Non fare di tutte le erbe un fascio: perché i farmaci naturali non sono tutti uguali

Un recente studio dell’Institute for Environmental Decisions di Zurigo ha portato alla luce quanto la paura per la chimica sia diffusa tra gli europei: di più di 5000 intervistati, il 30% ha dichiarato di avere paura delle sostanze chimiche e al 39% piacerebbe vivere in un mondo senza di esse. Questo terrore irrazionale, che ha preso il neologismo di chemofobia, è figlio di una debole comunicazione scientifica ai non addetti ai lavori che non ha saputo tenere testa ai leoni del marketing e che, nel tempo, ha generato una corsa collettiva al “naturale”, che si tratti di alimenti, cosmetici, o – più pericolosamente – farmaci. Partendo dal presupposto che un prodotto naturale è anche chimico per definizione (la natura è pura chimica!), esistono nette differenze tra quei farmaci che possiamo etichettare come naturali – etichetta che non è mai garanzia di efficacia. Una molecola di origine naturale non è un fitoterapico e un fitoterapico è ben diverso da un omeopatico.



Di una prima famiglia di farmaci di origine naturale fanno parte quelle molecole vestite da “prodotti chimici”, che vengono ricavate da piante o animali – così come Natura li ha fatti. Un esempio è la morfina, il primo composto che salta in mente quando pensiamo agli analgesici: ha una struttura complessa e viene estratta dal lattice del Papaver somniferum. Una pianta, naturalissima, che ci regala un composto chimico con un’azione farmacologica diretta e ad oggi dettagliatamente investigata.

Dalla natura, e in particolare dal mondo vegetale, provengono anche i fitoterapici, che, letteralmente, “curano con le piante”. Si tratta di farmaci che esercitano la loro azione in quanto fitocomplessi, ovvero insiemi di molecole: operano ad ampio spettro, ma più blandamente, se paragonati a singole molecole che mirano a bersagli specifici con potenza misurata. La letteratura che riporta le proprietà dei fitoterapici è molto ampia e ci permette di utilizzarli in sicurezza; date la loro caratteristiche, questi prodotti sono efficaci quando usati per sintomi blandi o come sostegno a terapie mirate. La propoli ne è un esempio noto: si tratta di una sostanza resinosa che le api raccolgono dalle piante, poi rielaborano come difesa chimica e fisica negli alveari. Possiede nell’insieme proprietà antisettiche, che la rendono vantaggiosa per l’uomo contro lieve tosse o mal di gola. Dunque la propoli è un rimedio di origine naturale, ma di una serie ben diversa rispetto alla morfina o rispetto all’oscillococcinum.

L’oscillococcinum è un omeopatico. Gli omeopatici nascono dalla teoria del tedesco Samuel Hahnemann dei primi anni dell’ottocento, il cui principio cardine è che un sintomo può essere curato da minime quantità di una sostanza in grado di causare lo stesso problema. I rimedi omeopatici sono prodotti a partire da preparati vegetali o animali, possibilmente freschi, che vengono diluiti in acqua un elevato numero di volte. Il vendutissimo oscillococcinum, ad esempio, è preparato diluendo 200 volte un estratto di cuore e fegato di anatra muschiata (tralasceremo qui le controversie sull’esatta razza di anatra) e viene indicato per il trattamento dell’influenza (che, come tutti abbiamo bene imparato negli ultimi mesi, è causata da virus). L’estratto di organi di anatra diluito duecento volte non è un fitocomplesso, né una singola molecola ad azione mirata, né probabilmente qualcosa di molto distante dall’acqua.

Oggi l’etichetta “naturale” pretende di proteggerci contro la paura per ciò che è chimico e per farlo è stata svuotata di senso ed incollata su prodotti farmaceutici che non possono essere davvero inclusi nella stessa categoria. Che questi prodotti siano venduti sugli stessi scaffali è un paradosso che forse non possiamo cambiare, ma possiamo cambiare ciò che scegliamo di mettere nel carrello quando ne abbiamo bisogno: abbiamo armi potenti per capire cosa ha migliori probabilità di farci guarire – e molto spesso è quanto di più affine alla chimica possiamo trovare.

La più efficace delle armi a nostra disposizione per battere la chemofobia è imparare da chi con la chimica lavora ogni giorno, a cui spetta l’onere di fornirci codici per decifrare le etichette e per resistere al fascino delle scritte “zero chimica”. Da consumatori abbiamo il diritto di pretendere che questi mezzi ci vengano trasmessi più spesso, da più voci, e meglio, senza parole artificiose o scorciatoie, ma con un linguaggio di facile accesso.

La strada per redimere la parola “chimica” e restituire le corrette sfumature di significato alla parola “naturale” è ancora lunga, ma possiamo metterci in cammino con piccoli accorgimenti ogni giorno: in quanto scienziati, informando, in quanto non scienziati, informandoci. Se a definire che un farmaco ha un’efficacia terapeutica sono anni e anni di sperimentazione, a noi basteranno pochi minuti su Google per capire che non esiste alcuna prova scientifica che l’oscillococcinum funzioni come anti-influenzale. Allora portiamocela pure a casa la natura, ma solo dopo averne capito la chimica.

Fonti principali:

https://www.nature.com/articles/s41557-019-0377-8?proof=true
https://open.spotify.com/episode/28UFcJLFzoYtg5UNscxN6P?si=YJciynaqSz-PlbA1SH4JRA
La chimica fa bene”, Gianni Fochi, Giunti Editore, 2016
Omeopatia. Bugie, leggende e verità”, Roberto Burioni, Rizzoli, 2019

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