Black Lives Matter – Perchè non chiamarla Primavera Americana?

Ora, direi che il titolo la dice già lunga su dove vogliamo andare a parare. Ugualmente però, prima di avventurarci nell’apparente paragone azzardato suggerito dal titolo, proverei giusto un attimo a motivare quello che potrebbe in effetti sembrare un volo pindarico gratutito, e per farlo cercherei quindi di spogliare i fatti a cui ci accosteremo da ogni riferimento possibile al loro contesto. Può sembrare un esercizio sterile ma ha uno scopo, e lo scopo emergerà man mano. Ecco quindi, proviamo a raccontare questa vicenda come se chi legge queste righe non sapesse benissimo a cosa ci stiamo riferendo. Relativizziamo, insomma. Svuotiamo tutto. Disegniamo un immagine in inchiostro nero su un foglio bianco: coloreremo poi.

Dunque, l’immagine: siamo in uno Stato Qualunque, in un mondo qualunque. Una grave crisi tutto intorno imperversa, la sensazione diffusa è di fatalità, di tragicità, di inevitabilità, di approssimarsi della fine. Quand’ecco che, in mezzo a questo scenario, un gruppo sociale meno qualunque ma soprattutto meno uguale degli altri, un gruppo sociale specifico, messo alle strette vuoi dalla crisi vuoi dalla noncuranza, per non dire dell’oppressione sistemica dello Stato, ecco, quel gruppo sociale vede con i suoi stessi occhi uno dei suoi membri più a rischio finire schiacciato e ucciso da quello stesso potere che da decenni se non secoli li opprime. E questa è quindi la scintilla, è la goccia che fa traboccare il vaso: la rabbia delle persone esplode. Le solitudini si fanno gruppo, i gruppi si fanno comunità, le comunità si fanno moltitudini, le moltitudini si mettono in marcia, le marce si mettono in rivolta; e le rivolte arrivano ai palazzi, al potere: lo fanno traballare.

Una rappresentazione retorica qualunque, con protagonista un gruppo sociale qualunque, di fronte a un palazzo del potere qualunque, (tratto da una pagina meme non certo mia)

 

Cosa succede allora? Succede allora che la voce del Governo Qualunque si mostra tutto fuorché sicura. Succede che c’è crisi anche nei palazzi del potere, e succede anche che le forze di sicurezza sono a loro volta combattute: i più fra loro continuano a opporsi alle rivolte, a reprimerle con la forza della disperazione, dell’ordine e “degli ordini“. Altri, pur nei ranghi, cedono il passo, capiscono le legittime richieste di questo altrettanto disperato pezzo di società, mostrano solidarietà, si schierano dalla loro parte. Il leader nel mentre lascia filtrare a mezzo stampa il suo disprezzo per le rivolte in questione, commenta una conquista scientifica, parla d’altro; dopodiché, come se niente fosse, sparisce dalla circolazione. Non si sa dove sia, si vocifera forse si sia nascosto, si dice sia fuggito da qualche parte, forse addirittura all’estero.

Improvvisamente però ecco che il leader ricompare: si mostra, si dice solidale nei confronti di quel singolo borderline sacrificato, unica vittima sacrificale di quel sistema di oppressione sistemico che lui a ragion veduta finge di non vedere. Dopodiché si scaglia contro i manifestanti violenti, li invita a tornare nelle loro case, minaccia l’intervento dell’esercito, anzi, si muove proprio in tal senso. A margine di tutto ciò,il leader appunto afferma che buona parte di quei cittadini disperati siano in realtà parte di una cospirazione proveniente dall’estero, che siano anzi a tutti gli effetti dei terroristi, che stiano facendo il gioco delle potenze straniere. E all’estero, in effetti, quelle potenze straniere al fianco dei manifestanti si stanno in effetti schierando. E quindi si dirà: “ecco, vedete, i nemici del nostro Stato sono dalla parte di voi sciocchi e ingenui manifestanti. Non vi rendete conto quindi di quel che state facendo? Mettete in crisi le fondamenta della nostra stessa realtà, e tutto per cosa? Per vedere i vostri diritti rispettati? Ma che saranno mai questi diritti, suvvia. Tornate a casa”

