Nel palmo delle nostre mani – Il ruolo (e il potere) politico dello smartphone

Molte cose colpiscono della vicenda George Floyd che ha travolto – piuttosto letteralmente – gli Stati Uniti con un’ondata di proteste in atto ormai da due settimane, e facendo impallidire il Coronavirus che fino al 25 maggio trionfava su tutte le prime pagine. Oltre all’orrore (inopinabile) suscitato dal fatto in sé, dall’abuso di potere e dalla violenza, espressioni del razzismo sistemico del sistema statunitense, è interessante notare le modalità con cui la notizia si è diffusa.

In un primo momento infatti il rapporto della polizia di Minneapolis dichiarava che Floyd, dopo aver tentato di resistere all’arresto, fosse stato immobilizzato per poi morire in ospedale, a causa di non meglio specificate condizioni preesistenti. La svolta che ha infiammato l’opinione pubblica è arrivata a seguito della diffusione di un filmato ripreso da un passante che aveva assistito alla scena. E che contraddiceva la versione delle forze dell’ordine mostrando cosa fosse realmente, inequivocabilmente accaduto. Una seconda autopsia (questa volta un esame indipendente richiesto dalla famiglia) ha poi confermato quanto risulta evidente guardando il video: George è morto per asfissia, causata dalla pressione del ginocchio dell’agente Derek Chauvin sulla schiena e sul collo.

Il video in questione è a dir poco agghiacciante (per chi vuole vederlo una parte si trova qui), e mostra chiaramente un uomo che non solo non tenta di resistere all’arresto, ma viene, apparentemente senza motivo, sbattuto al suolo dal poliziotto. Che gli sale poi con tutto il peso sul collo, per restarci diversi minuti. La versione integrale ne dura più di otto. Davanti a immagini del genere le proteste che sono seguite sembrano una conseguenza quasi inevitabile.

È interessante notare come a smentire la prima versione ufficiale non sia stato un giornalista attraverso un’inchiesta, e nemmeno un fotoreporter che si trovava sulla scena, ma sia stato invece un privato cittadino. Una persona qualunque. Chiunque possieda uno smartphone (l’81 % della popolazione statunitense) può documentare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, questa è senza dubbio una delle novità più clamorose del nostro secolo. Non solo, ma abbiamo anche la possibilità, grazie ai social network e alle varie piattaforme di condivisione, di raggiungere il pubblico senza dover passare attraverso la redazione di un sito d’informazione, una televisione o un giornale. Eliminando potenzialmente il problema di chi decide cosa mostrare e cosa no, forse il più discusso nell’economia politica dei mass media. Un oggetto che la maggior parte della popolazione mondiale tiene quotidianamente (per ore e ore) nel palmo di una mano sembra poter diventare un metodo di comunicazione rivoluzionario in grado di mobilitare le masse.

I crediti per l’immagine sono della rivista canadese Adbusters Magazine, che promuove il ruolo rivoluzionario dello smartphone.

Non è tutto necessariamente positivo, e molti, soprattutto nel settore giornalistico (sorpresa) sono allarmati da queste novità. Per prima cosa, se la diffusione di informazioni diventa diretta, come nell’esempio di un privato che condivide un video su YouTube, è possibile che diventi anche più democratica, ma in questo processo c’è qualcosa che viene a mancare. I media infatti non hanno solo il ruolo di decidere cosa pubblicare, ma anche quello non meno importante di analizzare le informazioni che vengono pubblicate. Mancando l’analisi (e non un’analisi qualunque, ma quella di professionisti) si perde una parte essenziale della comunicazione, ossia la messa a disposizione degli strumenti critici per valutare quello che si sta guardando, leggendo o ascoltando. Difficile quindi immaginare un mondo in cui i contenuti prodotti privatamente sostituiscano i canali d’informazione tradizionali.

Segue un altro problema: la possibile svalutazione del contesto. Un video di per sé, per tornare al solito esempio, può voler dire molte cose, essere interpretato in molti modi. Non è sempre facile capire quale sia l’interpretazione corretta senza prendere in considerazione il contesto in cui è stato ripreso, cosa che non sempre accade sulle piattaforme di condivisione come YouTube.

Resta poi la questione della mobilitazione politica. È relativamente semplice informarsi attraverso lo schermo di uno smartphone, ma è altrettanto facile che la reazione politica si esaurisca nello stesso mezzo (per esempio attraverso la condivisione di un post) e che in questo ci si senta appagati, si abbia la sensazione di “aver fatto la propria parte,” inibendo così un’eventuale pulsione verso un’azione più significativa.

Nel caso del video dell’assassinio di George Floyd sembra difficile inquadrare questi aspetti negativi. Il processo mediatico appare frutto di una dinamica piuttosto lineare. Semplificando: rapporto della polizia, video, smentita, proteste. Certo è che davanti a fatti orrendi come quello di Minneapolis il mezzo attraverso cui si diffonde l’informazione scompare di fronte alla gravità di quanto accaduto. Eppure è successo così. La documentazione di una persona qualsiasi è stata la scintilla che ha acceso le proteste per i diritti civili della popolazione nera americana più diffuse della storia. L’uso della tecnologia non si è limitato all’informazione: i manifestanti monitorano la presenza della polizia e si tengono in contatto gli uni con gli atri attraverso i social network.

In questo scenario complesso, potrebbe significare una nota di speranza. Lo smartphone che teniamo sempre in tasca, oggetto di costanti polemiche e scetticismi, si rivela (per una volta) uno strumento utile. Mostrando come la tecnologia possa fornire i mezzi per riorganizzare l’informazione e la manifestazione pubblica secondo una nuova logica. Lo strumento chiave per la rivoluzione, sembra suggerire questa vicenda, è nel palmo delle nostre mani.

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