Voterò No al Referendum

Voterò No al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari.

Una scelta forse sofferta, considerando come io stesso sia circondato da persone che invece voteranno un Sì convinto. La riforma sottoposta a Referendum contiene, inutile negarlo, aspetti degni di nota; uno tra questi è quello di voler fare, finalmente, chiarezza sulla questione dei Senatori a vita. È dai tempi di Pertini (correva l’anno 1984) che la questione non trovava soluzione. Il limite della nomina dei cinque senatori a vita è da intendersi come assoluto o come relativo? La norma costituzionale (art. 59) diceva che, in ogni dato istante, ci possono essere al massimo cinque senatori a vita? Oppure era da intendersi – come intese Pertini – che ogni Presidente della Repubblica ha la facoltà di nominare cinque senatori? Giudico questo chiarimento fondamentale; non ho mai nascosto, infatti, la mia profonda antipatia nei confronti della figura del senatore a vita e penso che questa riforma finalmente ponga un limite chiaro a questa situazione. La mia antipatia è legata all’accountability (o meglio, alla mancanza della stessa) degli stessi senatori e senatrici che si trovano a sedere a Palazzo Madama senza che vi sia stato un voto popolare a metterli lì. Sia chiaro, il divieto di mandato imperativo è assoluto e ben ci sta; tuttavia i senatori a vita si sono spesso dimostrati aghi della bilancia e non possono, non devono, avere questo potere se non si trovano nelle condizioni di affrontare le conseguenze del loro voto. Un senatore che vota in modo difforme, non tanto al suo partito ma piuttosto ai cittadini che l’hanno votato, rischia di non essere ricandidato e rivotato. Tale meccanismo, del tutto democratico, non si applica – per la natura stessa della nomina a vita – al senatore a vita. Da anni sostengo che i Senatori a vita non dovrebbero avere il diritto di voto, ma piuttosto dovrebbero avere il ruolo di auditori e così da indirizzare l’operato del Senato grazie alla loro grande sensibilità e saggezza.
Ma questo non è l’oggetto del contendere, me ne rendo conto. Sebbene vi sia dunque questo elemento, all’interno della riforma, da me molto apprezzato, va anche detto che tutto il resto mi lascia interdetto, se non semplicemente preoccupato.
Il taglio dei parlamentari è un mantra che i Cinque Stelle ripetono da anni, un mantra che andava più che bene quando il Movimento fondato da Beppe Grillo stava fuori dal Parlamento a fare antipolitica, ma che ora cozza enormemente con il nuovo Movimento, ormai altamente istituzionalizzato, portato avanti da Di Maio e Crimi. Il partito è cambiato: nella forma, nella dirigenza, nel modo di porsi nei confronti delle altre forze politiche. Eppure, l’idea del “parlamentare” come parassita, come spesa inutile, come membro di una casta di privilegiati permane ancora nella retorica pentastellata e questo non è ammissibile per un partito che ora siede proprio in quel Parlamento. La riforma dei cinquestelle di oggi è la stessa proposta ai tempi dei Meetup, dei V-Day; tante belle parole in grado di infiammare gli animi, ma poi idee assai confuse su come effettivamente effettuare il taglio. Tagliare tout-court il numero dei parlamentari non affronta questioni spinose che, purtroppo, molto spesso non vengono spiegate al grande pubblico a causa degli intrinseci tecnicismi. Perché modificare il numero di parlamentari vuol dire modificare i rapporti di forza all’interno delle Commissioni e delle Giunte; vuol dire mutare il ruolo decisionale, spostandolo più verso il Parlamento o più verso il Governo; vuol dire intaccare i rapporti di rappresentatività tra eletti ed elettori; in ultima analisi vuol dire modificare i rapporti democratici.
Nulla da fare dunque? Avere queste preoccupazioni vuol dire essere contrari ad una riduzione del numero dei parlamentari a priori? Vuol dire dirsi contrari ad ogni possibile Referendum in materia? No, affatto, ma le riforme vanno fatte con la testa, non con la pancia; una riforma così delicata deve necessariamente passare attraverso riforme organiche che coinvolgono più aspetti. E dunque tagliamo la testa al toro sin da subito: sono anni che il PD porta avanti idee strutturali per la riduzione del numero dei parlamentari. Voterei a favore di un taglio dei parlamentari con maggior sicurezza se a proporre il tutto fosse il Partito che di certo non sono solito votare. Peccato che negli ultimi anni il PD stia latitando a causa di una emorragia di credibilità e di “voglia di fare”.

Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, uno tra i più convinti sostenitori del Sì al taglio dei Parlamentari, forse sottovaluta gli effetti che la Riforma avrebbe sugli equilibri democratici.

Vi sono due sostanziali ordini di problemi legati a questa riforma a firma pentastellata. La prima riguarda, tout-court, la falsa narrazione che è stata fatta sulle questioni inerente al taglio dei parlamentari. La seconda riguarda l’assenza di quella “struttura” di contorno di cui prima parlavo, l’assenza di una riforma organica.
Partiamo da un presupposto. Non è vero che l’Italia ha un numero di parlamentari spropositato rispetto alla popolazione. Sebbene, infatti, vi siano più parlamentari per abitante rispetto ad altri Paesi europei, queste sono considerazioni che tengono scarsamente a mente la natura, profondamente differente, delle forme di governo vigenti negli altri Paesi. È l’errore di chi si avvicina al Diritto pubblico comparato senza tenere in considerazione il fatto che il Copia-Incolla da altri sistemi non è mai perfetto. È troppo semplice dire che la Francia ha un numero di parlamentari, per abitante, inferiore al nostro; un po’ più complicato è capire che il sistema francese (semipresidenziale e monocamerale) è differente dal nostro. Troppo semplice compararci alla Germania senza poi considerare la natura federale della Repubblica tedesca che prevede sì due camere, ma non con il nostro stesso assetto. E poi qualcuno vada a spiegare al grande pubblico il meccanismo dei mandati in eccedenza tipici del sistema elettorale tedesco. Provate a sostenere la necessità di un meccanismo del genere e verrete arsi vivi in pubblica piazza. È dunque vero che l’Italia ha un numero maggiori di parlamentari per abitante, ma il rapporto non è così catastrofico come lo si vuol far sembrare. Al momento abbiamo 1 deputato per circa 96000 abitanti, un rapporto non così distante dal resto della media europea che si attesta ad un “deputato” (virgolette d’obbligo a causa della differente denominazione dei membri della “Camera Bassa”) per ogni 100000 abitanti circa. Un taglio, tout-court, del numero dei parlamentari avrebbe però l’effetto deleterio di aumentare il numero di rappresentati per ogni parlamentare. Per la sola Camera dei deputati, si stima che il rapporto salirà ad 1 deputato per ogni 151000 abitanti facendo così risultare l’Italia il Paese con la più scarsa densità rappresentativa dell’Unione. Tutto questo in nome di cosa? Del risparmio? Anche sotto questo aspetto circola parecchia confusione. Le stime di Di Maio e di altri pentastellati parlano di almeno (almeno, lo ripeto) 500 milioni di risparmi, a legislatura. Dunque, circa 100 milioni annui. Le previsioni più realistiche raccontano però un’altra storia: i risparmi si attesteranno al massimo (al massimo, lo ripeto), sugli 80 milioni annui. In altre parole, come mostrato alcune settimane fa dal Corriere della Sera, il risparmio complessivo si aggirerà attorno al 5% delle spese totali. Già, perché chi è un po’ avvezzo alla materia sa benissimo che i veri costi del Parlamento non vengono tanto dagli stipendi e dalle diarie dei singoli parlamentari, ma piuttosto dal costo (particolarmente alto, siamo anche d’accordo) di gestione. Il costo del personale, il costo degli assistenti, il costo dei locali e via discorrendo. E so bene quale sia la contro-argomentazione: “Beh, sono comunque dei soldi risparmiati”. Vero, ma vale davvero la pena modificare così pesantemente il rapporto tra elettori ed eletti, il rapporto tra Parlamento ed Esecutivo per qualche decina di milioni di euro?