Ora: chiaramente, non avremmo fatto tutto questo excursus relativizzante se avessimo voluto semplicemente parlare dell’America di Donald Trump, dell’assassinio di George Floyd, delle manifestazioni e delle proteste, delle marce, delle violenze della polizia americana, delle grida disperate e anche della violenza stessa dei manifestanti, sì,  di quella violenza su vari ordini di grandezza che scardina l’ordine delle cose, di quella violenza rumorosa che spezza la ruota della ciclica e silenziosa violenza di sistema quando questa finalmente viene alla luce. Non stiamo parlando di questo, no.

O meglio, sì: stiamo chiaramente parlando anche di questo, ma non solo. Senza lanciarci a fare gli storici, terreno che non ci compete, in questo susseguirsi di eventi infatti, nel fluire caotico e dis-ordinato di questi eventi non possiamo tuttavia non notare una consonanza impressionante con quello che succedeva ormai quasi dieci anni fa in Egitto nel gennaio 2011: insomma, la Primavera. Non possiamo non ripensare alla Tunisia, da dove tutto è partito, alla morte di Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouaziz dando il via alla Rivoluzione dei Gelsomini. Non possiamo non pensare alle primavere arabe represse, alla loro sopravvivenza sottotraccia.

Come non sentirne l’eco? Leader nascosti o presunti tali, manifestanti equiparati a terroristi, la scintilla che fa scoppiare l’incendio, il ruolo fondamentale dei social, le accuse di ingerenze di potenze straniere: sembra tutto così simile.  Per non parlare poi dell’uso così opportuno di quella fantomatica sigla Antifa (sigla che vuol dire tutto e niente essendo usata da gruppi antagonisti talmente variegati che la proposta di Trump di considerarli associazione terroristica suona tutto sommato come una boutade), sigla utilizzata come spauracchio demoniaco, quasi si stesse parlando di Al-Qaeda, quasi si parlasse Stato Islamico. Come non notare questa consonanza? I leader che si rifugiano al sicuro mentre le proteste arrivano alle porte del loro palazzo. Come non equiparare le voci su Trump rifugiato nello stesso bunker da cui Kevin Spacey lanciava la sua “guerra col terrore” in House of Cards alla fuga del dittatore tunisino Ben Ali in Arabia Saudita o ai videomessaggi di Erdogan in stallo sul suo aereo in volo sopra Istanbul?

Un presidente americano qualunque mentre dichiara una guerra al terrore qualunque nascosto in un bunker qualunque

Fa strano, sì. Pensare di equiparare i civilissimi Stati Uniti d’America patria della democrazia liberale a delle democrature mediorientali: suona offensivo alle nostre orecchie medio-occidentali. E farci notare l’imprecisione di questo paragone sarebbe quindi in effetti pure tutto sommato corretto, essendo la costituzione statunitense dotata di un sistema di pesi e contrappesi che sembra del resto reggere allo stress test cui lo sta sottoponendo l’attuale presidente americano. Ma, appunto, non è qui che vogliamo arrivare. È un paragone forte il nostro, certo, un accostamento impreciso, che non coglie completamente il punto ma che ne afferra solo una parte; eppure è un paragone che è stato fatto. Non da noi, non soltanto da noi almeno. A farlo, a paragonare le poteste americane alle “loro” rispettive proteste sono stati ognuno a modo suo nonchè  tutt’altro che disinteressato i leader delle altre nazioni del cosiddetto “sud” del mondo: Iran, Turchia, e Cina.

Il commento qualunque di un politico qualunque di un “asse del male” qualunque, che parodizza il tweet del leader di un “mondo libero” qualunque: “Il coraggioso popolo americano ha il diritto di protestare contro il continuo terrore imposto sulle minoranze, i poveri e gli emarginati. Dovete mettere fine alle strutture razziste e classiste del sistema di potere negli Stati Uniti. Seguiamo la situazione con attenzione!”

