Dark ovvero l’epica contemporanea

*** Avviso: l’articolo contiene spoilers sulla terza stagione! ***

«Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che non sappiamo è un oceano» dice H.G. Tannhaus, l’orologiaio e costruttore della macchina del tempo. Nel corso di queste tre stagioni, gli showrunners di Dark (Baran bo Odar, regista, sceneggiatore e ideatore assieme a Jantje Friese) ci hanno raccontato una storia cupa, dolorosa, piena di paradossi, legami di parentela inconcepibili, viaggi attraverso il tempo e addirittura attraverso le dimensioni. Goccia dopo goccia, noi spettatori ci siamo immersi nella storia, assetati più che mai di dettagli e spiegazioni — per cercare di dare un senso a quel guazzabuglio che ricorda la matassa del filosofo francese Henri Bergson, che vedeva il tempo come un gomitolo di lana che avanzando si ingrandisce e arricchisce, sempre influenzato dal passato. Ma il gomitolo di Dark va anche indietro, per poi gettarsi a capofitto nel futuro e infine schizzare in un’altra dimensione, simmetrica rispetto a quella che abbiamo conosciuto nelle prime due stagioni eppure profondamente diversa. Insomma, fino — mi azzardo a dire — alla sesta puntata della terza stagione, ciò che lo spettatore non sa è ancora un oceano. Ma nelle ultime due puntate il nodo si scioglie e dolcemente, ma anche dolorosamente, si giunge a un finale di serie che è senza dubbio uno dei migliori dell’ultimo decennio.
Dark è stato concepito come una trilogia fin dall’inizio (guardate questa intervista agli attori protagonisti, Louis Hofmann e Lisa Vicari, rispettivamente Jonas e Martha nella serie, per farvene un’idea) e molto probabilmente il finale era stato già stabilito in partenza. È per questo che la serie funziona così bene: si assiste a un epilogo ben congegnato che è sì paradossale (Jonas e la Martha-alternativa distruggono i loro mondi determinati da un loop infinito, anche se è proprio quello stesso loop ad averli creati), ma anche estremamente soddisfacente e rasserenante. Del resto, Dark ci ha abituati a questo fin dal principio: poteva forse, il tutto, non finire in un enorme e spettacolare paradosso?

In questo articolo vorrei soffermarmi su alcuni temi chiave in Dark, nonché analizzare il finale di serie e ciò che esso ci lascia. Evito volutamente di entrare nel merito di ogni singolo intreccio e sviluppo della trama — richiederebbe decisamente troppo spazio, e poi, chi la serie l’ha già terminata, non ha certo bisogno di un dettagliato spiegone, giusto?
Andiamo quindi a esaminare i concetti più pregnanti, filosofici, esistenziali e fantascientifici della serie, complici di averla resa senza dubbio un cult a tutti gli effetti nonché un esempio di epica contemporanea.

Il titolo: Dark.

 

La scelta del titolo non è casuale, e ce ne rendiamo pienamente conto alla fine. Le tre stagioni hanno un tono estremamente cupo: la primissima puntata si apre con il suicidio di Mikkel Nielsen/Michael Kahnwald e con il dolore che questo atto porta a suo figlio, Jonas. L’oscurità abbraccia l’intera cittadina tedesca di Winden, dove piove spessissimo e gli ombrelli sono superflui, quasi come se gli abitanti volessero che la fredda e tagliente pioggia penetri in loro fino in profondità, forse per mondarli. Gli stacchi tra una scena e l’altra mostrano altrettanto spesso quella che sembra essere (anche in base alle coordinate geografiche) la Schwarzwald, la foresta nera. C’è poi il tema dell’apocalisse e del post-apocalitico: l’esplosione nucleare, il futuro ostile e infernale, le croci di legno a ricordare tutti i morti.
Nell’ultima stagione assistiamo poi a una lotta fra oscurità e luce, rispettivamente rappresentate da Adam/Jonas e da Eva/Martha-alternativa. I due lottano l’uno contro l’altra pur essendo indissolubilmente legati (come sappiamo, i loro due mondi sono stretti da un nodo rappresentato da colui che viene detto “L’Origine”, ossia loro figlio, embleticamente impersonato da un inquietante trio), convinti che solo uno dei loro due mondi possa sopravvivere — ma sappiamo che si sbagliano. Alla fine, è sì l’oscurità a vincere, ma in un modo del tutto originale e liberatorio. La scena che chiude la serie vede alcuni personaggi (gli unici che, nel mondo originario, esistono, in quanto non legati ai personaggi del loop/dei due mondi) intenti a cenare insieme in un’atmosfera conviviale, presto rotta da un breve blackout causato da un temporale. Hannah, seduta a tavola, trasalisce: le sembra di vivere un déjà-vu, ha già sognato quello che sta accadendo in quel momento. Nel suo sogno il mondo era finito, la luce non tornava più. Ma, al contrario di ciò che si potrebbe credere, questa non era una cosa negativa, anzi:

«Era buio e la luce non sarebbe tornata. Avevo questa strana sensazione, come se fosse un bene che fosse tutto finito; come se all’improvviso fossi libera: né volontà né doveri, un’oscurità sconfinata. Nessun ieri, nessun oggi, nessun domani. Niente» dice Hannah.

Come raccontano Hofmann e Vicari nell’intervista sopracitata, alla fine, nello sguardo di tutti i personaggi che abbiamo amato o odiato, vediamo un’immensa pace. Stanno scomparendo, smettono di esistere, ma ciò equivale finalmente a una liberazione. Proprio come dice Hannah, in Dark regna un rigido determinismo: i personaggi fanno quello che fanno a causa della loro volontà, dei desideri e dell’amore che provano; tutto ciò determina le loro azioni ed essi sono costretti a comportarsi così, ancora e ancora, all’infinito. Sono schiavi di ciò che provano e di ciò che vogliono, e quella schiavitù li opprime ma allo stesso tempo li tiene in vita e li definisce. Non a caso, la prima puntata della terza stagione si apre con una citazione del filosofo Arthur Schopenhauer: «È certo che l’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole». Ma quando i due mondi vengono cancellati per sempre, arriva finalmente la pace, l’eliminazione della volontà. La puntata finale si chiama “Das Paradies“, “Il Paradiso“: tutto il caos dei due mondi, gli alberi genealogici marci e malati, le infinite lotte, lo sconfinato dolore, tutto finalmente cessa, per lasciare spazio a una serenità infinita, paradisiaca. Il tempo stesso non c’è più, gli obblighi non ci sono più, c’è solo il nulla, buio e sconfinato.

L’amore impossibile e sbagliato.

Da sempre, in letteratura come al cinema e nelle canzoni, il vero amore, quello struggente e totalizzante, quello che fa tremare i polsi e smuove le montagne, è l’amore impossibile, quello che non dovrebbe esistere in quanto sbagliato, inaudito, inaccettabile, scandalosoDark è una serie sui viaggi nel tempo, ma tutto in realtà ruota attorno ai due protagonisti, Jonas e Martha. «Siamo fatti per stare insieme, non credere mai che non sia così» continua a ripetere lui a lei, e solo alla fine, tra le lacrime, cogliamo davvero il senso di quest’affermazione. Martha è in realtà la zia di Jonas, dal momento che suo fratello Mikkel, tornato indietro nel tempo, diventa il padre di Jonas stesso. I due ragazzi, quindi, non dovrebbero affatto stare insieme. Eppure il loro amore rompe ogni tabù, ogni piano temporale, ogni logica, spezza persino il confine tra una dimensione spazio-temporale e l’altra. Non dimentichiamo, infatti, che alla fine della seconda stagione Martha muore, ma immediatamente una Martha-alternativa arriva da un altro mondo e salva Jonas (e allo stesso tempo, Schrödinger docetnon salva Jonas, ma questa è un’altra storia). È con quella Martha-alternativa che Jonas concepisce il già citato figlio, colui che in entrambi i mondi causa l’apocalisse e scrive il libro-Bibbia che il prete Noah si porta sempre appresso. Nel mondo della Martha-alternativa Jonas non esiste, tuttavia, pur non conoscendolo, la ragazza prova istintivamente qualcosa per lui: è inevitabile, sono veramente fatti per stare insieme. E insieme, tenendosi per mano, scompaiono dirigendosi verso quel pacifico nulla. «Credi che qualcosa di noi rimarrà? Oppure siamo solo questo: un sogno? Non siamo mai esistiti…?» chiede la Martha-alternativa a Jonas. La loro storia d’amore (e d’avventura, nonché di fantascienza) è come una surreale fiaba dolceamara. Noi spettatori soffriamo insieme a loro, sperimentando sulla nostra pelle la potenza di quell’amore impossibile, quasi non consumato, che si rispecchia nell’amore (possibile) di Marek Tannhaus, il figlio dell’orologiaio, e della sua compagna, la coppia che Jonas e la Martha-alternativa salvano da un incidente stradale mortale, impedendo così a Tannhaus padre di perdersi nel dolore e di creare la macchina del tempo e, per errore, i loro due mondi e loro stessi. Un amore struggente tanto quanto quello di Heathcliff e Catherine in Cime tempestose.

