Tenet, il film di cui avevamo bisogno

Tenet arriva proprio quando ne avevamo più bisogno. Un colossal pieno di azione, enigmi, paradossi e spettacolarità che in questo momento così delicato ha il pregio di portare (forse in Italia ancora timidamente) la gente di nuovo al cinema facendole dimenticare che viviamo ancora sospesi, ma purtroppo non come in un film. Anche noi, in fondo, vorremmo invertire la rotta e tornare indietro, a prima della pandemia e del lockdown, salvare in qualche modo noi stessi e le vite di chi non c’è più.
In Italia i cinema hanno riaperto i battenti intorno a giugno, alcune regioni e città prima e alcune dopo. Ma prima di Tenet l’offerta era un po’ limitata, se così si può dire. Il nuovo film del visionario e filosofico regista Christopher Nolan era atteso come un prezioso farmaco da assumere per riportarci a quella normalità che, seppur mutata, è pur sempre una consolazione, perché porta con sé lo svago, l’intrattenimento, le abitudini, le frasi di una volta.

Io stessa sono tornata al cinema, dopo ben sette mesi (il periodo per me più lungo trascorso lontano da quel luogo amato), timorosa e titubante — gli spazi chiusi fanno ancora un po’ paura. Ma, una volta seduta, la magia è iniziata e il film mi ha portata con sé.
Non è un caso se sopra ho detto che Tenet era il film di cui avevamo bisogno. Perché la chiave per capirlo è — finalmente! — lasciarsi andare, usare un po’ d’istinto ma anche compiere un atto di fede.
Non intendo, con questo mio pezzo, recensirlo per filo e per segno né rivelare troppo della trama o analizzarlo fin nei minimi dettagli (cosa, quest’ultima, che forse non sarei nemmeno del tutto in grado di fare, lo ammetto). Ma, per orientarci, una mappa, seppur approssimativa, serve.
Ecco quindi un accenno alla trama: un agente segreto tenta di salvare il mondo, che potrebbe essere annientato da una guerra mondiale senza precedenti. Perché senza precedenti? Perché la minaccia arriva dal futuro, un futuro in cui è possibile invertire la direzione del tempo, degli oggetti, delle persone perfino, e andare a ritroso. Si può dunque far accadere o non far accadere ciò che è già accaduto. Ma per gettarsi in Tenet e viverlo pienamente è necessario sentirlo, non capirlo — citando una battuta del film stesso. Può sembrare una scusa per fare un film incomprensibile ma spettacolare… e in effetti, in parte, ma solo in parte, è così.

In Tenet il concetto di tempo lineare viene abbandonato, così come quello di causa ed effetto — quest’ultimo, forse, più che abbandonato, viene ripensato. Il controllo dell’essere umano, quello che egli esercita da sempre dando una sua spiegazione e una sua lettura della realtà, va anch’esso abbandonato. Ed è proprio questo abbandonarsi a permettere all’enigmatico Protagonista (che non ha un nome, sarà un caso?), interpretato da John David Washington, di prendere in mano il timone. Anche se non sempre conosce la direzione da seguire né sa spiegare esattamente a se stesso perché sta facendo quello che sta facendo. Ovviamente c’è anche un monumentale antagonista (Kenneth Branagh), spregevole e folle, che non non vuole invece smettere di esercitare il suo controllo né il suo potere. E un co-protagonista, Robert Pattinson, che aiuta e assiste saggiamente, cercando di dissipare la nebbia con le ragioni fisico-scientifiche, talvolta manchevoli (dal momento che siamo nel campo della fantascienza).

Il film regala sequenze inquietanti e perturbanti, che disturbano e ci lasciano scossi: insieme al Protagonista corriamo controvento e controtempo, mentre una forza superiore preme il tasto rewind. Ma noi spettatori, e naturalmente il protagonista, non facciamo pienamente parte di quel processo di rewind, ed è questo ad angosciare. Non vado oltre, lascio che sia la visione del film a chiarire anche questo aspetto.
Le chiavi di lettura ci sono, come ho detto: alcune sono racchiuse nelle battute significative ma all’apparenza casuali pronunciate dai protagonisti.

«Siamo qua per non far accadere ciò che è successo»

«Cos’è successo qui?»
«Non è ancora successo»

A Nolan piace senza dubbio giocare con il tempo: l’ha fatto in Memento, in Interstellar, in Inception. La memoria che manca e va recuperata, i viaggi nello spazio che sospendono le leggi fisiche vigenti sulla Terra, il tempo dei sogni che si dilata, sembrando reale senza esserlo mai. Perfino in Dunkirk c’è un salto nel tempo, storico e realistico, certo, ma Nolan è così: terribilmente radicato alla realtà e terribilmente desideroso di abbandonarla e modellarla seguendo i confini del fantascientifico, dell’onirico, dell’avveniristico. Senza mancare di lasciarci un messaggio: possiamo essere i salvatori ma anche i distruttori di noi stessi, dell’intera specie umana e del nostro pianeta. Possiamo agire aggrappandoci alla speranza e alla fede (di qualsiasi tipo essa sia), rimanendo umani, oppure possiamo lanciarci a velocità folle in un piano insensato ed egoistico. Possiamo scegliere: scegliere di chi fidarci, scegliere i nostri piccoli ma grandi atti quotidiani, benché ignari di quale sia esattamente il nostro destino — se ce n’è uno. Possiamo gioire ed essere grati perché siamo umani, perché solo la vera umanità può salvare, in infiniti modi possibili, talvolta senza che nemmeno ce ne accorgiamo.
Bentornati al cinema!

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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