Riders Around: Di cottimo, videogame, adrenalina e diritti scomparsi – Ep.1

È abbastanza difficile, da rider, rendere conto della situazione complessiva del food delivery in Italia. Mi rendo conto che può sembrare sciocco; normalmente verrebbe da pensare che le persone più informate su una professione siano quelle che la praticano: il classico “se non sei dei nostri non puoi capire”. In verità, sono abbastanza convinto che nel mio settore ognuno abbia un’idea abbastanza limitata di quello che davvero fa, dell’organizzazione complessiva del lavoro stesso, delle compagnie, del loro rapporto con i locali, con i clienti. È difficile quindi dare un’idea complessiva: persi come spesso si è nel proprio mondo, nei propri obiettivi personali, nel proprio lavoro, si finisce col perdere di vista la realtà intorno a noi.

E anche io, in fin dei conti questa realtà sono abbastanza convinto di averla persa di vista e di non avere davanti che una visione parziale, falsata, viziata da opinioni personali, risentimenti anche. Ma la mia visione particolare – particolare nel senso di ristretta, mi ritengo decisamente una persona banale – è l’unica visione che riesco ad avere. Inserito come singolo in un mercato – quello del food delivery – fatto di singoli, di punti e di linee che li congiungono, non posso che dare la mia visione, parziale, imprecisa, occasionale. Ho ben presente quanto in tempi di mitomania diffusa questa abitudine possa risultare sgradevole, ma per rendere conto della situazione non posso fare altrimenti.

La mia esperienza come rider è stata finora spezzata in due fasi. Nella prima ho lavorato per una catena del food delivery abbastanza conosciuta. Nella seconda ho lavorato per una realtà più piccola.  Voglio mettere in chiaro una cosa però: non ho intenzione di iniziare fin da subito a lamentarmi.  Il mio primo impatto con questa realtà ad essere sinceri è stato, devo ammetterlo, anche tutto sommato piacevole, divertente oserei quasi dire.

Per la precisione, nei primi giorni ho avuto quasi l’impressione di star giocando ad un videogioco. Portare un oggetto da un punto A a un punto B, in effetti, non è certo qualcosa di nuovo: non lo hanno inventato le compagnie del food delivery, ma non lo ha neppure certo inventato Hideo Kojima con il suo Death Stranding; è anzi una dinamica alla base oltre che della storia dell’umanità stessa, anche di centinaia se non migliaia di videogiochi. Purtroppo, per un casual gamer come me, l’inevitabile riferimento nei miei primi giorni di lavoro, in cui mi trovavo a controllare rapidamente la mia mappa della città (i.e. Google) e programmare il percorso più veloce da effettuare (la navigazione automatica del signor G è decisamente inapplicabile alle bici)  era sostanzialmente quello più pop di tutti: Assassin’s Creed II e le sue missive da trasportare da una parte all’altra della Firenze rinascimentale, la mappa circolare in basso a destra (vado a memoria), e la programmazione del percorso sopra ai tetti fiorentini.

L’altro riferimento inevitabile poi, per qualcuno cresciuto a cartoni animati su Mediaset (per la gioia di mia madre che avrebbe voluto impedire a Berlusconi di riprogrammarmi il cervello), era quello a Fry di Futurama e al suo Speedy Pizza, pizzeria catapecchia da cui nel primo episodio riusciva sì a sfuggire ma soltanto per trovarsi  catapulato in un futuro fantascientifco in cui avrebbe comunque fatto il fattorino (spaziale, ok, ma comunque fattorino). Insomma, circondato e  preceduto da questa platea di illustri colleghi, vuoi pure virtuali, mi sembrava anzitutto di entrare in un gruppo.

So che sembra strano ma sentirsi parte di qualcosa, sia pure uno scenario precostituito dal Matt Groening di turno o dallo studio canadese di Ubisoft è comunque un’idea piacevole. Certo, avrei iniziato a mangiare in orari bislacchi e la mia routine di studio sarebbe diventata giusto un filo più incasinata (si coglie il sarcasmo?). Ma in quella fase devo dire che trovavo il tutto comunque piacevole; inforcavo le cuffie, selezionavo un podcast (promemoria: “Dieci podcast che potreste ascoltare mentre consegnate libanese” sarebbe un buon titolo per un futuro articolo) e uscivo. Certo, forse avrei dovuto aver presente anche l’immagine del rider dell’episodio 1×02 di Black Mirror, 15 Million Credits, forse avrei dovuto pensare alla popolazione di rider videoludici alle prese con le presunte ricompense di una società distopica. Ma probabilmente all’epoca non l’avevo neppure ancora vista quella puntata, voglio almeno sperare, e le cose che vediamo a trent’anni  hanno sicuramente un impatto minore rispetto a quelle che ci formano da adolescenti.

