Trump: tra politica internazionale e COVID

La partita per la rielezione di Trump si gioca su tre fronti: uno interno collegato alla gestione dell’emergenza COVID; uno esterno che consiste nei successi internazionali di Trump; uno prettamente politico e che ha per protagonista lo sfidante democratico Biden.

 

Il fronte interno è dominato da un elemento: la malagestione, da parte di Trump, dell’emergenza COVID-19. Sebbene vi siano sicuramente aspetti dell’emergenza COVID che hanno avvantaggiato Trump, l’impressione è che la gestione generale dell’emergenza da parte del presidente sia stata a dir poco discutibile. Una malagestione non solo a livello prettamente operativo – che riguarda anche l’attività svolta dalle singole agenzie a livello statale – ma concernente determinati comportamenti incoerenti. La prima grande incoerenza nella retorica trumpiana è stata quella di aver, in qualche modo, tenuto due comportamenti agli antipodi sui risvolti politici e sanitari legati all’emergenza. Da un lato, Trump si è scagliato senza precedenti contro la Cina; se tuttavia la minaccia sanitaria proveniente dalla Cina era tale da giustificare un simile attacco, e qui sta il problema, non si spiega il perché poi Trump abbia, derubricato l’intera pandemia a poco più di un’influenza stagionale. Insomma, o il COVID è un pericoloso virus proveniente da una potenza nemica degli Stati Uniti o è una banale influenza stagionale.

 

La preoccupazione di Trump era molto chiara: ammettere l’estrema pericolosità del virus avrebbe necessariamente generato aspettative molto chiare e queste avrebbero avuto serie ripercussioni sull’economia americana. Il dilemma acquista ancora più importanza se si vanno a vedere i fondamentali dell’economia statunitense durante questi quattro anni di presidenza Trump. Nonostante i giudizi negativi di molti accademici sulla conduzione dell’economia da parte del tycoon, i dati segnavano ottimi risultati, proseguendo dunque con le già ottime performance registrate durante la presidenza Obama. Se dunque è lecito sostenere che, con Trump, non vi è stato alcun miracolo economico, è anche vero che non vi è stata nemmeno alcuna disastrosa flessione come alcune delle più tetre previsioni annunciavano alla vigilia e all’indomani delle elezioni che videro Trump accedere alla Casa Bianca. Certo, alcune macroscopiche differenze vi sono state in questi anni di presidenza, la maggiore legata proprio alle politiche tariffarie nei confronti del commercio estero. Ma per altri fondamentali, come ad esempio il tasso di disoccupazione (scesa, nel 2019 ad appena il 3.5%) e il reddito famigliare mediano, i risultati sono stati più che positivi. Anche sul lato finanziario, la presidenza Trump ha regalato più di qualche sorpresa; se infatti ci si aspettava un crollo verticale delle borse all’indomani delle elezioni di Trump, va invece fatto notare come gli indici americani abbiano rapidamente dimostrato il contrario, facendo registrare guadagni da record. Insomma, paventare, anche solo lontanamente, la necessità di attivare il freno d’emergenza per evitare i contagi era, politicamente parlando, una scelta inattuabile. L’economia americana era portentosa, frenarla per un virus sarebbe stata la fine. Trump però è infine caduto vittima della sua stessa visione sin troppo ottimistica. Se infatti i fondamentali economici andavano piuttosto bene, la continua opera di smantellamento di quel sistema di Welfare State voluto da Obama (e qui si annovera senza dubbio la riforma sanitaria) gettava le basi per la tragedia. Quando i contagi sono aumentati a dismisura proprio in seguito alla mancata adozione di misure di contenimento, Trump ha provato a reggere più che ha potuto, ma nel frattempo l’assenza di misure di welfare state hanno gettato nella povertà milioni di persone, con il tasso di disoccupazione che è balzato dall’ottimo 3.5% al triste 14.7% di aprile, per poi assestarsi attorno all’8% di settembre. Cifre sulle quali qualunque Governo italiano si affretterebbe a mettere la firma, ma che risultano catastrofiche nel contesto americano. Oltre il danno, la beffa: Trump aveva inaugurato anche un vasto piano di taglio delle tasse (suo cavallo di battaglia da sempre) che aveva portato ad una maggiore lievitazione del debito pubblico, già mastodontico. Il crollo dell’occupazione e la necessità di ricorrere a misure emergenziali non hanno fatto altro che amplificare ancora di più questo aumento. E così, in appena tre anni, il debito pubblico è aumentato del 370%. Se dunque le preoccupazioni legate all’economia erano, in verità, assai fondate – specie considerando le pesanti ricadute economiche che molti Paesi europei hanno avuto dopo i loro rispettivi lockdown – la decisione di non intervenire affatto sull’emergenza ha, de facto, portato risultati simili a quelli di un lockdown. Occorrerà stimare, in futuro e a pandemia terminata, quale tra le due strade – lockdown sì o lockdown no – poteva causare i minori danni economici, ma questo dato risulterà assai irrilevante per l’opinione pubblica americana che, ad oggi, risulta sicuramente molto più povera rispetto a 4 anni fa.

