Due pagine di David F. Wallace per rileggere questo Natale

«Lasciate perdere il cerchio ricurvo, per il quale la distanza significa semplicemente la dimensione di ciò che racchiude dentro di sé.»
– Wallace D. F., “Lyndon Johnson” in “La ragazza dai capelli strani

David Foster Wallace è stato un autore molto particolare: di quelli che quando si leggono si pensa “è proprio quello che volevo dire”, di quelli che trovano le parole al posto nostro, d’altronde è anche a questo che servono i libri. Un autore complesso, come la società che lo ha partorito, e che ha fatto del postmodernismo la lente attraverso cui raccontare fatti e/o eventi semplici e banali, in cui però si rischia di perdersi per la fluidità di una scrittura che rende anche la più comune attività quotidiana espansa. La dilatazione del tempo, dell’essere umano, la sua scomposizione diventano necessarie per riuscire ad analizzarlo nella sua interezza nonostante l’atomizzazione anatomica. Uno scrittore contemporaneo, che è riuscito ad anticipare molti dei temi e delle problematiche che possono sorgere in una società come quella odierna. Magari Wallace non è riuscito a prevedere nello specifico quello che avremmo vissuto nel 2020; ma se si rileggono alcuni concetti ed elementi alla luce di quello che stiamo attraversando oggi, emergono la profondità e la capacità di leggere con lucidità determinati valori, che si posseggono ma che spesso non si conoscono.

D. F. Wallace La ragazza dai capelli strani

Copertina del libro “La ragazza dai capelli strani“, D. F. Wallace, edizione minimum fax

In particolare voglio soffermarmi su un classico di Wallace, “La ragazza dai capelli strani”: una raccolta di racconti in cui viene descritta e commentata «l’intera cultura americana (e soprattutto le nevrosi, le ossessioni, le passioni, il disagio emotivo di tutto l’Occidente contemporaneo)» (dalla sovraccoperta di “La ragazza dai capelli strani“, minimum fax). Le stesse nevrosi e ossessioni di cui oggi siamo vessilli. Ancora di più voglio soffermarmi su di un racconto: “Lyndon Johnson“. Nello specifico su due pagine rappresentative, che possono aiutarci a rileggere questo Natale e più in generale queste festività.

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«Lyndon è ossessionato dal proprio concetto di distanza, David. Il fatto che odi stare da solo, stare fisicamente da solo, più di qualunque altra cosa […], il fatto che odi stare da solo è una conseguenza di quello che nelle sue memorie chiamerà il suo grande concetto intellettuale: la distanza dalla quale due persone si vedono, la distanza alla quale si sistemano, l’amore.» (Ibidem)

Oggi, si è tutti un po’ Lyndon. Infatti, è difficile convivere con qualcosa che si odia, ma che allo stesso tempo può migliorare la situazione, può aiutarci. Se si riflette, da circa nove mesi a questa parte ci siamo abituati a ragionare in termini di distanza, a vedere (e vederci) a distanza. Si discute sull’aggettivo che deve essere posto dopo: distanza fisica? Sociale? E poi ci si chiede se questa possa indebolire i rapporti, i legami. Ci si chiede se tutti riescano a comprendere che lo facciamo per loro, per noi, per tutti. Una prima risposta si può trovare continuando la lettura di una delle due pagine del racconto:

«Quell’amore, dirà, è un’autostrada che attraversa la nazione, linee che mettono in contatto comunità umane che si muovono ed esistono a grande distanza fra loro. Mio marito ha dichiarato pubblicamente che anche l’America, la sua America, […] va compresa in termini di distanza.»

David Foster Wallace

Lo stesso amore che durante queste festività deve mettere in contatto le comunità umane, perché nonostante la distanza ci si può contenere l’un l’altro, come una matrioska, però di ugual misura. Due cerchi che si intersecano per aversi e che allo stesso tempo si sovrappongono senza però far scomparire il cerchio che si trova sotto. Perché qualcuno «dove i due mariti che ci portiamo dentro si sono ritirati, […] dove si sono trasferiti in una posizione di distanza, deve saperlo che noi amiamo, bambino mio. Lo deve sapere per forza. […]». Il non detto, una caratteristica peculiare dell’essere umano, è da sempre il bagaglio più grande che ci si porta dietro, che finisce per contenere anche molto dell’amore che si prova per qualcuno ma che – spesso per carattere, spesso per quotidianità – viene conservato lì. Una sorpresa che si tiene nascosta ma di cui già si conosce il contenuto: che è lì e che non può essere aperta, perché spesso l’amore è fatto così, di cose non dette, di cose mai aperte ma soltanto regalate all’altra persona. E quindi, riprendendo la citazione iniziale:

«Costruite una strada. Tracciate una linea. Spingetevi a ovest fin quanto i confini del paese ve lo permettono […] e tracciate una linea; e fate in modo che la scia del movimento della linea sia la distanza fra dove comincia e quello che vede; e continuate a tracciare quella linea, verso occidente, sempre più lontano;»

Solo così le distanze possono annullarsi, quando un cerchio smette di essere quello che siamo abituati a conoscere, non assolvendo più le funzioni di delimitare e racchiudere. Si espande come se fosse una linea che attraversa, in grado però di racchiudere un amore infinito. Questa linea finisce per posarsi sul mondo, che alla fine, è forse la forma più pura dell’amore.

«e il cerchio della terra si aggrapperà a quella linea, la terra vicina a ciò che racchiude dentro di sé; e la gigantesca curva che pervade le linee rette vi riporterà, col tempo, alla lontana punta orientale del paese che avete alle spalle;»

Dunque solo due pagine, ma due pagine dense: di oggetti, cose, atmosfere, attimi, azioni e emozioni. Al punto tale che l’amore diventa «[…] soltanto una parola. Congiunge cose che sono separate» ma che fluisce e si amalgama con le persone, con l’ambiente. Rileggere Wallace in questo momento può essere confortante, può aiutare a scacciare via la solitudine, perché «il cerchio […] è enorme e muto, e contiene tutto ciò che il mondo racchiude dentro di sé». Ma soprattutto l’autore ricorda che in una società come quella odierna, la distanza può fare anche bene – quasi come una provocazione che anticipava quello che sarebbe accaduto. È utile per fare apprezzare, ad esempio, le piccole cose che si davano per scontate. Quasi una critica, che se colta, vuole essere costruttiva. Bisogna essere un po’ Lyndon Johnson per trovare la soluzione e capirla (e bisogna leggere il racconto).

«Lyndon dice che non vede l’ora che arrivi il giorno in cui amore e giustizia e ingiustizia e responsabilità, il giorno in cui voi giovani d’America […], capirete che quelle parole non sono altro che maniere di affrontare la distanza»

Vector Landscape Illustration (Pinterest)

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Sull’Autore

Ho 22 anni, laureato in Comunicazione, tecnologie e culture digitali e sono direttore di MdC, nonché caporedattore della sezione Intrattenimento. Attualmente vivo a Roma. Cerco la precisione in ogni dove perché per me sono i dettagli che fanno la differenza. Dal 2017 parlo con artisti di ogni tipo: da JAGO a Dutch Nazari, le interviste le trovate tutte qui. Ho un blog: salvostuto.net

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