zaire, i verde-oro sono già in vantaggio per tre reti a zero e siamo a dieci minuti dalla fine. Rivelino, uno dei talenti della nazionale sudamericana, poggia il pallone per terra, per battere la punizione dal limite assegnatagli dall’arbitro. Dalla barriera, ancora prima che il direttore di gara possa dare il via alla battuta, esce Mwepu, terzino dello Zaire, che scaglia il pallone lontanissimo, quasi a sfiorare la testa di Rivelino. Ovviamente il calcio piazzato è da ripetere, ma un silenzio misto ad incredulità e stupore pervade l’atmosfera dello stadio. “Ma questi africani non conoscono neanche le regole?” avranno pensato l’arbitro, Rivelino e tutti gli spettatori. Ma la storia è molto, molto più complicata di quel che può sembrare.

Lo Zaire, adesso – e un tempo – chiamato Congo, venne scoperto dal cartografo britannico Henry Morton Stanley, che fu il primo a risalire il famoso fiume Congo. Successivamente il territorio passò ai belgi, il cui sovrano Leopoldo II ne fece il suo parco giochi personale. Fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si calcola che, su ordine diretto o indiretto di re Leopoldo, siano morti circa 12 milioni di congolesi, in una delle pagine più oscure – e non ancora completamente spiegate – della storia dell’umanità.

Nel 1960 i tempi sono maturi, però, per mettere fine ai colonialismi africani. Re Baldovino del Belgio cede così il Paese a Patrice Lumumba, il leader della lotta indipendentista congolese.
Di lì a poco, però, Lumumba viene assassinato, e prende il potere il capo maggiore dell’esercito Joseph-Desirè Mobutu. I congolesi ancora non lo sapevano, ma con il colpo di Stato di Mobutu si apriva una dittatura trentennale, fra le più dure della storia dell’Africa nera. Nel 1971 il Congo viene rinominato Zaire, per ordine del suo dittatore, e il vestiario occidentale viene proibito.

8f54620275eb0a9ddcf94a8a462703fc

             Joseph-Desirè Mobutu

Le dittature hanno spesso usato il calcio come veicolo di propaganda, e quella di Mobutu non fa eccezione: risolleva di tasca sua i cartellini dei giocatori e rinforza le squadre congolesi, che vincono ripetutamente la Coppa dei Campioni africana; grazie agli incentivi economici, lo Zaire diventa una buona squadra, riuscendo a qualificarsi per l’unico posto disponibile per l’Africa ai Mondiali di Germania del 1974.

Gli eroi della qualificazione vengono ricoperti d’oro ma, una volta in Germania, la squadra congolese allenata dallo slavo Vidinic si dimostra inadeguata agli standard del mondiale: perde la prima partita 2 a 0 contro la Scozia, e la seconda addirittura 9 a 0 contro la Jugoslavia.

Per Mobutu l’onta è irreparabile: manda un jet privato con i suoi uomini fino in Germania, nel ritiro dello Zaire, per parlare con i giocatori.
La terza e ultima partita del girone è ancora più difficile delle prime tre: lo Zaire affronta il Brasile dei fuoriclasse, che si porta quasi subito sul 3 a 0. Nel finale accade l’episodio di cui si parlava all’inizio: Rivelino deve battere la punizione, ma Mwepu calcia via il pallone lontano.

la-figurina-di-mwepu

         Joseph Mwepu Ilunga

Qualche giorno dopo si saprà la tragica verità: gli uomini di Mobutu avevano minacciato di uccidere i giocatori e tutte le loro famiglie nel caso il Brasile avesse segnato più di tre gol. Quando Mwepu calcia quel pallone il più lontano possibile non sta pensando alla partita e agli schemi di Vidinic, ma alla sua pelle e a quella della sua famiglia.

La nazionale dello Zaire è salva ma viene comunque eliminata dal torneo, viste le tre sconfitte in tre gare, ed è costretta a tornare a Kinshasa di nascosto. Mobutu, per cancellare l’onta, qualche mese dopo decide di organizzare uno dei più grandi eventi sportivi del ‘900: The Rumble in The Jungle, il leggendario match di pugilato tra Muhammad Alì e George Foreman, in quella che rimane forse la miglior interpretazione data su un quadrato da parte di un pugile. Ma questa è un’altra storia.

In questa, quel che ci rimane è il viso terrorizzato di Mwepu, simbolo di una delle dittature più violente del ‘900.

Sull’Autore

Comunicatore, laureando, apprendista storyteller, social media strategyst, antipatico e divoratore di pizze. Per MdC cerco di collegare cultura pop e storytelling come se esistesse veramente una relazione fra le due cose.

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione