Bob Dylan e il cerchio che si chiude

Cosa aspettarsi da Rough and rowdy ways, il nuovo lavoro di Bob Dylan? Non certo novità, né evoluzione. E lo credo bene, il nostro Premio Nobel ha appena compiuto 79 anni e si trova in una posizione curiosa: essere se stesso senza doversi più mettere in discussione.

È curioso come la partenza di questo nuovo progetto sia stata affidata a un singolo di 16 minuti: Murder most foul  (“L’omicidio più vergognoso”) è una specie di un’epica ode all’assassinio Kennedy. Dylan rievoca ogni tratto di quella vicenda. Cita personaggi dell’epoca o fatti minori, come al solito usando molte figure retoriche proprie del simbolismo. Non trattandosi di una ricorrenza, mi piace pensare che Dylan sia voluto tornare sull’omicidio di JFK per un’analogia tra il periodo che stiamo vivendo e quegli anni Sessanta. Le proteste contro il razzismo, l’aumentare delle disparità sociali, l’America che si confronta con le sue ingiustizie che ispirarono proprio il giovane cantautore. Il vecchio Bob Dylan così chiude il cerchio in maniera magistrale.

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La traccia d’apertura I contain moltitudes, è esattamente quello che si aspetterebbe da un grande artista, arrivato al capitolo finale della sua opera: un bilancio. Un po’ tutto il disco è intriso di questo incombente senso della fine, tra citazioni bibliche e rimandi pop.

Be’, dev’essere l’inverno del mio scontento
Vorrei che mi avessi portato con te ovunque tu sia andata
Parlano tutta la notte e parlano tutto il giorno
Nemmeno per un minuto credo a quello che dicono
Sto per dare vita a qualcuno, qualcuno che non ho mai visto
Sai cosa intendo, sai esattamente cosa intendo.
(“My own version of you“)

Musicalmente assistiamo a un ascolto puramente eterogeneo: fiumi di parole su accompagnamenti fumosi e barcollanti, la voce rotta e affaticata, ma nitida e in primo piano rispetto al mix. Rimandi non solo letterari, in I’ve made up my mind to give myself to you è chiaro il tributo al nostro Fabrizio De André, con la citazione del tema di Hotel Supramonte. Dylan cita ovviamente anche se stesso, potendoselo permettere. Nei blues di False prophet Goodbye Jimmy Reed torna alla mente l’esperienza elettrica con la Band, di settantiana memoria.

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Ed è proprio la svolta elettrica di Dylan il fulcro del film Goin’ electric, in lavorazione, e che avrebbe come protagonista il giovane e promettente Timothée Chalamet. Il regista James Mangold starebbe collaborando proprio con Bob Dylan per la stesura della sceneggiatura e il taglio da dare all’opera. Dopo il fortunatissimo I’m not there, Dylan tornerebbe al cinema seguendo la scia che ha consacrato artisti come Queen, Elton John anche sul grande schermo. Una degna chiusura del cerchio.

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