Intervista a Edgardo Pistone: “Le mosche” in concorso alla Settimana della Critica di Venezia

Edgardo Pistone nasce a Napoli il 7/12/1990. Si avvicina al cinema e alla fotografia al liceo artistico “Umberto Boccioni”. La passione per la settima arte, dopo il diploma, lo porta ad intraprendere gli studi di regia e fotografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 2013 il suo cortometraggio d’esordio Per un’ora d’amore raccoglie consensi di critica, vincendo diversi Festival. Nel 2019 partecipa come aiuto regista alla realizzazione di Selfie di Agostino Ferrente, presentato alla 76 edizione della Berlinale e vincitore del David di Donatello come miglior documentario del 2019. Terminati gli studi inizia a lavorare come regista, autore, fotografo e sceneggiatore; si avvicina al mondo dell’educazione dove porta, grazie ad alcune associazioni, il cinema nelle periferie della sua città insegnando ai più giovani l’arte cinematografica. Il suo cortometraggio Le mosche è in concorso alla Settimana della Critica di Venezia; il suo film d’esordio invece è stato selezionato alla 9a edizione della Biennale Collage Cinema.

Edgardo Pistone

Chi è Edgardo Pistone?
E la domanda più difficile a cui rispondere perciò mi attengo ad alcuni dati in mio possesso. Anche perché parlare di sé in terza persona è veramente difficile. Faccio il regista per alleviare il conflitto che ho col cinema, questo conflitto è lo stesso che si può avere con una donna, che pensi essere quella della tua vita ma ha tanti difetti e allora t’intestardisci nel voler migliorare la tua relazione. E’ più o meno così, poi mi fermo perché aspetto di essere invitato in trasmissione da Gigi Marzullo per addentrarmi in un terreno psicoanalitico.

Cosa ti ha spinto a fare Cinema?
Il sogno di essere un ospite di Gigi Marzullo o meglio ancora di Maurizio Costanzo e quindi di parlare di cose più o meno effimere, compreso me stesso. Un’altra cosa che mi ha spinto a fare questo lavoro è quello di nascondere il sentimento di sentirsi in ritardo rispetto agli altri, facendo finta di essere più intelligente di quanto si è effettivamente.

Ho guardato le foto del tuo profilo Instagram e paradossalmente distruggono i canoni di bellezza imposti in qualche modo da chi utilizza questo social. Perché?
Non mi sono mai chiesto quali erano i canoni imposti dal social, provo a dare sfogo alle mie ossessioni e tra queste ci sono tutti gli eroi che se ne fregano di gran parte delle cose che ossessionano gli altri, andrebbero recuperati, fotografati, filmati e nobilitati. Sono goffi e dunque bellissimi.  Sono eroici perché fanno tutto quello che vorrei fare da grande, non guardarmi più allo specchio e provare a prendermi meno sul serio.

Edgardo Pistone eroi

Si evince inoltre anche dal tuo primo lavoro “Per un’ora d’amore” che la tua poetica è rivolta verso il basso, verso gli emarginati. Cosa ti ha spinto a documentare questa società senza filtri?
Di filtri provo a metterne tanti, il bianco e nero ne è uno. Il linguaggio cinema ne è un altro. Poi sono figure mitologiche della mia infanzia, gran parte dei personaggi che vorrei raccontare sono quelli che mi ossessionavano da bambino ed erano motivo di discussioni perché avevano e hanno ancora un grande mistero.

Come nasce “Per un’ora d’amore”?
Nasce da un “inciucio”, da un pettegolezzo e dalla discussione di questo “inciucio” con gli amici, che per dire la loro provavano a dirla grossa e a ricamare storie sul conto di quell’uomo che viveva e vive ancora nel sottoscala del palazzo di casa mia. Chi giurava di averlo visto camminare mano nella mano con un omone grosso e effeminato, chi sosteneva che lui aveva sequestrato una ragazzina per tenersela con lui e alleviare le sue pene. Per me erano tutte possibilità narrative bellissime, ho provato a dire la mia e ci ho fatto il primo corto. Il corto è un tentativo di raccontare il desiderio di amare e di essere amati, la solitudine di un uomo e la sua tenerezza nascosta. Si diventa buoni narratori a passare le notti sul muretto a parlare con gli amici di alcune biografie e di fantasmi che spaventano e incuriosiscono. Spero di aver preso un po’ di talento dai miei amici, che restano il mio più grande riferimento culturale.

Inoltre credo che in pochissimi oggi abbiano il coraggio di raccontare certe cose con questa crudezza. Mi ha ricordato in parte “Dogman” di Matteo Garrone.
Se questo è un complimento, allora grazie. Se invece non lo è provo a difendermi e dico che la sola possibilità di raccontare in questo modo viene dall’amore che provo per i personaggi che porto in scena.

