Un Conte debole e in balia di Renzi

Il Conte-bis è caduto. Un bagno di realtà per il Primo Ministro Conte che dopo esser stato costretto a tagliare i ponti con Italia Viva di Matteo Renzi si trova costretto – nel bene e nel male – a continuare ad averci a che fare.

La rottura tra Renzi e Conte era nell’aria ormai da mesi. Sebbene fattori prettamente interpersonali abbiano influito sulla decisione finale del fiorentino, è innegabile come vi siano state precise considerazioni politiche che hanno mosso Renzi e di fronte alle quali Conte ha potuto fare ben poco. Uno degli aspetti più interessanti dell’intera questione sta nella constatazione che il Governo sia caduto per un partito che – sondaggi alla mano – è dato al 3-4%. Un campanello d’allarme fortissimo per chi, ancora oggi, è convinto che un sistema elettorale prettamente proporzionale possa, in qualche modo, davvero sfavorire Matteo Salvini e Giorgia Meloni. L’adozione, infatti, di un simile sistema non condizionerebbe più di tanto i due partiti “sovranisti” che, godendo di un complessivo 40% circa dei consensi, potrebbero governare insieme senza la necessità di ulteriore supporto. Al di là della barricata, invece, la perenne e storica frammentazione della galassia della Sinistra italiana crea vere e proprie paludi dalle quali è difficili trarre solide maggioranze parlamentari, proprio a causa della frammentazione politica che un sistema proporzionale garantisce. In altre parole: se un singolo partito (Italia Viva) è riuscito a mettere in crisi un Governo, non aspettatevi che altre possibili alleanze con partitini raccattati qua e là possano favorire la costituzione di maggioranze più stabili; specie considerando l’estrema eterogeneità di quella palude centrista dal quale Conte spera di raccogliere seggi e composta da socialisti, comunisti, democristiani ed ex-grillini.

Sebbene, poi, il tempismo di Renzi nella rottura sia stato alquanto discutibile considerata l’emergenza sanitaria in corso, occorre chiarire che dal punto di vista prettamente politico la spallata renziana segue un preciso progetto. Matteo Renzi ha sempre avuto due principali obiettivi politici: erodere il consenso in casa Cinque Stelle e potersi finalmente vendicare del suo ex-partito, accusato di averlo marginalizzato – e non a torto – in seguito alle continue debacle successive a quel famoso referendum costituzionale fallito del 2016. In entrambi i casi, Matteo Renzi ha dimostrato di poter far buon viso a cattivo gioco. Occorre infatti ricordare che fu proprio Matteo Renzi ad imporre un fortissimo veto alla prima alleanza giallo-rossa (che poi sfociò nel primo Governo Conte tra i pentastellati e la Lega) quando proprio Renzi non era, in linea teorica, più nessuno. Fu poi Renzi, prossimo alla fondazione di Italia Viva, ad apporre il suo sigillo alla nascita di un Governo giallo-rosso all’indomani della crisi del Conte I ad opera di Matteo Salvini. Un apparente cambio di paradigma incoerente, ma che in realtà ha sortito – tutto sommato – gli effetti desiderati proprio dal fiorentino. La convivenza, difficile, tra PD e Cinque Stelle ha finito per scontentare gli elettorati di entrambe le parti con il crollo, assai repentino, dei Cinque Stelle e con l’incapacità – anche grazie ad una leadership non esattamente entusiasmante – del PD che ancora fatica a schiodarsi da quel 20% a livello nazionale. Il tutto nonostante le gaffe e il calo di popolarità della Lega di Matteo Salvini.
Se, poi, a destra vi è un argine ben noto all’emorragia di voti in casa Lega rappresentato da Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia; il travaso di voti all’interno della compagine Governativa è più critico, specie considerando le antipatie e i dissidi tra le diverse anime che la caratterizzano. E così, in pieno fenomeno “Sardine” – poi scomparse, come ampiamente previsto – il PD risultava terrorizzato dall’eventuale nascita di un partito “Santori” a causa del rischio di perdere un certo bacino di voti che già apparteneva a quella galassia politica. In altre parole, l’eventuale nascita di un partito delle “sardine” difficilmente avrebbe rubato voti a destra, ma li avrebbe presi proprio a sinistra indebolendo partiti che di certo già non navigavano in buone acque. Analoga questione si è riproposta ora con Conte che rappresenta un pericolo proprio per il PD. L’eventuale presenza di diversi “responsabili” disposti a correre in soccorso al Premier risulta un elemento terrificante per i vertici democratici. Molti, infatti, temono che la caccia ai responsabili possa essere il trampolino di lancio per un partito personale del Premier Conte. Un’altra creatura a sinistra incapace di erodere voti a destra – specie dopo i pesantissimi attacchi che il Premier ha riservato proprio a quella parte politica – e che dunque guarda con maggior appetito, anch’essa, a sinistra.
Renzi si conferma, ancora una volta, il più vincente tra gli sconfitti; sicuro che, nonostante tutto e tutti, il suo ruolo non diventerà mai davvero marginale. I fatti, del resto, sembrano dargli perfettamente ragione.