Dolore, sacrificio e hybris.

In Dark tutto nasce dal dolore e finisce nel dolore (anche se il dolore conclusivo, come abbiamo visto, sfocia in una pacifica e liberatoria oscurità). Adam ed Eva credono che l’origine del loop e dei loro due mondi sia il figlio da loro concepito, ma è Claudia Tiedemann a creare una piccola breccia nel ciclo infinito e a scoprire la verità. Come già detto, è stato l’orologiaio di Winden, H.G. Tannhaus, a dare vita ai due mondi, involontariamente. Dopo aver perso suo figlio Marek, la compagna di quest’ultimo e la sua nipotina Charlotte in un incidente stradale, l’uomo inventa e costruisce una macchina del tempo, convinto di poter impedire la sciagura. Ma azionando la macchina, Tannhaus diventa senza rendersene conto il Dio-orologiaio di cartesiana memoria: accade qualcosa di inaspettato e si creano i due mondi che ben conosciamo, quello di Adam e di Eva. In questi due mondi a regnare è il sacrificio: il rapporto genitori-figli, a Winden, è segnato dall’atto di sacrificarsi. Per citare alcuni esempi: Ulrich Nielsen torna indietro nel tempo, viaggiando dal 2019 al 1986, alla ricerca di suo figlio Mikkel; è destinato a restare nel passato, solo e sconsolato, finché non lo raggiunge sua moglie Katharina. Ma anch’ella, nel tentativo di trovare e salvare Mikkel, ma anche suo marito Ulrich, finisce miseramente — uccisa dalla sua stessa madre. Anche Claudia Tiedemann fa di tutto e di più per salvare sua figlia Regina e impedire che contragga, da adulta, il cancro; sempre in nome del suo obiettivo, Claudia arriva al punto di ammazzare, accidentalmente, il suo stesso padre.
È, quindi, sempre il sacrificio a tenere in piedi i due simmetrici alberi genealogici, malati e morbosamente connotati.
Infine, c’è il tema della hybrisla tracotanza degli uomini che, forti della loro (apparente) onnipotenza, sfidano con arroganza e sicumera l’ordine divino e anche l’ordine naturale e umano delle cose. Salvo, poi, venire puniti. Un po’ tutti i personaggi di Dark peccano di hybris, ma lo fanno inconsapevolmente, perché ci sono costretti, anche se non lo sanno — questo perché fanno parte del loop. Ma chi pecca volutamente è H.G. Tannhaus, senza dubbio. Non accetta che il mondo gli abbia portato via l’unica famiglia che gli rimane, e così si rimbocca le maniche e si rifiuta di soccombere, combatte uscendo dal seminato, giocando, appunto, a fare Dio. L’elemento che Dark aggiunge a questa tragedia dal sapore omerico-mitologico, sta nel fatto che la punizione non viene inflitta propriamente allo stesso Tannhaus. La colpa viene espiata all’infinito dagli abitanti dei due mondi.

Tragedia, sacrificio, tabù infranti, incesti, amore impossibile, viaggi nel tempo, paradossi della fisica, poesia e bruttura dell’essere umano: Dark è tutto questo, Dark è, senza se e senza ma, alto intrattenimento, che nulla ha da invidiare all’epica o ai grandi romanzi che sono entrati negli annali. Un plauso a tutti coloro che hanno reso possibile questo bellissimo ed emozionante viaggio pieno di simboli e metafore, capace di lasciare gli spettatori senza fiato.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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