Nel frattempo, l’uccisione di George Flyod da parte di un agente di polizia sconquassava molte città americane con lo svilupparsi di quel movimento Black Lives Matter oggi ben noto. Sebbene le manifestazioni furono, nella quasi totalità dei casi, pacifiche e portatrici di tematiche e questioni sentite anche per la maggior parte della cittadinanza, alcune pericolose degenerazioni – che con il messaggio di BLM avevano poco a che fare – hanno reso incandescente l’intera situazione. Infatti, è rapidamente sorto un secondo movimento – confuso dai media con BLM anche se BLM non era – che, perdonatemi il francesismo, ha fatto solo casini.Ecco apparire un movimento iconoclasta, che annovera tra i suoi membri anche ANTIFA (inutile che ci giriamo attorno) e che, in nome della lotta contro il fascismo e il razzismo ha ritenuto opportuno distruggere monumenti in giro per gli Stati Uniti (e anche in Europa) perché colpevoli – i monumenti – di essere simboli di razzismo e di fascismo. Il movimento iconoclasta rischia di aver solamente giocato a favore di Trump. “Law and Order” (Legge ed Ordine) ha ripetuto con forza il tycoon e il messaggio è stato recepito. Anche perché le poteste – e qui unisco per un attimo quelle degli iconoclasti e quelle di BLM – non hanno coinvolto tanto i quartieri ricchi, ma quelli abitati dalle fasce medio-basse della popolazione. Queste fasce di popolazione, spaventate dal potersi vedere distrutta l’automobile o danneggiata la casa, potrebbero aver apprezzato il messaggio di Trump, ricordando poi come è stato proprio il ceto medio a costituire quella “maggioranza silenziosa” che nel 2016 ha fatto vincere il tycoon un po’ a sorpresa. Insomma, i bianchi ricchi privilegiati non sono stati minimamente toccati; la middle-class impoverita dal COVID ha invece rischiato, finendo per polarizzare ancora di più le posizioni politiche e rendendo esplosiva la situazione.

Poi vi è stata la malattia di Trump e qui ogni possibile strategia comunicativa e politica si è ritrovata nelle sabbie mobili. La salute del Presidente (e del candidato sfidante) è questione estremamente importante negli Stati Uniti. Per chi non è a conoscenza di questo aspetto, può essere davvero difficile comprenderne, appieno, l’importanza. Lo stato di salute del Pçresidente è attentamente analizzato dai media che, nel caso, non esitano a dare ampio respiro a notizie concernenti proprio questo aspetto. In uno studio, ormai un po’ datato ma sempre valido (Fit for Office: is Presidential health a public matter, Coleen McMurray, 12 ottobre 2004), veniva fatto notare come circa il 70% degli intervistati riteneva lo stato di salute del Presidente un fattore fondamentale per determinare la qualità dell’azione presidenziale. Vi sono diverse ragioni per le quali il livello di salute di un Presidente è così importante, ma il più basilare fa rifermento alla consapevolezza, dell’opinione pubblica americana, dell’estrema importanza della presidenza statunitense alla guida del mondo. E quindi, quando Trump è apparso stanco, debilitato e con chiare difficoltà respiratorie, più di qualcuno ha avanzato l’ipotesi che, tutto sommato, Trump non fosse più adatto al ruolo presidenziale. La guarigione di Trump, unita ad alcuni suoi passi indietro -non particolarmente convinti – su alcuni temi (come quello delle mascherine), rendono ancora più ambigua la posizione presidenziale. Permane, dunque, un generale senso di confusione nella gestione del COVID da parte dell’amministrazione Trump.