Il Senatore Ciampolillo, ex-5 Stelle, è stato uno dei “responsabili” che ha permesso a Conte di ottenere la maggioranza a Palazzo Madama. La sua figura risulta, tuttavia, assai controversa a causa delle sue posizioni su COVID e Xylella.
FOTO DI REPERTORIO

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Sebbene infatti il Governo Conte-bis abbia ottenuto, in un primo momento, la maggioranza alla Camera e al Senato anche dopo lo strappo con Renzi, l’opera di acquisto seggi da parte del Premier nella galassia dei “responsabili” è dovuta proseguire – specie alla luce dei rilievi del Presidente della Repubblica che avrebbe voluto la costituzione di una maggioranza meno incerta – ma è, alla fin fine, fallita. Se il piano sembrava essere destinato, almeno inizialmente, al successo, recenti avvenimenti hanno reso la strada tutta in salita per il Premier. Da un lato, la campagna mediatica/elettorale intrapresa dalle opposizioni sulla figura del senatore Ciampolillo (ex-5Stelle) che ha imbarazzayo la compagine Governativa; dall’altro, la scure giudiziaria che si è abbattuta – mai tempismo fu più sospetto – sull’UDC, una delle forze “responsabili” che più risultava fondamentale per il successo dell’operazione inaugurata da Conte. Una decisione, quella della procura di Catanzaro, che porta al pettine nodi già noti. È l’eterna contrapposizione ideologica sul tema della giustizia tra PD e Cinquestelle: garantisti i primi, giustizialisti i secondi. E così, Conte si trova da una parte costretto a continuare il corteggiamento verso l’UDC, ma dall’altro sa benissimo che i Cinque Stelle non potrebbero accettare l’apertura a un soggetto politico che vede il suo segretario indagato per collusione con la ‘ndrangheta. Un eventuale accordo con l’UDC, dunque, sarebbe un rospo sin troppo amaro da mandar già; sarebbe l’ennesimo colpo basso per un Movimento in crisi di consensi. E così, con estremo rammarico, Conte non ha potuto fare altro che consegnare le proprie dimissioni al Presidente della Repubblica che ora avvierà le consultazioni e decidera sul da farsi.

Ecco allora che alla porta si riaffaccia Renzi, sempre sorridente e sornione. L’invito è chiaro: “Italia Viva è disponibile a rientrare in una nuova maggioranza, ma ad un prezzo.” E il prezzo è ben noto: l’aumento di potere affidato proprio alla formazione di Renzi che ora ha il potere per negoziare più Ministeri. Il tutto sarebbe a discapito dei Cinque Stelle ovviamente ed è ben noto come la prima testa -importante – a cadere, se si seguisse questa strada, sarebbe proprio quello della Ministra Azzolina, attaccata ferocemente proprio da Renzi per la sua gestione non esattamente edificante del mondo della scuola. E l’alternativa? L’alternativa presentata da Renzi è semplice: il voto. Un voto, sia chiaro, che condannerebbe IV all’oblio, ma che spaventa tutte le forze della maggioranza e ringalluzzisce le opposizioni. Ancora una volta, dunque, Matteo Renzi – partito al 3-4% a livello nazionale, ricordiamolo ancora – detiene un potere di ricatto enorme.  È utile, tuttavia, ricordare come la soluzione del voto si scontra con un limite temporale ben preciso. Nel luglio 2021, infatti, inizierà il semestre bianco del Presidente Mattarella durante il quale Egli non potrà sciogliere le camere, passo fondamentale per arrivare ad elezioni anticipate. Considerando che il termine naturale dell’attuale legislatura è fissato per il marzo 2023 e che dunque gli ultimi sei mesi di legislatura non coincidono affatto con il periodo del Semestre bianco del Presidente, non vi è deroga che tenga. L’organizzazione di una tornata elettorale entro il luglio del 2021 pare assai improbabile. A questo, tuttavia, va aggiunto un vero e proprio veto di Conte sul nome di Renzi; l’avvocato pugliese non sembrerebbe disposto ad aver nuovamente a che fare con il rottamatore fiorentino. Questa posizione intransigente, ma comprensibile, complica il quadro politico.

Quali sono, allora, le possibili alternative al Conte-bis, ora, oltre al già menzionato (e improbabile) ritorno alle urne? La prima soluzione, la più logica, è quella di costituire un Conte-ter continuando e  raccattare seggi nella palude del Centro, formando una maggioranza ancora più debole rispetto a quella precedente in quanto più eterogenea e dissidente. La seconda, più ardua, è convincere altri delusi da IV e da Forza Italia, con il rischio tuttavia di far adirare la compagine pentastellata che non ha mai visto il partito di Berlusconi di buon occhio.
Le altre strade possibili difficilmente vedranno la figura di Conte a Palazzo Chigi. Se da un lato, inoltre, l’ipotesi di un Governo di unità nazionale si allontana sempre di più ancora in campo rimangono due possibili varianti: il governo tecnico (e il nome di Mario Draghi continua ad essere sussurrato) e che probabilmente potrebbe vedere anche la partecipazione – non assicurata, tuttavia – delle forze di destra oppure un Governo di scopo, incaricato di gestire l’emergenza COVID e di arrivare ad una nuova legge elettorale, tema che sembra tornare di prepotenza nel dibattito politico italiano. Insomma, attenzione a considerare Renzi come uno sconfitto; la realtà è ben diversa.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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