L’effetto delle Regionali sugli equilibri politici

Doveva – secondo alcuni – concludersi con un 4-2, ma la partita delle regionali ha regalato più di qualche amarezza al Centro Destra e alla fine il tutto si è concluso con un pareggio.

Tira un sospiro di sollievo la maggioranza di Governo nel suo complesso, riuscendo a posticipare ancora per un po’ la fatidica goccia che fa traboccare il vaso. Il Centro Sinistra mantiene saldamente la Campania (dove non c’è stata letteralmente partita), la Puglia (dove il presidente uscente ha travolto il candidato del centro destra, Fitto) e la Toscana. Proprio la vittoria del Centro sinistra in Toscana mostra, tuttavia, alcune preoccupanti crepe. Se infatti la fortezza toscana ancora non è stata espugnata, andando ad allinearsi con quanto successo poco tempo prima con l’Emilia oggi guidata da Bonaccini, il risultato della candidata della Destra Ceccardi non fa dormire sonni tranquilli alle sezioni locali e romane della Sinistra. 8 punti percentuali hanno infatti separato i due candidati (48.6% per Giani, 40.6% per Ceccardi). In una regione storicamente rossa, questa distanza è quasi irrisoria. Del resto, la Destra continua a consolidare il suo consenso nella regione di Matteo Renzi, un rapido sguardo ai risultati delle elezioni europee permette di avere una prospettiva più completa di quanto sta accadendo. In occasione di quell’appuntamento elettorale, la Lega si affermò di prepotenza come secondo partito, imponendosi con un 31.5%, il PD appena sopra con il 33.3%. Ancora più senso se consideriamo altre elezioni: nelle elezioni che portarono alla formazione del primo governo Conte, la Lega arrivò al 17.40%; insomma, siamo lontani anni luce da quel 2.56% che la Lega ottenne nelle elezioni europee del 2014 (a fronte del 56.35% ottenuto dal PD). Si dirà allora che erano altri tempi e che la Sinistra aveva, allora, altri leader; considerazioni giustissime, ma il problema per la Sinistra rimane: in Toscana la Destra continua ad erodere consensi agli avversari.
Da notare poi le performance, disastrose, dei Cinque Stelle spariti da molti scenari politici nazionali e locali. Un controsenso se si pensa al fatto che proprio un quesito, invecchiato malissimo, sulla piattaforma Rousseau aveva dato il via libera proprio alle alleanze locali con il PD in chiave anti-Lega. Il classico esempio di come tra il dire e il fare vi sia di mezzo il mare; l’esperimento delle Alleanze ha funzionato – male – solamente in Liguria, dove il presidente uscente Toti si è riconfermato senza particolari problemi. In tutti gli altri scenari, non si è riuscito a trovare la quadra; complici, anche, i vari malumori di parte della base grillina, alienati dal cambio di rotta che il partito ha avuto recentemente; complici, anche, i sempre maggiori dissidi interni tra le ormai diverse anime del Movimento: un’anima più propriamente istituzionalizzata in un vero e proprio partito (guidata da Di Maio) e un’anima che fa della purezza il suo mantra, quella di Di Battista. In mezzo ci stanno le correnti di Fico, di Crimi e di nomi minori che però rischiano di fratturare ulteriormente il Movimento, specie al Senato dove le continue fuoriuscite/espulsioni potrebbero mettere seriamente a rischio la maggioranza a causa dei numeri sempre piuttosto ballerini e ai quali Palazzo Madama ci ha abituato.

Poi c’è Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia è forse una delle piattaforme politiche più nuove, sebbene costruita sulle fondamenta lasciate del MSI prima e da Alleanza Nazionale poi. Un partito minore che però si è saputo imporre in breve tempo. Sebbene lontana da quel balzo ottenuto dalla Lega (che nei primi mesi di Governo CONTE I balzò addirittura al 37%), Giorgia Meloni è riuscita a ritagliarsi uno spazio personale più che soddisfacente, riuscendo ad imporre certe scelte ai propri alleati della Coalizione. E così, dopo il supporto fondamentale fornito alla Tesei (quota Lega) in Umbria; Giorgia Meloni ha imposto un suo nome per le Marche. Francesco Acquaroli è stato dunque eletto alla Presidenza della Regione, strappandola alla Sinistra. E i risultati parlano chiaro: sebbene la fetta maggiore di voti sia stata determinata dalla Lega di Salvini (22.38%), la partecipazione di Fratelli d’Italia è tutto fuorché marginale (18.66%). Il partito di Giorgia Meloni si trova poi in una posizione altamente strategica, ma per comprenderlo occorre prima analizzare le performance della Lega di Salvini.