Come non avvertire l’assurdo quindi, vuoi pure il grottesco, di un tweet come quello di Hesameddin Ashena, consigliere del presidente iraniano Hassan Rouhani, che ironizza e parodizza praticamente parola per parola i tweet di Trump in solidarietà – a suo tempo – ai manifestanti iraniani scesi in strada nel 2019 e a inizio 2020 in seguito ad aumenti nel prezzo del carburante in protesta contro il regime di Theran: “Il coraggioso popolo americano ha il diritto di protestare contro il continuo terrore imposto alle minoranze, ai poveri e agli emarginati” fa decisamente il paio con il “brave long suffering people of Iran”sostenuto da Trump, come fatto giustamente notare sul suo profilo Facebook dal giornalista freelance Lorenzo Forlani. Per non parlare del paradosso dei tweet in cui Trump e il Segretario di Stato Mike Pompeo invitavano i leader iraniani a “non uccidere” la propria popolazione, mentre ora l’antifona, per minaccia o constatazione che sia, è che”when the looting starts, the shooting starts”, “quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare”.

Il commento qualunque di un leader del “mondo libero” qualunque indirizzato ai politici di un “asse del male” qualunque: “Al coraggioso popolo iraniano che da lungo soffre: sono con voi fin dall’inizio della mia Presidenza, e la mia Amministrazione continuerà a essere con voi. Seguiamo la vostra protesta con attenzione e il vostro coraggio ci ispira”

O ancora, come non sorridere e allo stesso tempo non provare la sensazione mediamente destabilizzante che il mondo sia completamente capovolto leggendo l’immancabile e ennesimo tweet con annessa citazione di Tupac (casualmente cita sempre “Life Goes On”) del fu Presidente Iraniano Mahmoud Ahmadinejad in cui si critica la complicata situazione razziale degli Stati Uniti.

Per non parlare poi della reazione viscerale di disgusto se non nausea che sale inevitabile a leggere quanto scritto da un altro uomo-forte del Medio Oriente con cui gli Stati Uniti hanno ultimamente un rapporto tutt’altro che idilliaco, quell’amato-odiato “Sultano” Erdogan che ha molto opportunamente sfruttato l’occasione sia per solidarizzare con le proteste proponendo l’idea di un Islam civilizzatore di cui lui si vorrebbe portavoce sia per invitare paradossalmente Trump a considerare ugualmente terroriste – come la Turchia bontà sua fa da tempo – le milizie curde in quanto queste sarebbero anche loro sostenute da questo fantomatico nuovo movimento terrorista: Antifa. Ma avrebbe potuto benissimo dire Tifa o Avalanche e sarebbe stata la stessa cosa: le milizie curde sono profondamente antifasciste e sono sostenute dai movimenti antifascisti di tutto il mondo; non è certo una novità.

Una manifestante qualunque in un mondo non libero qualunque, con un nome qualunque [Perchè come fa notare Gene Park su Twitter “non puoi dire Antifa senza dire Tifa]

In ultimo, immancabile, la Cina, che sembra rinfacciare agli Stati Uniti il loro supporto alle proteste di Hong Kong, ma non ci avventureremo su questo argomento perchè oggettivamente ne sappiamo troppo poco.

Insomma, quindi, questo lungo excursus per dire cosa?

Principalmente, lo dicevamo, per relativizzare. Gli USA sono sicuramente una realtà complessa da trattare e equipararli in toto a una dittatura mediorientale o al regime capitalcomunista cinese è riduttivo. Allo stesso tempo però la situazione attuale mette in luce molte delle problematiche di una nazione cui siamo soliti perdonare molto, probabilmente troppo. Una strana sorta di realismo americanista arrivato a noi più che altro per via mediatica ci fa difatti sembrare tutto sommato normali pratiche assurde come i processi con giuria popolare in cui non si capisce per quale motivo l’opinione di un gruppo di persone senza preparazione giuridica dovrebbe aver voce in capitolo, ci fa sembrare come un’idea tutto sommato funzionale le prigioni private in cui i prigionieri vengono “resi produttivi” e fatti lavorare per la prigione stessa, o ci fa credere che il sistema americano così com’è sia iscritto nella pietra, immutabile e non soggetto a cambiamenti, ci fa pensare che le stragi nelle scuole siano qualcosa di inevitabile, ci fa ritenere che il razzismo di sistema sia qualcosa di tutto sommato normale e che basti usare “le parole giuste” (ovvero non nominarlo e tenere le mani a posto) perché la tempesta passi.

