Riders Around: Di caporalato digitale, riconoscimento facciale, Cavalieri dello Zodiaco e sindacati – Ep.3

Questo episodio inizia con me, il mitomane delle puntate precedenti, abbarbicato in malo modo su una sedia storta e scomoda: sono appena tornato da un turno probabilmente meno stancante di quanto io creda infatti e, non si sa bene in base a quale logica, sto sbraitando contro il televisore durante una puntata di Propaganda Live. Antefatto: giusto poco prima sono rientrato in casa spaventando le gatte con il borsone cubico da food delivery in stile Cavalieri dello Zodiaco e mi sono appostato in cucina attaccando il forno a microonde con la mano destra mentre accendevo il televisore con la sinistra, appena in tempo per l’inizio del servizio della settimana di Zoro, come da prassi.

È un servizio strano questa volta, però, quello che mi ritrovo di fronte: un servizio abbastanza spezzettato, disorganico, in ragione probabilmente del non riuscito servizio sul mercato del pesce romano programmato per la puntata. Quello che qualcuno, non certo io, chiamerebbe quindi Piano B si mostra quindi come un servizio in più parti sugli abitanti della notte nella città di Roma durante il coprifuoco.

All’incirca suppergiù la mia faccia mentre la gatta mi rubava il risotto alla zucca da sotto il naso

Ed ecco che arriviamo al punto della questione: perchè sto sbraitando? Beh, semplice: apri la porta vestito da rider, rovesci il bicchiere vestito da rider, accendi la tele vestito da rider, e  cosa trovi? Rider. E già qui, uno potrebbe dire, no dai, non fatemi lavorare ancora, per favore, spengo. Ma va bene, uno può capire tutto: i tentativi di sensibilizzazione, la divulgazione, le tematiche importanti, l’attenzione al tema, che è pure un tema che mi preme. E quindi seguo. Seguo con molta attenzione, come da prassi, tra una forchettata scoordinata e una gatta che salta nel piatto, insomma: come sempre.  Solo che a un certo punto, dopo il fallimento al mercato del pesce e dopo una rider atipica che effettivamente mi apre un mondo che non conoscevo (non pensavo in tutta onestà fosse possibile consegnare in automobile: al di là delle questioni assicurative ignorate anche dal servizio, pensavo semplicemente che i consumi in benzina lo rendessero sconveniente), compare un personaggio in particolare. Zoro lo presenta come un rider qualunque perché è così che si presenta lui: solo che non lo è. Un conoscente su un gruppo Whatsapp avverte: “Dio santo, c’è Montesi”.

La belva in questione (che poi manco è mia per cui dovrò probabilmente farle firmare una qualche liberatoria prossimamente) mentre reclama il riso in questione dal suo anonimo trono nero di cui sotto

Ora, io Montesi non ho idea di chi sia, quantomeno non in questo frangente. Quindi senza mettere in pausa Propaganda faccio l’errore di aprire prima Google e poi Youtube; ed è allora che inizio a sbraitare. Precisamente, lo faccio mentre osservo un video pubblicato dall’Agenzia Vista in cui la persona che sto vedendo in televisione parla di caporalato.

Nicolò Montesi non è infatti un rider qualunque, è il Presidente di ANAR, associazione di cui forse potreste aver sentito parlare qui in relazione della loro collaborazione all’accordo truffa tra UGL e Assodelivery, e che consiste in un sindacato di rider che già di suo non si riconosce come tale, se già nella biografia della loro pagina Facebook si afferma: “Non siamo sindacalisti, siamo riders, ma visto che nessuno sembra voler difendere i nostri interessi lo faremo da soli.” Una bella premessa, apparentemente, solo che a quanto pare qualcuno che li riconosce come sindacalisti c’è eccome: si tratta delle compagnie del food delivery. Sembra un paradosso, a pensarci, considerando che quelle stesse compagnie non riconoscono la legittimità delle varie Unions (per gli anglofobi: sindacati) locali createsi nel corso degli anni e contestano la loro presenza nell’ambito delle contrattazioni ufficiali, eppure è proprio grazie ad ANAR, Associazione Nazionale Autonoma dei Riders ed alla sua affiliazione con UGL che è appunto nato il contratto attualmente (seppur auspicabilmente per poco) in vigore.

Bene, apro Youtube e, con la voce gracchiante di Paolo Celata in sottofondo che mette quantomeno un filo in prospettiva le dinamiche relative al nuovo contratto riders su cui Montesi aveva precedentemente glissato, il primo video che ritrovo è un commento di Montesi relativo ai fatti di Milano e alla commissariamento di Uber Eats.

Per chi non lo sapesse infatti il 12 ottobre scorso le indagini relative alla filiale milanese di Uber Eats, apertesi il 29 maggio precedente, si sono concluse, portando all’incriminazione per caporalato per la stessa manager di Uber Italy. Sono ora in corso dei processi, dunque, che vedono al centro della questione il fatto che, nella filiale milanese, i riders venissero sfruttati in maniera tale che i loro datori di lavoro siano oggi passibili della definizione di caporali, definizione giuridica solitamente applicata al mondo dei braccianti ma in questo speciale caso applicata al mondo delle piattaforme elettroniche e del food delivery.

