L’ultima rivoluzione dell’Europa

Il titolo va a fare riferimento al celebre testo di Christopher Caldwell, ma qui si parla di Bielorussia e Lukashenko, da settimane sotto i riflettori dei media mondiali.

Che le elezioni presidenziali in Bielorussia non sarebbero state come le altre lo si era capito ben prima del 9 agosto d’altronde, la società  bielorussa non è cosi passiva come molti forse si aspetterebbero da un paese guidato da 26 anni dallo stesso presidente.

Tornando indietro nel tempo, Lukashenko diventa per la prima volta presidente nel 1994, quando i suoi obiettivi principali erano di stabilire un governo pulito, rimuovendo gli ufficiali corrotti e portare un’integrazione maggiore fra Russia e Bielorussia.

Nel 2001 l’Osce dichiarava la sua seconda vittoria alle presidenziali non in concordanza con gli standard internazionali per i diritti umani, e tutt’ora i rapporti di Human Rights Watch, Freedom House e Amnesty International, descrivono l’operato di Lukashenko da regime autoritario.

Prima di Putin, fu Lukashenko nel 2004 ad annunciare il referendum con cui eliminò i limiti dei mandati presidenziali, che la Costituzione bielorussa limitava a due, così facendo, gli fu possibile candidarsi e vincere per l’ennesima volta le elezioni del 2006.

Già nel 2006 e nelle successive elezioni del 2010 i bielorussi erano scesi in piazza per contestare il risultato elettorale, nel 2011 l’Unione europea aveva anche imposto sanzioni contro la Bielorussia in risposta all’incarcerazione di politici dell’opposizione e dei loro familiari, come nel caso Andrei Sannikov.

 

Il governo bielorusso ha finora represso i cortei con arresti e manganellate e, più si avvicina al Cremlino, più si mostra deciso a soffocare la protesta con la forza, mentre la Russia di Putin, ha accusato l’UE di «flirtare» con l’opposizione bielorussa «violando le norme fondamentali della Carta delle Nazioni Unite».

Il Parlamento europeo non poteva non dire la sua su quanto sta avvenendo in un Paese ai confini dell’Unione, dove si combatte una battaglia per la democrazia.

 

Le proteste continueranno per due semplici motivi: per primo la società bielorussa è diversa rispetto a quella di dieci anni fa, ha dovuto combattere la crisi economica, che è ancora in corso nel paese, ha dovuto affrontare la pandemia a causa delle mancanze del governo, con queste esperienze la società ha raggiunto un livello di coesione ed organizzazione elevato, basta osservare l’assidua frequentazione delle proteste.

Il secondo motivo è la situazione tra Lukashenko e Putin, tra di loro esiste un ami et odi che continua da anni, si alterna fra strette di mano ed appoggio militare del leader russo, e il mancato riconoscimento dell’annessione della Crimea alla Russia nel 2014 da parte di Lukashenko.

 

Se c’è una voce che non si è sentita nelle crisi delle ultime settimane a Hong Kong, in Libano e in Bielorussia, è quella del ministro degli Esteri italiano che rende l’Italia sempre più insignificante a livello internazionale.

Spicca nella risoluzione approvata a larga maggioranza del Parlamento Europeo, la ferma opposizione della Lega, che rinnova ancora una volta la sua vocazione filo-russa, palesata anche con la decisione di non prendere provvedimenti contro il leader bielorusso Alexander Lukashenko, più vicino a Mosca che a Bruxelles.

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