E qui arriviamo al secondo aspetto problematico, quello più tecnico e che Di Maio e gli altri non osano affrontare. L’elevato numero di cittadini per ogni deputato post-taglio è sintomo di una legge elettorale non pensata a questa situazione. La legge elettorale usata per le scorse elezioni, il cosiddetto Rosatellum dovrà, in assenza di alternative, essere utilizzata anche per le elezioni post-taglio. L’effetto tuttavia è deleterio perché per accomodare il nuovo numero di parlamentari, le circoscrizioni (o ancora meglio, i collegi uninominali) dovranno essere estesi. E così, calcoli alla mano elaborati da YouTrend, ogni collegio dovrà contenere almeno il doppio degli abitanti ora presenti. Risultati? Poiché non è possibile aumentare il numero di ore presenti in una giornata, i candidati faranno campagna elettorale solamente in specifiche zone del collegio, ovvero quelle dove sanno di poter racimolare più voti, dunque in prossimità dei grandi centri urbani. Se abitate in piccole realtà di un collegio elettorale ormai diventato di proporzioni giganti, il vostro candidato non lo vedrete nemmeno passare. Una riforma organica della questione, e qui mi sento in dovere morale assoluto di spezzare una lancia in favore del PD, prevederebbe di accostare il taglio dei parlamentari con una sensata riforma della legge elettorale in modo da evitare forzature in una legge che, come già spiegato, non è adatta allo scopo. Che facciano la legge che vogliono: proporzionale, maggioritaria, mista, proporzionale con correttivi maggioritari, maggioritaria con correttivi proporzionali; questo non è rilevante, anche perché, in ogni possibile simulazione, non c’è situazione che tenga: quando hai una coalizione, quella di centro-destra, che supera il 40% a livello nazionale, non ci sono particolari formule segrete che possono farti vincere. Non importa la formula usata, basta che si faccia una riforma elettorale concomitante al taglio. Quello che invece sta succedendo è altro: siamo di fronte ad un vero e proprio ricatto politico da parte dei Cinque Stelle contro il PD.
“Tu mi voti sì al referendum sul taglio dei parlamentari ed io ti prometto di fare la legge elettorale”. Un ricatto politico perché, ad oggi, non c’è nessuna vera idea – né intenzione – di portare avanti un determinato progetto piuttosto che un altro. Ad oggi si parla tanto di un proporzionale – perché un maggioritario farebbe dominare la Lega e Fratelli d’Italia – ma non è chiaro con quale formula, non è chiaro con che soglia di sbarramento – Italia Viva fa forte opposizioni a soglie troppo alte, ovviamente – non è chiaro se si voglia adottare un modello alla tedesca – perché l’ossessione del modello tedesco non ce la schiodiamo di dosso – oppure una versione modificata proprio del Rosatellum.

La grande ironia di tutta la narrazione consiste poi nel fatto che il tema sia affrontato proprio dai Cinque Stelle, quelli ossessionati dalla democrazia diretta modello islandese, dei Referendum a tutto spiano per le più disparate necessità. Sia chiaro questo: un numero minore di seggi a disposizione vuol dire, soprattutto, un numero minore di poltrone da distribuire. Questo comporta, necessariamente, la necessità di scegliere parlamentari fedeli, vicini al leader, perché altrimenti le maggioranze rischierebbero più facilmente di diventare “ballerine”. E secondo voi chi deciderà i nomi dei candidati? I cittadini attraverso Rousseau? Certo che no; saranno le segreterie dei partiti. La grande critica, oggettiva, che mi sento di fare alla politica di oggi è quella di avere rappresentati spesso “calati dall’alto”, scelti dalle segreterie nazionali con poco riguardo rispetto alle specifiche esigenze dei territori. Un numero minore di poltrone non andrà a far altro che esacerbare ulteriormente il problema. I candidati “paracadutati” da Roma sono già pronti per saltare.

Scarsa rappresentanza dei territori, assenza di riforme organiche e contestuali, sbilanciamo dei poteri a favore delle segreterie dei partiti e dell’Esecutivo, allargamento spropositato dei collegi elettorali. È accettabile avere tutto questo per qualche milione di euro di risparmi?

No, spiacente, il gioco non vale davvero la candela. Al Referendum non potrò far altro che votare “NO”.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

Articoli Collegati