Giovani rider praticano la loro professione in un contesto distopico assolutamente e fuor di ogni dubbio dissimile da quello attuale nell’episodio in questione della serie Black Mirror

C’è stato un discrimine notevole però tra le due fasi della mia esperienza. Un discrimine pratico. Nella prima ho infatti assaporato l’ebrezza e il brivido adrenalinico del cottimo, della galvanizzante paga a consegna (si coglie il sarcasmo?). Nel secondo ho invece sperimentato la quantomeno minima certezza della paga oraria. Sembra una distinzione da poco ma non è un cambiamento irrilevante,e passare dall’uno all’altro mi ha fatto sostanzialmente rendere conto della trappola allucinante prodotta dal primo.

Parlavo di videogiochi, appunto, parlavo di adrenalina: il pagamento a consegna è galvanizzante, non scherzavo. Ti dà la sensazione di accumulare punti, di grindare, esattamente come in un videogioco, di far crescere il tuo personaggio e potenziarlo sempre più. Ti spinge ad andare sempre più veloce, ti spinge a mettere fretta ai lavoratori dei ristoranti, a litigare con loro a volte, ti spinge a pedalare più veloce, ti spinge sostanzialmente a rischiare l’osso del collo. Per guadagnare poi, quanto, di più?

Niente. La differenza, per mia esperienza, è minima: le aziende che il cottimo lo adottano propongono questo modello con l’idea che se non  lo facessero i rider passerebbero il tempo a svapare sdraiati sotto un cedro grattandosi il mento. Spoiler alert: non succede. Il lavoro va fatto e tu rider vuoi comunque portarlo a termine, che tu sia a cottimo o meno, per poi andare a casa e riposarti davvero.

Uno dei fattorini in questione, pronto a tutto pur di tornare a casa mi dicono ( cioè poi in realtà non lo so non ho giocato a Death Stranding, io sono fermo alla generazione prima, scusate)

Una paga oraria invece, esperienza due, ti mette allo stesso tempo al riparo dal correre per fatturare e ti permette, se proprio vuoi farlo (e se i segnali stradali e le leggi del tuo Stato lo consentono: rispetta sempre il codice della strada, cocco),  di metterti a correre ugualmente come un Pantani qualunque (mi ero perso per strada un altro riferimento pop in effetti),  senza però che tu sia obbligato a farlo. L’adrenalina della corsa è galvanizzante davvero, ti fa sentire meno la fatica, aumenta la sensazione di soddisfazione e premere il tasto “fine turno” delle volte ti fa davvero sentire come se avessi sconfitto un boss di fine livello. Però rischia di ammazzarti.

Non c’è molto da girarci intorno, rischia di ucciderti. E spesso, molto spesso, noi che facciamo questo mestiere prendiamo la cosa sotto gamba. Come fosse un videogioco, davvero. Forse in fin dei conti sto ribadendo una cosa anche abbastanza ovvia, no? In qualsiasi altro settore di produzione lo sarebbe: il cottimo è pericoloso e mette a rischio i lavoratori, non dovrebbe volerci uno scienziato per dimostrarlo. Non è colpa dei lavoratori se si mettono a correre come dei pazzi, se i tempi di produzione lo richiedono e i contratti lo permettono. Ma a quanto pare in questo settore non solo i diritti sembrano essere scomparsi: sembra scomparsa anche l’idea che siano mai esistiti.

Archiviato il discorso ora vs cottimo, ci sono le persone. Perchè che tu sia pagato a ora o pagato a consegna la cosa non cambia: nel momento in cui sali sulla bici le persone scompaiono, diventano puntini intorno a cui rimbalzare: verrebbe forse da pensare a un flipper, ma la mia immagine di riferimento è anche qui pixelata: è quella della bicicletta all’interno dei primi giochi per Gameboy dei Pokèmon: ribalzare tra un albero e l’altro prima di uscire dai boschi disseminati di Pigliamosche (in questo caso: bambini che si tuffano letteralmente in mezzo alla strada nelle giornate chiuse al traffico). Insomma, le persone – ristoratori, clienti, colleghi – diventano NPC, Non-Player Characters.

Soprattutto nella prima fase della mia esperienza ho infatti avuto modo di constatare quanto fare consegne sia un mestiere, per carità, piacevole, ma sostanzialmente asociale. Le persone che incontri, durante la tua giornata – o serata – di lavoro, i ristoratori, i clienti, i colleghi, sono solo accidenti momentanei. Le prime volte che inizi a lavorare forse riesci ad instaurare qualche rapporto umano: per lo più, le persone che conosci nel primo mese di lavoro sono quelle con cui rimani più affiatato. Di tanto in tanto compaiono colleghi simpatici, persone cordiali. Ci si ritrova talvolta a mangiare una pizza o a bere una birra dopo lavoro. Ma è tutto concitato, occasionale, di passaggio. I lavoratori passano e vanno. I nomi si imparano e si scordano. Qualcuno rimane. La maggior parte scivola via. E tu scivoli via con loro.

