La politica estera secondo Di Maio: Libia

La politica estera del nostro Paese non gode di buona salute, lo si sa da sempre. Pigra, poco attenta, poco incline ad approfittare delle situazioni; il vero problema sta tutto nell’applicazione di una realpolitik che non è tale e che spesso si trasforma in semplice ipocrisia. In tutto questo, la prima vittima è l’operato del Ministero degli Affari Esteri la cui azione risulta depotenziata e mortificata.

La situazione della politica estera prima dell’arrivo di Di Maio – è opportuno chiarirlo – era già di per sé piuttosto grave, ma l’arrivo del pentastellato ha dato il definitivo colpo di grazia, tanto che molti parlano del 2020 come l’anno nero della diplomazia italiana e non a torto. Uno dei più grandi fallimenti della gestione pressapochista di Di Maio è quello libico.
Diamo a Cesare ciò che gli appartiene, la situazione in Libia è disastrosa non a causa di Di Maio e non a causa dell’Italia. Uno studente al primo anno di relazioni internazionali avrebbe ben capito come l’eliminazione della chiave di volta – Gheddafi – in un sistema tribale come quello libico avrebbe fatto sì che le forze centrifughe fratturassero l’unità libica resa possibile solamente grazie al pugno di ferro del dittatore. La scomposizione, dunque, della Libia in parti e fazioni opposte era più che prevedibile. E la contrapposizione tra Tripolitania e Cirenaica, con l’ascesa del generale Haftar è logica conseguenza della natura del Paese. Ma questa non è una lezione di Storia.

Aspetto fondamentale è comprendere come le trattative si svolgano anche con attori che non necessariamente sono riconosciuti come statali. E così, se la comunità internazionale riconobbe solamente il governo tripolitano come il solo legittimo, era innegabile che la potenza del generale Haftar era tale da rendere necessario – leggasi obbligatorio – il dover trattare anche con esso. Questo elemento lo aveva ben capito l’allora ministro Marco Minniti che per fermare l’ondata migratoria – lui, Ministro di sinistra e, soprattutto, Ministro dell’Interno, non degli Esteri – non si fece troppi problemi a parlare un po’ con tutti. Apparentemente, anche tutti coloro che seguirono Minniti provarono a seguire il solco da lui tracciato, rendendosi ben presto conto che quel modo di conduzione delle trattative non poteva più funzionare. Da una parte perché oggettivamente mancava la caratura politica, dall’altra – parte forse di maggior importanza – perché le condizioni del gioco erano cambiate. I Russi e i Turchi erano entrati in gioco in modo più netto ed entrambe le parti libiche risultavano ringalluzzite da queste nuove alleanze, essendo dunque meno disposte a scendere a compromessi. Ecco, dunque, che la politica dei due forni tenuta attiva dalla gestione pentastellata agli Esteri risultava controproducente. Se l’idea era di supportare il governo di al-Sarraj, non si voleva eccessivamente spingere su questo supporto per non far adirare Haftar. Se l’idea fosse stata di scontrarsi con Haftar, questa opposizione non avrebbe potuto essere netta in quanto si rischiava di perdere un interlocutore. Una politica che risultò fallimentare in quanto scontentò entrambi i personaggi in grado di vedere oltre l’ambiguità italiana.
La politica estera italiana, tuttavia, non riuscì a vedere il problema proseguendo per la sua strada e incensandosi per flebili accordi raggiunti tra le parti quando era a chiaro tutti che solamente la sconfitta, militare, di una delle due parti avrebbe potuto davvero avviare un processo di riappacificazione. Haftar sembrava, in verità, essere destinato a vincere non solo grazie ad una preparazione militare oggettivamente superiore, ma anche grazie alla sua natura più carismatica, lontano anni luce da Sarraj più modesto e apparentemente debole.
Poi la svolta. Non è davvero dato sapere i dettagli, ma la posizione si è capovolta con gli assalti di Haftar a Tripoli falliti e con la drastica riduzione delle sue capacità belliche. Il generale era costretto alla ritirata, costretto a riorganizzarsi.

Il Ministro degli Esteri, Luigi di Maio incontra il Generale Haftar (immagine di repertorio)
ANSA/ UFFICIO STAMPA LUIGI DI MAIO

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Questo elemento avrebbe dovuto segnare un cambio di rotta, netto e deciso, della politica estera italiana. Era l’occasione d’oro non solo per dimostrare che il proprio supporto a Sarraj era più che legittimo, ma avrebbe potuto essere un’occasione per far pagare, con gli interessi, la decisione francese di supportare – nemmeno troppo velatamente – il Generale. E invece niente di tutto ciò: l’anticamera per il disastro.