La prassi è infatti in tutto e per tutto la stessa: una persona, il caporale appunto, sottoscrive un contratto con la compagnia, un contratto ufficiale. Dopodichè, non è però lui a lavorare: al suo posto sono dei “sub-riders” che vengono perciò pagati una minima parte ( si parla di tre euro all’ora) di quanto avrebbero diritto di guadagnare se fossero regolarmente a contratto; le mance sparivano “misteriosamente”. Questa dinamica si sarebbe resa possibile, stando alle indagini, in ragione della complicità stessa dell’azienda Uber Italy che avrebbe avuto interesse ad avere quanta più manodopera possibile al prezzo più basso, e a una generalizzata mancanza di controlli.

Ricordo per altro che nei giorni seguiti all’annuncio dell’incriminazione per Uber molti sono stati del resto i controlli nella nostra città, con posti di blocco abbastanza sparsi e ispettorato del lavoro incaricato di fare interviste ai rider di Uber in merito alle condizioni e alle modalità con cui era stato loro proposto il contratto di lavoro. Certo, questo aveva comportato in verità controlli a tappeto su sostanzialmente tutti i rider, con molta perplessità da parte nostra, giacchè vige una confusione non da poco e molti di noi lavorano contemporaneamente per più compagnie: ecco spiegato il motivo dei riders con zaino di Glovo (che a quanto mi dicono sarebbe il migliorein quanto estraibile, quattro stelle su cinque secondo la guida riders ai migliori zaini del cosmo, guida che chiaramente non esiste) e giacca di Deliveroo. Non era quindi facile individuare a conti fatti i rider della compagnia in questione; nonostante il mio anonimo zaino nero di cui sopra non sono stato però fermato. Questo insomma, per rendere conto delle proporzioni del vespaio scoperchiato dall’inchiesta su Uber Eats.

Nel video che mi ritrovo sottomano però Montesi dà la colpa all’assenza del riconoscimento facciale all’interno delle applicazioni utilizzate dai riders  – ripeto: all’assenza del riconoscimento facciale – e proponeva per l’appunto l’implementazione del sistema, o quantomeno di un controllo dell’impronta digitale. Non più controlli di persona, quindi. Non una maggiore presenza delle aziende al momento dell’assunzione.Non una richiesta di garanzie. Non più tutele. Non il rispetto dei contratti (quantomeno) o (per l’appunto) il miglioramento dei contratti esistenti. No: il riconoscimento facciale.

Ora, non è qui mia intenzione fare il tecnoluddista: la tecnologia può avere molteplici usi e molto più spesso il problema non è tanto della tecnologia ma dell’uso che se ne fa. Ma se tu proponi di risolvere un problema di ordine etico con la tecnologia, ed in particolare con questa tecnologia, una tecnologia le cui problematiche sono conosciute e possono dare il la a pericolose escalation, tu quel problema lo stai eludendo. Stai dicendo: il problema non sono le persone nelle gabbie, il problema è che quelle gabbie dovrebbero avere sbarre più spesse.

La questione è reale, per carità, e non riguarda soltanto casi limite come questo: in assenza di controlli, è vero, in molte compagnie è possibile far lavorare qualcuno al proprio posto. In fin dei conti basta avere l’accesso all’account e questo può agevolmente avvenire con un passaggio di password. Ho sentito con le mie orecchie in fin dei conti di persone in buonissima fede condividere un account dopo che quello di uno di loro era stato bloccato a causa del supermanento della soglia dei 5000 euro che per alcuni contratti richiederebbe l’apertura di una Partita Iva in seguito al superamento di tale soglia. Ma siamo sicuri che il problema sia questo?

Sia chiaro, non è una questione di benaltrismo. Il tipico motto italiano è “fatta la legge trovato l’inganno” no?  Non sarebbe forse meglio allora disincentivare dinamiche di questo tipo rendendo accessibile a tutti contratti non problematici? Per giunta, se qualcuno è disposto a lavorare per tre euro all’ora,il problema è probabilmente a monte, ed il più delle volte è perchè a lavori dignitosi l’accesso neppure gli è consentito, per motivazioni di presunto ordine pubblico che mantengono migliaia di persone nell’illegalità. Ma questo, per l’appunto, è un altro discorso, riassumibile per altro nel tweet che segue:

E intanto io di che mi lamento? Ho il mio contratto decente, la possibilità di tornare a casa in tempo per vedere da prassi i servizi di Propaganda Live o il secondo tempo di Genoa-Milan su DAZN, ho la mia possibilità di allontanarmi dalla città per Natale.
Intanto però buona parte dei miei colleghi lavora fino all’una di notte, a Capodanno, ed è costretta ad accettare contratti barbari perchè le alternative ancora non ci sono. Non è normale che sia normale.

(continua…)

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92. Parto per Bologna a studiare alla Facoltà di Lingue nel 2011 e, tolto un anno a Parigi, non la lascio più. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine, mediorientali, e sono un rider. Ascolto di tutto; mangio troppo.

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