 

Quanto è importante, secondo voi, lo stato di salute del Presidente per la sua capacità di esser un “buon presidente”? Fonte: Fit for Office: Is Presidential Health a Public Matter?, COLEEN MCMURRAY, 12 ottobre, 2006, GALLUPPOLL¹

 

 

Sul fronte esterno:

Il fronte esterno comprende tutte le sfide che Trump ha dovuto affrontare in tema di politica estera.

Trump ha fondamentalmente vinto la sua battaglia contro la Cina. Piaccia o meno, il tycoon è riuscito a creare l’immagine di una Cina potente, ma pericolosa ed irresponsabile per l’intera comunità internazionale. E ancora una volta torna in mente la famosa politica del pivot asiatico inaugurata da Obama. Trump ha voluto giocare una doppia partita: una partita economica e una, più velata, prettamente politica. Questa giocata risulta, questo è pacifico, strettamente collegata all’idea trumpiana di “America First”; l’idea era dunque -almeno nella fase iniziale – che le grandi imprese americane dovessero tornare a produrre in America, abbandonando proprio il territorio del gigante asiatico. Se l’idea della lotta all’offshoring in Cina non ha dato molti frutti; il messaggio che vi era dietro è risultato in ogni caso potente: la Cina è una minaccia non solo alla stabilità politica globale, ma anche a quella economica; la Cina distorce il mercato globale, mettendo a rischio la competitività americana, nonché i posti di lavoro. Un messaggio potentissimo e ben ascoltato dalla middle class, terrorizzata di veder perdere posti di lavoro a causa della delocalizzazione.
Trump è stato ben consigliato proprio in merito alla risposta che la Cina avrebbe dato alla politica americana. Se, inizialmente, si ebbe una piena contrapposizione tra le parti con una guerra di dazi che, tra mille manfrine diplomatiche, vedeva di volta in volta avanzamenti e arretramenti repentini dei due fronti; lo staff presidenziale era sicuro di un elemento: la Cina avrebbe mollato l’osso. E così è stato, da manuale. Lo scrissi un po’ di tempo fa in merito alla crisi iraniana – e occorrerà parlare di questo evento – legata all’uccisione del generale Soleimani. La Cina, messa di fronte ad un contrasto con Washington, preferisce sempre e comunque la via della de-escalation. Una scelta, quella cinese, non priva di conseguenze interne proprio a causa di quel nazionalismo che per anni è stato alimentato proprio dalle autorità di Pechino e che ora rischia, sempre più, di sfuggire di mano quando le stesse autorità sono costrette a scendere a compromessi con il “nemico”. Anche grazie – o a causa – dell’emergenza COVID, ecco dunque il cambio di rotta imposto da Xi Jinping all’economia cinese: non più un’economia di esportazione, ma un’economia di consumo. Non più contrapposizione con gli Stati Uniti sul fronte internazionale ma una maggiore attenzione al mercato interno. È la nuova posizione della “Economia a doppia circolazione”. Una scelta, sia chiaro, che comunque farà crescere la Cina (forse l’unico Paese al mondo che crescerà in piena emergenza COVID). Ma questo è un dettaglio assai irrilevante per Trump: anche se la Cina vince la sua personale battaglia economica, Trump potrà sempre dire di aver costretto il colosso asiatico alla ritirata, di averla costretta a seguire una via alternativa allo scontro con Washington sul tema del commercio internazionale. Mezze verità, insomma, ma la politica è anche questo.