Allo stesso tempo, forse, è anche questa l’occasione per relativizzare il nostro punto di vista americanizzato sul resto del mondo. Come dicevamo: nel momento in cui dalla parte dei manifestanti si schiera la Cina allora subito parte la levata di scudi: “Ecco, avete visto? I cattivi stanno dalla vostra parte: questo significa che siete nel torto” Magari fosse così semplice. È una pratica antichissima: fin dagli ultimi secoli dell’Impero Ottomano le potenze occidentali – Inghilterra e Francia principalmente – hanno cercato di appoggiarsi alle minoranze locali per destabilizzarne il governo attraverso il regime delle capitolazioni. E questa pratica è chiaramente stata mutuata in seguito in diverso e più sfumato modo dalle varie potenze più o meno imperialiste nel corso della storia: Russia, Cina, Stati Uniti, ma persino una micropotenza come l’Italia con il suo fantomatico softpower che tutt’ora cerca di sfruttare in qualche modo nel dirimere la questione libica non ne è stata esentata ai tempi della nostra collettivamente rimossa esperienza coloniale.

Giusto per dare un’idea delle varie comunità confessionali o millet presenti nell’800 alll’interno dell’Impero Ottomano: quelle cristiane in particolare parteciparono al regime delle capitolazioni in questione

Questo allora cosa significa? Significa che le proteste americane non sono legittime? Significa che la Rivoluzione egiziana del 2011 era semplicemente una manovra orchestrata dagli Stati Uniti? Significa che i manifestanti di Hong Kong sono come dice la Cina sostenuti da Washington e vanno quindi ignorati? No.
O meglio, magari le varie potenze avranno anche avuto un ruolo, per carità: gli attori internazionali cercano e cercheranno sempre di sfruttare le legittime istanze delle varie minoranze sottorappresentate in territori esteri per portare avanti i propri interessi. Ma ciò nonostante queste proteste non sono certo liquidabili come eterodirette.  Sono viscerali, anzi, nascono da dei bisogni, da delle necessità reali.
Necessità che in Tunisia mostravano la crisi di un popolo ridotto alla fame, grida che in Egitto mostravano le crepe di un sistema che si è poi trincerato dietro se stesso al momento della restaurazione, bisogni che in Iran mostravano le istanze di un popolo che mal tollerava il regime islamista cui era ed è sottoposto, grida che a Hong Kong si levavano e si levano in resistenza all’avanzata del sistema cinese.

Ennesimo manifestante qualunque, nonchè ribelle qualunque, che scende in piazza a a manifestare contro appunto un governo qualunque

In America, per l’appunto, abbiamo una comunità, quella afroamericana che si è vista schiacciata per secoli, schiavizzata, massacrata, umiliata, “liberata con riserva”, incarcerata, ghettizzata. In ultimo, una comunità che ha subito negli scorsi mesi innumerevoli morti a causa del coronavirus e che, sentendo di avere sempre meno da perdere, si è alzata e sta gridando basta, e lo sta facendo anche a costo di perdere quel poco che ha: le urla strozzate dell’attore John Boyega sono anche questo. Rappresentano anche questo. Necessità viscerale. Cambiamenti non rimandabili. Urgenze non differibili.

Insomma, tutte le altre le abbiamo chiamate Primavere. Lì avevamo oppressi che si levavano contro l’oppressione. Qui abbiamo oppressi che si levano contro l’oppressione. Lì avevamo uno Stato che rispondeva in modo sproporzionato. Qui abbiamo uno stato che risponde in modo sproporzionato. Per giunta, il 22 giugno, il solstizio d’estate, è lontano. È ancora lontano. È maggio. E allora perchè non chiamarla primavera? Perchè non chiamarla Primavera Americana?

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92. Parto per Bologna a studiare alla Facoltà di Lingue nel 2011 e, tolto un anno a Parigi, non la lascio più. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto; mangio troppo.

Articoli Collegati