Ricordo ad esempio che in un intermezzo tra le due fasi  – sono stato lontano più di un anno – in più di occasione mi ero ritrovato in prossimità di un gruppo di iraniani che ricordavo avessero lavorato con me. In più di un’occasione mi era capitato di scambiare qualche battuta con loro, ma al momento di riportarne alla memoria i nomi quella sera proprio mi sfuggivano. Oggi li conosco, alcuni di loro almeno (casualmente ci siamo ritrovati a lavorare nella stessa compagnia) ma all’epoca sono abbastanza sicuro che se fossi andato a salutarli, sotto la statua dove erano soliti ritrovarsi, probabilmente mi avrebbero guardato perplessi, magari mi avrebbero salutato come si saluta un mezzo sconosciuto che non sai bene dove hai incontrato. Quello che dico è questo: in questo mestiere la gente passa e a questa cosa presto ci si abitua. Mi si dirà: tutto sommato è un qualcosa di comune a molti lavori. Sì,  certo, è comune a molti altri lavori, ma in che modo questo lo rende accettabile?

L’ ”uberizzazione” della società è un fenomeno diffuso del resto, si dice: uberizzazione, secondo Treccani sarebbe “trasformazione di servizi e prestazioni lavorative continuativi, propri dell’economia tradizionale, in attività svolte soltanto su richiesta del consumatore o cliente”. Si tratta della tendenza, insomma, a frantumare, disintermediare, “liberare” il lavoratore dal giogo del contratto, realizzare il sogno liberale: firmare e rescindere contratti con un tasto, avere a disposizione un lavore soltanto occasionalmente e doverlo quindi pagare solo occasionalmente, da un lato, e dall’altro permettere al lavoratore stesso di mettere in pausa il lavoro per mesi mesi, per poi ricominciare senza ripercussioni (o quasi: come sempre, dipende dalla compagnia, in molte interrompere il tutto comporterebbe certamente un abbassamento notevole del rating e quindi meno turni disponibili).

Sia chiaro, io qui non voglio mettermi a fare lezioni di rettitudine politica, discorsi ideologici o ideali. Io le mie idee le ho ma qui vorrei lasciarle da parte. Vorrei mettere in chiaro però che questo processo c’è, è in atto: rapporti più veloci, contratti più facili, meccanizzazione dell’umano e umanizzazione della macchina. Ma non sarò certo io a fare il discorso sui bei tempi andati, questo semplicemente perché non ci credo, e non penso affatto che la disintermediazione sia necessariamente un fatto negativo: la libertà di mettere in pausa il proprio lavoro è precisamente quella che mi permette, in questo momento, di scrivere  questo articolo e anche i prossimi (per alcune settimane scelgo infatti di concentrarmi sulla conclusione della tesi e sul dilapidare i risparmi messi da parte con le ripetizioni) come pure può permettere eventualmente a lavoratori migranti di fare ritorno per alcuni mesi al proprio paese dalle famiglie senza necessariamente perdere il lavoro.

Però la questione è più ampia di così. Non riguarda solo me. C’è gente, ed è davvero tanta (in Italia siamo più di 20 mila) che di questo lavoro vive davvero, che non sempre ha altre entrate e non sempre può davvero permettersi di mettere il proprio lavoro in pausa, che chiede molto spesso diritti, o che molto più spesso l’esistenza o la possibilità di quei diritti e di quelle tutele neppure le immagina, neppure le sospetta. Diritti che in altri campi vengono dati per scontati: assicurazione infortunistica, ferie pagate, stipendi dignitosi. Eppure in questo settore, sono in molti a dirlo, è avvenuta una vera e propria “fuga dei diritti”. Insomma: è una questione complicata. È una questione che riguarda migliaia di persone, con contratti precari e situazioni poco chiare.  Già, e come ogni situazione precaria, se non più, anche questa situazione sta costantemente cambiando. Insomma, è inevitabile: se voglio rendere davvero conto della realtà in cui sto vivendo, non posso non incrociare la mia esperienza con quella di chi mi circonda, e con i cambiamenti che ci stanno riguardando. Illudersi della propria apoliticità è un’illusione. La politica è la realtà, e la realtà si muove.

Nei prossimi articoli cercherò di renderne conto.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92. Parto per Bologna a studiare alla Facoltà di Lingue nel 2011 e, tolto un anno a Parigi, non la lascio più. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto; mangio troppo.

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