Il secondo grande nemico internazionale degli Stati Uniti è l’Iran. E Trump non può far altro che gongolare anche su questo fronte. La “terribile e furiosa” vendetta iraniana si è rivelata un bluff e all’indomani dell’uccisione del generale Soleimani, la risposta della Repubblica islamica si è rivelata debole e poco consistente, sgonfiando immediatamente quel clima da “Terza guerra mondiale” che si era venuto, nel frattempo, a creare. In aggiunta, Trump ha dimostrato che non esiste – ad oggi – nessuna vera coalizione in grado di impensierire gli Stati Uniti. È la dimostrazione, al di là delle mille parole sprecate su manuali e riflessioni varie, che l’asse Cina – Russia – Iran non è davvero tale. Un asse ipotizzato da alcuni ma che non può reggersi in piedi: la Cina che sceglie la via della de-escalation ogni volta che si confronta con gli Stati Uniti; la Russia sempre più preoccupata delle conseguenze economiche della Via della Seta cinese e impensierita dalle posizioni iraniane sul Israele (Paese con il quale vorrebbe maggiori rapporti); l’Iran, avvitato su se stesso e apparentemente incapace di eliminare la questione israeliana dalla sua retorica internazionale, così incapace di farlo che, nel frattempo, i suoi nemici sunniti firmano storici accordi di collaborazione proprio con il nemico sionista, preferendo creare con esso dei rapporti piuttosto che sostenere la causa palestinese, del tutto abbandonata.

Una vignetta satirica sulle gaffe di Joe Biden. “Finalmente Joe Biden è riuscito a pronunciare una frase completa, oggi”…..”per poi scusarsene immediatamente” Se non fosse LISA BENSON // Washington Post Writers Group

Un terzo fronte:
Biden, un candidato mediocre

E poi c’è Biden, lo sfidante democratico. Ancora una volta il partito democratico ha dimostrato di essere completamente incapace di proporre nomi coerenti. Se Sanders è giudicato, da molti, troppo di sinistra e il suo piano di welfare state esteso desta più di qualche perplessità per quanto riguarda le modalità su come finanziarlo; Biden rischia di essere il candidato mediocre. Il migliore tra i peggiori. La storia politica di Biden è costellata di gaffe della peggior sorta e di dichiarazioni poi ritrattate. Sia chiaro, le gaffe capitano e noi italiani ne sappiamo qualcosa, ma quelle di Biden hanno gravità particolare, tante da costare al candidato democratico l’appellativo di “Buffone” o “Pagliaccio”. Epiteti di certo non gentili e pronunciati anche dagli stessi elettori democratici. Le sue recenti affermazioni sulla comunità nera – con i neri che, se non votano per lui, non sono davvero neri – e sulla transizione energetica – che ha messo in allarme Stati dati ormai ai DEM (come la Pennsylvania) – hanno messo agitazione la direzione DEM che si è trovata costretta a correre ai ripari più volte con successive precisazioni.

In Conclusione:
E così, nonostante i macro-errori nella gestione del COVID, non vi sarà alcuna ondata blu
. Se precedenti sondaggi davano Biden avanti di ben 10 punti, un distacco difficilmente colmabile, oggi la maggior parte dei sondaggi parlano di un distacco tra i 3 e i 5 punti percentuali. Biden risulta ancora in vantaggio, grazie alla grande quantità di seggi derivanti dalla California (55 voti, ricordando che ne servono 270 per vincere) e a diversi Stati della costa atlantica. Altri grandi Stati, tuttavia, risultano ancora in bilico: Florida (29 voti); Georgia (16), Ohio (18) e altri. Per riconfermarsi, Trump dovrebbe vincere in tutti gli Stati in bilico, non perdere in nessuno Stato dato ai repubblicani secondo i vari sondaggi e, ed è qui la parte più difficile, strappare almeno due Stati ai democratici, e uno dei due deve necessariamente essere -nelle migliori delle ipotesi – uno Stato che dà un numero di voti a doppia cifra. Il miglior candidato risulterebbe essere proprio lo Stato della Pennsylvania con i suoi 20 voti. Proprio questo Stato, del resto, aveva regalato la vittoria a Trump nel 2016, cambiando inaspettatamente casacca e colorandosi di rosso repubblicano. La rielezione di Trump è, ad oggi, piuttosto difficile, ma è facile pensare che se non vi fosse stato alcun COVID, i democratici non avrebbero avuto davvero alcuna possibilità. La vera considerazione finale, assai triste, è che i DEM abbiano avuto bisogno di una pandemia per avere una possibilità di spodestare Trump.

Note:
1; Disponibile a questo indirizzo

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

Articoli Collegati