La Lega non gode di buona salute, sia chiaro, ma nonostante questo rimane saldamente primo partito con un buon margine di vantaggio (una forbice di 5-7 punti percentuali). Che la Lega sia in affanno lo dimostrano i risultati assai deludenti in Puglia. In Puglia l’errore della coalizione di Destra è duplice: da un lato la scelta di Fratelli d’Italia di imporre Fitto si è rivelata sbagliata; dall’altro la decisione della Lega di appoggiare la Meloni si è dimostrata doppiamente errata. La Lega aveva per lungo tempo sostenuto la candidatura di Altieri; un nome minore e figura non particolarmente carismatica considerando i suoi continui cambi di casacca (Popolo delle Libertà e Forza Italia prima, poi Misto, poi Lega) e con diversi insuccessi politici alle spalle. Insomma, se la scelta di Fitto non è stata particolarmente felice, l’eventuale scelta di Altieri sarebbe risultata con ogni probabilità ben peggiore. E l’insuccesso pugliese si somma a quello, recente, dell’Emilia.
Sarebbe tuttavia scorretto dare la Lega di Salvini per morta. I dati e i sondaggi ci dicono che non è così. Sebbene lontana dai fasti del CONTE I, la macchina elettorale leghista macina ancora voti. La scelta di Salvini di far cadere proprio quel CONTE I si è rivelata tutto sommato politicamente corretta. L’obiettivo, difficile non vederlo, del leader leghista è proprio quello di condurre una guerra d’attrito contro non tanto il PD, ma il Movimento Cinque Stelle. Il progetto sta dando i suoi frutti, complice anche – ma non è questo il momento di parlarne – la grande incertezza che questa maggioranza sta mostrando sulla gestione dell’emergenza COVID.
Ma se anche il leader leghista dovesse perdere voti, ecco che subentra il meccanismo di sicurezza di Fratelli d’Italia, quella posizione strategica di cui gode Giorgia Meloni.

Fratelli d’Italia è proprio questo: un meccanismo di salvaguardia del consenso di Destra. Un elettore deluso da Salvini non va tra le braccia del PD, ma preferisce votare Meloni. E qui si arriva al cortocircuito del mondo di Sinistra: l’incapacità di capire come le posizioni della Meloni su determinati temi non sono esattamente più moderate di quelle del leader leghista. Chi oggi esulta per la diminuzione del consenso leghista deve comprendere che quel consenso va verso un partito con posizioni molto più radicali su molti temi. Il tema dell’immigrazione è forse l’esempio più lampante: se la politica dei porti chiusi è, oggettivamente, fallita (con inutili strascichi giudiziari che daranno vantaggio solo a Salvini); la posizione della Meloni è molto più netta e radicale: blocco navale con navi della Marina Militare. Blocco navale a ridosso delle coste libiche; un lavoro sporco – sporchissimo – per qualunque futuro Ministro degli Esteri e per qualunque futuro Ministro della Difesa. E attenzione al modo di fare politica di Giorgia Meloni, molto distante dalla roboante “The Beast” salviniana; molto più discreta e oggettivamente preparata della macchina macina-like di Salvini. La presenza sempre più importante di Fratelli d’Italia salvaguarda poi la coalizione da eventuali “fughe a sinistra” di Forza Italia, sempre più ridotta a ruota di scorta di una coalizione fondamentalmente bi-partitica e che, secondo gli ultimi sondaggi SWG, viene già data al 40.6% anche senza il supporto di Berlusconi.

I tre leader della Destra di certo non possono ritenersi soddisfatti per i risultati delle Regionali 2020. Gli equilibri interni alla Coalizione sono destinati a modificarsi sostanzialmente.

