I’m thinking of ending things: interiorità, intimità e temporalità sullo schermo

Recensire questo film, distribuito su Netflix, è un’ardua impresa: come si fa a recensire un flusso di pensieri, l’interiorità di una persona, dove i confini spaziali e temporali non esistono, dove i ricordi si mescolano diventando irriconoscibili, dove speranze, sogni, talenti e propensioni si personificano in coloro che ci stanno, che ci stavano, che ci staranno accanto — o, ancora, in diverse versioni di noi stessi? Nel film va in scena tutto questo e anche di più. Come già aveva fatto in Eternal sunshine of the spotless mind, Charlie Kaufman (che lo ha scritto e diretto) porta sullo schermo l’intimità dell’essere umano, un’intimità fatta di pensieri timidi, ma anche strabordanti e collerici, di nostalgie e fantasticherie. Gli spettatori si ritrovano a guardare qualcosa che non riescono (e non riusciranno) a comprendere pienamente, ma da qualche parte, nelle loro menti, un piccolo interruttore scatta, nel corso della visione. E ci si immedesima, si capisce meglio il tutto solo ad un livello emotivo, e si prova disagio, sconforto, pena, paura, tristezza, ci si perde in un vero e proprio labirinto.

Chi sono i protagonisti del film? Ad un primo impatto, Lucy (Jessie Buckley) e il suo ragazzo Jake (Jesse Plemons), che va a prenderla in macchina perché hanno una gita da fare, il loro primo viaggio insieme come coppia. I due si frequentano da qualche settimana, Lucy non ricorda esattamente da quanto; il loro sembra un legame quasi non intenzionale, casuale, portato avanti inconsapevole, per inerzia. La meta del viaggio è la casa dei genitori di lui: un passo importante, cruciale, all’interno di una relazione, che in qualche modo dovrebbe contribuire a consolidarla. Il famoso “ti presento i miei”, insomma. Ma qualcosa non va: Lucy è pensierosa — noi sentiamo tutti i suoi pensieri, che scorrono come l’acqua di un fiume — e si perde ad osservare il paesaggio invernale, la neve che cade e ricopre silenziosamente la vasta campagna. Una vista romantica, ma anche triste, che sa di abbandono, di passato. E, in effetti, Lucy e Jake sembrano già essere “passati”, almeno secondo lei.
Non è solo il paesaggio ad essere malinconico, ma l’intera atmosfera del film. Lucy e Jake sono lì, in macchina insieme, ma quel loro primo viaggio è forse anche l’ultimo, l’unico. Le cose stanno accadendo ma è come se fossero già accadute, già finite. È come se si stesse raccontando una storia al passato e non una storia in corso di svolgimento.
Lucy ripete, infatti, insistentemente, nella sua testa, la frase che dà il titolo al film, “Sto pensando di finirla qui” (in inglese “I’m thinking of ending things“), sta pensando cioè di troncare la relazione. Ma perché? Non sembra ci sia un reale o valido motivo. Jake è carino, gentile, acculturato — Lucy ce lo dice. Ma qualcosa in lui stona, manca, stride; forse Jake è in fondo “solo” diligente, ma non brillante. È una sensazione, che scava dentro Lucy facendola sentire sempre più a disagio. E pare che, minuto dopo minuto, Jake percepisca quel suo disagio, quel suo umore strano e preoccupante.

A casa dei genitori di lui, il tutto non fa che peggiorare. I due, madre e padre, sono terribilmente strani, caricaturali, inquietanti, e la loro mimica facciale, i loro gesti e le loro parole, comunicano angoscia. Più di tutti la madre (una come sempre bravissima Toni Collette affiancata da David Thewlis), che, Jake lo aveva detto, non è stata bene, ultimamente. Non sono però ostili, anzi tutt’altro: accolgono Lucy con un’allegria persino eccessiva, che comunica forse un loro disagio, sono fin troppo cortesi e i loro sorrisi appaiono così tirati, le loro risate così stridule, da sembrare maschere del teatro dell’assurdo. È ben presto chiaro che la ragazza di loro figlio ha su di loro un impatto molto positivo. Si passa poi, durante la cena, a parlare di talento: il talento di Lucy, che dipinge, il talento di Jake che invece è andato dimenticato (anche lui, a quanto pare, dipingeva). La cena prosegue e fuori la neve cade sempre più fitta, preoccupando Lucy, la quale teme di non riuscire a rincasare e sa che il giorno dopo deve andare a lavorare. Comincia pian piano a diffondersi una confusione sempre maggiore, che poi scoppia, contagiando tutto e tutti. Una confusione, che, come dicevo all’inizio, è difficile da spiegare. Vale sicuramente la pena sperimentarla, farsene un’idea personale, cercare di attenuarla con la razionalità o al contrario decidere di tuffarcisi dentro.

Alcuni significativi frammenti del film fanno capire che non è solo l’interiorità ad essere la protagonista, ma anche la temporalità, necessariamente legata ad essa. Ad esempio, mentre Lucy, a casa dei genitori di Jake, guarda una foto di famiglia appesa alla parete, non sa se quello che sta vedendo è Jake da bambino oppure lei stessa, da bambina. Il loro tempo, la loro infanzia, pare mescolarsi, confondersi.
Lucy stessa dice qualcosa di molto importante sul tempo: afferma che forse non siamo noi ad andare avanti, noi siamo in realtà fermi, ed è il tempo che scorre attraverso di noi come un vento. Come a dire che noi siamo sempre noi, ma quello che ci accade ci travolge, ci muta, come fa un vento tempestoso ad un mare calmo, un mare che resta lì, ma viene agitato, sbattuto, deformato, prevaricato. Il tempo, scorrendo, muta le nostre idee, i nostri desideri, svilisce i nostri talenti, abbassa o alza il volume della musica dei nostri sogni. Il tempo può renderci irriconoscibili a noi stessi, può sbiadire le immagini, falsare i ricordi, farci saltare da una realtà all’altra, anche senza soluzione di continuità.
Che cosa studia Lucy? Fisica quantistica o cinema? E come si sono conosciuti, Lucy e Jake? In un bar, durante un quiz organizzato? Lei è andata a parlargli perché lo trovava carino, oppure era semplicemente la cameriera di quel bar? Tutto si mescola, diventa sfocato e incomprensibile. E, soprattutto, chi è l’anziano inserviente che vediamo nel corso del film? Appare e scompare, le sue comparsate sono incomprensibili inframezzi all’interno della storia di Jake e Lucy. Ma un legame deve esserci per forza.

Sto pensando di finirla qui è un film che va guardato (e perfino riguardato) con attenzione e solerzia, che va ascoltato bene, abbandonando i pregiudizi e preparandosi ad accogliere una temporalità ed una interiorità confuse e destabilizzanti.

PS = Per chi volesse approfondire: il film è tratto da un romanzo, che porta lo stesso titolo, scritto dal canadese Iain Reid e pubblicato nel 2016.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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