A settembre due distinti equipaggi di due pescarecci italiani furono abbordati dalle milizie di Haftar e sequestrati. Per 108 giorni le trattive per il loro rilascio proseguirono a rilento, suscitando le polemiche dei famigliari dei pescatori che chiedevano maggior coraggio alle autorità italiane. La notizia, poi, che una nave della Marina Militare Italiana – il cacciatorpediniere Durand de la Penne – aveva preferito non intervenire durante il sequestro gettava ulteriore benzina su un caso che stava mettendo in imbarazzo non solo il Ministero degli Esteri, ma il Governo tutto. La Marina poi chiarirà le ragioni del suo mancato intervento, non senza però strascichi di polemiche ulteriori.
Secondo le comunicazioni del Ministero e del Governo italiano, il sequestro sembrava collegato all’apparente violazione delle acque territoriali libiche da parte dei due pescarecci italiani. Sulla questione occorre chiarire che la situazione delle acque territoriali e delle Zone economiche esclusive è piuttosto complicata e non è la prima volta che le autorità libiche contestano lo sconfinamento di pescherecci italiani. In verità, la comunicazione ufficiale da parte delle istituzioni italiane nasconde il grande disagio nella gestione tutta della situazione. Lo sconfinamento – reale o meno non è importante – costituiva solamente un pretesto utilizzato ad Haftar per costringere l’Italia alla trattativa. Non solo, ma la situazione era stata costruita ad arte per costringere le autorità italiane a procedere con un rinnovo del loro riconoscimento politico al generale. Ecco dunque spiegato il volo di Conte e Di Maio a Bengasi (e non a Tripoli, sede del Governo riconosciuto). Incontro che secondo alcuni risultò risolutivo, per altri no; se da un lato, infatti, Haftar non potette che ritenersi compiaciuto dall’aver costretto gli italiani ad un ulteriore riconoscimento della sua persona, molti sostengono come quell’incontro non sia stato risolutivo a causa delle pretese che lo stesso Haftar aveva avanzato per poter rilasciare i pescatori. Secondo questi analisti, dunque, molto più risolutivo sarebbe stato l’intervento dei Russi che avrebbero sollecitato il generale a rilasciare i sequestrati prima di Natale, il tutto con una chiara simbologia e l’intento di corteggiare l’Italia, il Paese occidentale ed europeo forse meno critico nei confronti della Repubblica Federale e dunque più influenzabile.
Intervento russo o meno, inutile negare le conseguenze politiche della trattativa, con più di qualche cancelleria europea che – giustamente – ha qualcosa da ridire sulla gestione della crisi da parte dell’Italia. La più rilevante accusa che viene mossa alla gestione italiana sta proprio nel fatto di aver proceduto ad un ulteriore riconoscimento del generale Haftar proprio quando questi era in difficoltà e prossimo alla sconfitta.
La conduzione della crisi da parte del Ministero degli Esteri guidato da Di Maio è risultata, dunque, farraginosa e controproducente. L’ennesimo esempio di come questo Paese non sappia cosa sia una reale realpolitik e spesso si nasconda dietro posizioni assai ipocrite. La liberazione dei pescatori sequestrati è stata dunque solamente un palcoscenico utile per qualche foto di rito, ma che costituisce un preoccupante precedente.
In un colpo solo l’Italia ha dimostrato una debolezza militare – il caso del cacciatorpediniere – una debolezza politica interna – con un Primo Ministro e un Ministro degli Esteri costretti a incontrare un Generale ribelle – e un fallimento estero capace di dare prezioso ossigeno ad un fuoco che stava per estinguersi dopo anni di guerra civile. Tutto questo scontentando i nostri partner europei che – ben a ragione – speravano finalmente di potersi sbarazzare della scomoda figura di Haftar e potersi occupare di altro.

Il fallimento italiano, tuttavia, non si limita alla gestione, disastrosa, del caso libico. La politica estera italiana soffre infatti su altri fronti, dimostrando l’incompetenza di Di Maio e del Ministero Affari Esteri: Egitto e Cina in primis. Ma di questo ne riparleremo in altra sede.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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