E qui si deve necessariamente inserire la questione della Legge elettorale che tornerà prepotentemente nel dibattito politico. Se si andasse a votare oggi, con la legge elettorale nota come Rosatellum, non vi sarebbe storia: la coalizione di Destra otterrebbe tranquillamente la maggioranza assoluta, anche senza Forza Italia. Questo effetto è causato dalla presenza dei collegi uninominali che, per l’appunto, vogliono essere eliminati nel cosiddetto “Germanicum”. L’eliminazione tout-court dei collegi uninominali farebbe diventare il sistema elettorale prettamente proporzionale ed è risaputo che il proporzionale tende a sminuire la forza dei grandi partiti. Nonostante questo, con i numeri attuali, la coalizione di Centro Destra continuerebbe a dominare, sebbene il peso politico di Forza Italia sia destinato ad aumentare. Una legge elettorale, tuttavia, non è costituita solo da formule per la distribuzione dei seggi; occorrerà vedere cosa la maggioranza deciderà sulla spinosa questione della soglia di sbarramento. Se – come si pensa di recente – la soglia sarà piuttosto alta (si ipotizza al 5%), molti partiti minori della Sinistra rischiano di non poter nemmeno lontanamente sperare di entrare in Parlamento, a tutto vantaggio della Destra il cui panorama non è caratterizzato da un’eccessiva frammentazione. Tra questi partiti minori si annovera, senza dubbio, proprio Italia Viva di Matteo Renzi. La mancata partecipazione di Italia Viva costituirebbe un vantaggio e uno svantaggio al tempo stesso per l’attuale maggioranza. La presenza di Matteo Renzi potrebbe portare maggior ossigeno ad un possibile rinnovo dell’esperimento PD-M5S; d’altro canto, tuttavia, Matteo Renzi mal nasconde il suo risentimento nei confronti del PD e la diffidenza sui 5 Stelle. Il rischio per la coalizione PD-5Stelle sarebbe di avere letteralmente una spina nel fianco, con un grande potere di ricatto praticamente su ogni decisione. Una coalizione PD-5Stelle-Forza Italia potrebbe sconfiggere (ma si tratterebbe di una Vittoria di Pirro) la coalizione Lega-FdI, ma costituirebbe il suicidio politico sia dei 5Stelle (che si rifiutarono di Governare proprio con Berlusconi) sia di Forza Italia il cui elettorato non ha ancora del tutto digerito il famoso Patto del Nazzareno e che non ha mai nascosto le perplessità sui Cinque Stelle. Fantapolitica, insomma.
Il problema fondamentale è poi l’inusuale alleanza proprio tra i due azionisti maggiori dell’attuale coalizione di Governo. Occorre chiedersi quanto l’esperimento PD-5Stelle possa effettivamente durare e con quali finalità. Se la finalità di questa maggioranza è prettamente anti-salviniana, non c’è gioco che tenga; l’esperimento è destinato a fallire. Prima o poi i grandi nodi dovranno venire al pettine: cosa fare dei soldi del Recovery Fund (se e quando arriveranno); una posizione unica sul MES (e al momento le posizioni sono agli antipodi); il tema delle grandi opere (ricordando che il CONTE I cadde proprio sul tema TAV e ricordando anche che PD e Movimento votarono in modo difforme, con il PD schierato insieme alla Destra); il tema dei migranti che, una volta cancellati i Decreti Salvini, dovrà essere affrontato in modo alternativo e i piani a tal proposito, al momento, scarseggiano. Per questi aspetti, dunque, l’esperimento del “Contratto di Governo” del CONTE I – nonostante tutte le sue storture e i suoi vuoti proclami – fu più che commendabile. Un esperimento che venne copiato, in malo modo, dai grandi accordi di coalizione alla tedesca, ma che metteva nero su bianco i punti sui quali – con mille difficoltà – si provava a prender decisioni.

In modo del tutto speculare, la Coalizione di Destra ha un disperato bisogno di fare qualcosa di simile. La grande e bruciante sconfitta pugliese, la non-partita campana e la delusione Toscana dimostrano come anche la Destra necessiti di darsi un piano d’azione chiaro e con obiettivi programmatici. “Stare insieme per poter fare meglio l’opposizione” è una logica che non può durare, anche perché con le future elezioni questa coalizione – salvo immani imprevisti – è destinata proprio a governare. La Destra deve innanzitutto capire chi è il leader della coalizione. Se l’asse PD-Movimento può permettersi di essere bicefalo proprio a causa della natura radicalmente differente dei due partiti, la Destra non ha questo privilegio. La logica del “Chi prende più voti è il leader”, finora utilizzata, mostra le prime crepe proprio perché è una pseudo-logica; una pseudo-regola inventata quando il leader della coalizione era inevitabilmente Salvini con il suo 34-37% dei consensi. Ora la situazione è ben mutata. Giorgia Meloni ha tutto il diritto di avanzare pretese, anche coraggiose.
Sia poi chiaro: qualunque sistema proporzionale costringe le parti ad una maggiore mediazione proprio in vista delle coalizioni; mediare vuol dire, necessariamente, scendere e compromessi e quindi essere disposti ad ammorbidire alcune posizioni su temi caldi. La Destra, su questo punto, rischia la paralisi; tutta ad eccezione forse di Forza Italia, il partito più moderato all’interno della coalizione. Al momento né Lega né Fratelli d’Italia sembrano essere disposti a fare passi indietro (o di lato) sui temi caldi, specie sul rapporto con l’Europa. Come giustamente fatto notare dal Cardinale Ruini – il quale si è esposto enormemente rilasciando quello che a molti è sembrato un endorsment a Giorgia Meloni (ma non è una sorpresa, l’anima di destra dei cattolici cresce sempre di più) – una presa di posizione più moderata sul tema europeo è fondamentale se si vuole sperare di andare avanti. Una risposta al Cardinale seria e precisa da parte dei due leader di Destra risulta, ad oggi, ancora non pervenuta.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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