Sì. Lo è assolutamente.

Sei stato candidato con il tuo cortometraggio “Le mosche” al SIC della Mostra del Cinema di Venezia. Perché hai scritto “Le mosche”? E perché proprio questo titolo?
Da bambino mi ossessionavano gli adulti, ora che sono cresciuto ho cominciato a farmi delle domande sui più giovani. E la cosa che mi affascina e mi rende anche un po’ nostalgico della giovinezza è la possibilità di perdere tempo su un muretto e a parlare di cose che hanno senso solo per loro. I giovani che ignorati dagli adulti provano a scrivere le loro biografie, sono l’immagine più bella che possono restituirci.

Immagine tratta dal cortometraggio Le mosche

“Le vicissitudini e le avventure di un gruppo di ragazzi abbandonati a sé stessi, mentre la vita, placida e sonnacchiosa in apparenza, scorre indisturbata. In balia dei demoni della crescita, della loro fantasia e della loro tracotanza, i ragazzi, come mosche che ronzano dal marciume alla seta, si trascineranno verso un epilogo tragico e irreparabile.” Leggendo ciò mi è venuto in mente il romanzo di Franz Kafka “La metamorfosi”. Anche questi ragazzi sono insetti, anche loro sono alienati dalla famiglia e dalla società. Come mosche si posano ovunque pur di nutrirsi, pur di avere un riscatto sociale. Si può dire che abbiano subito quel processo di spersonalizzazione kafkiana da parte tua?
Non saprei, intanto il dato politico e il riscatto sociale restano sullo sfondo. Ho provato a confrontarmi con loro su elementi poetici e spero che questo piccolo film restituisce questo sforzo. Con questi ragazzi (che hanno già recitato nel film ULTRAS ndr)è nato un rapporto bellissimo. Io trovo i loro movimenti inutili ed eleganti proprio come le traiettorie disegnate dai movimenti dalle mosche, dal marciume alla seta, che hanno una duplice forza contrastante: non sono mai ferme ma restano sempre nello stesso posto, come dei pesci in un acquario. L’altro contrasto che mi appassiona sono gli slanci verso l’alto e gli scivoloni verso il basso di cui sono capaci questi giovani. Sono stato molto fortunato ad incontrarli. Spesso danno fastidio perché per natura e per vocazione portano i giochi all’esasperazione, ma restano comunque bellissimi. Nel film questo c’è (almeno spero).

E che siano in balia di un destino oscuro, che opera in maniera assurda e spesso ingiusta?
Ecco, in questa deriva metafisica proverei a collegare agli aspetti più sociali della faccenda. Mi chiedo spesso se i destini fossero già scritti, ma a questa domanda non riesco a darmi risposte concrete. Chi sogna di fare questo lavoro, prova a riscrivere le storie proprio come fanno spesso gli adolescenti o meglio ancora i bambini.

Le mosche di Edgardo Pistone

Immagine tratta dal cortometraggio Le mosche

Cosa vuoi trasmettere con questo tipo di Cinema?
Ci sono grandi maestri del cinema che hanno provato a dire tutti più meno la stessa cosa, riuscendoci: che le vie del cinema sono infinite. Il cinema è un enorme possibilità, merita il rispetto che spesso provano a negargli. Bisogna godere di queste possibilità e non essere spaventati dinanzi a questa immensità. Posso solo trasmettere l’atteggiamento di uno studente che sta imparando l’alfabeto e una volta appresa la lezione dei maestri prova a mettere le lettere in fila e dopo aver pronunciato la parola, sperare di riconoscere la propria voce.

Infine, un motivo per guardare “Le mosche”.
E’ un film sincero. Forse onesto. Spero.

Un film che racconta di eterni Peter Pan che fuggono dalle loro responsabilità con la scusa del “era tutto uno scherzo”. Noncuranti di quello che accade nel mondo e di come i loro gesti vengano visti. Queste sono le mosche: insetti che si posano su chiunque, ignari delle malattie e della sporcizia che portano con sé.

Immagine tratta dal cortometraggio Le mosche

 

Sull’Autore

Ho 22 anni, studio Comunicazione, tecnologie e culture digitali e sono caporedattore della sezione Intrattenimento. Attualmente vivo a Roma. Cerco la precisione in ogni dove perché per me sono i dettagli che fanno la differenza. Dal 2017 parlo con artisti di ogni tipo: da JAGO a Dutch Nazari, le interviste le trovate tutte qui su MdC.

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