Affrontare Houellebecq per superare la quarantena: la possibilità di uno schermo

Già di per sé scrivere una tesi di laurea che abbia a che fare con Michel Houellebecq è una scelta mediamente masochista: vorresti dire molte cose, mai hai la sensazione di avere una palla di polistirolo in gola. Come se non bastasse, doverlo fare passando due mesi e mezzo chiusi in casa causa covid, ha reso l’esperienza decisamente interessante. Insomma: è diventata una maratona.Per due mesi in sostanza mi sono trovato a confrontarmi al di là dello schermo dell’e-reader con un compagno di quarantena decisamente caustico, eppure al contempo inaspettatamente ottimista: il “gran visir di tutti gli incel” (certo non per sua scelta), Michel Houellebecq, il Gran Nemico (questo sì, per scelta sua).

Dall’altra parte del lettore trovavo quindi i suoi scritti, trovavo la sua filosofia scettica, esistenzialista. Trovavo sicuramente un uomo con una concezione molto problematica dei rapporti di genere; trovavo un individuo disilluso nei confronti dell’umanità, eppure trovavo allo stesso tempo un essere umano fortemente ossessionato dalla “possibilità di un’isola”, dalla effettiva possibilità che l’amore esista e non sia solo un costrutto sociale.

L’edizione Bompiani di “Le possibilità di un’isola”, al momento pressochè introvabile, in attesa probabilmente di una nuova edizione per La Nave di Teseo come è stato per altri suoi romanzi

Tutto questo mi arrivava da dietro a uno schermo. Tutto questo accadeva mentre la vita vera, la vita incarnata – quella di chi se lo è potuto permettere quantomeno – veniva messa in pausa. Veniva sospesa, messa in quarantena. E continuava, per interposto avatar, per interposta immagine, soltanto al di là di uno schermo. In un senso e nell’altro: per chi inviava e per chi riceveva. Per le persone in quarantena difatti, le informazioni che arrivavano, le scoperte, le paure, la famiglia, gli amici, le foto di animali domestici, le unsolicited dickpics, la politica, tutto, tutto era ora filtrato da uno schermo: irreale, quindi, o quantomeno percepito come tale. Coinvolgente sì ma solo fino a un certo punto, una seconda vita post umana in uno stato embrionale, qualcosa che ancora non ha assunto rilevanza effettiva nel nostro sistema di riferimento: un nuovo contesto insomma.

Il contesto è tutto, del resto. Ecco perché, tra i vari must di questa forse masochistica maratona, leggere per la prima volta La Possibilità di Un’Isola di Michel Houellebecq in un momento come questo lo ha reso inevitabilmente un’esperienza più significativa: anche i personaggi di questo romanzo, difatti, vivono la vita al di là di uno schermo. E leggere un libro del genere in un contesto del genere, quindi, ha inevitabilmente fatto sì che realtà raccontata e realtà vissuta risuonassero per me in modo estremamente famigliare, come due stesse note su due ottave diverse.  Del resto i personaggi in questione, Daniel24 e il suo successivo avatar Daniel25, sono difatti lì, tra millenni, distopici e in parte utopici. E si interfacciano con gli altri Neoumani solo in questo modo, protetti all’interno delle loro bolle domestiche: si scambiano confidenze, storie, foto di nudo, racconti, tentativi di amore e di sesso fallimentari. Hanno solo questa vita: protetta, anestetizzata, sicura, asettica; al di là di uno schermo.

E all’interno di questo doppio sogno in cui io ero sia il sognatore che il sognato, in una mise en abyme vertiginosa ed in parte egocentrica, mi è stato quindi inevitabile ritrovare il nostro collettivo presente, incarnato qui in questa narrazione postumana, in questa storia raccontata a partire da un terzo sogno che però è il primo: il sogno originario, il “racconto di vita primordiale”. È la storia fondatrice di Daniel1, il comico caustico e complicato, disilluso, appassionato, misogino, misantropo, innamorato, che dà il via alla realtà che poi Daniel24 e Daniel25 racconteranno e commenteranno nei capitoli 24,1; 25,1 e via dicendo: sostanzialmente versetti di un testo religioso.

Tentativo malriuscito di mise en abyme applicato a Houellebecq

E nel suo “racconto di vita” Daniel racconta per le future generazioni di Neoumani la sua esperienza, la sua storia, la fondazione della nuova umanità, la nascita di un Mondo Nuovo, postumano, su basi eugenetiche che renderanno gli esseri umani degli organismi autotrofi pressoché immortali, sostanzialmente piante senzienti inserite in un ciclo costante di reincarnazioni ma che per sopravvivere devono necessariamente mantenersi per tutta la vita all’interno dello stesso ambiente protetto. Il tutto ovviamente, in pieno stile Houellebecq, condito dalle classicissime turbe del protagonista, dal suo immancabile sentirsi invecchiare e morire, decadere, dalla sua voglia di amare e di essere amato, dalla sua ricerca ossessiva dell’amore prima e del piacere poi, eternamente insoddisfatto: invano cercherà nelle figure femminili che incontrerà una risposta alla mancanza di senso del mondo. Come spesso accade ai personaggi femminili in Houellebecq, queste figure saranno poi caricate di una responsabilità spropositata: “salvatrici” o “distruttrici”, “sante” o “prostitute”, nessuna via di mezzo.

Sarà quindi forse solo con la Nuova Umanità allora, con la creazione di un Nuovo Mondo, che le pulsioni che distruggevano la vita di Daniel scompariranno per lasciare per spazio però, quasi per contrappasso, alla nostalgia di quello stesso desiderio, al rimpianto per quella vita erotica e pulsionale di cui Daniel24 e Daniel25, nella loro esistenza “vegetale” sentono la mancanza. E sarà quindi per questo che l’ultima incarnazione di Daniel, fuggirà infine dalla sua bolla, si lancerà ai confini di quel mondo decaduto e dai tratti quasi fantasy che sorge intorno a lui. Scoprirà che gli esseri umani sono diventati barbari, animali. Vedrà com’è la vita al di là dello schermo. Insomma, i ricchi e sapienti dentro, e i selvaggi ignoranti fuori: è un luogo comune semplicistico che parla al contempo decisamente delle contraddizioni del nostro presente, ma la ferinità degli umani di Houellebecq è in questo caso qualcosa di ancora più profondamente ripugnante. È qualcosa che traumatizza enormemente, ma che per certi versi risveglia anche il punto di vista ormai asettico e anestetizzato di questo semidio diversamente mortale annoiato e disilluso fuggito dalla sua torre d’avorio.

Breve momento trivia:  oltre a un film che a quanto pare è stato tutto fuorchè un successo, La possibilità di un’isola ha nel 2009 ispirato un album di Iggy Pop, che potete trovare qui.

 

Insomma, l’equilibrio instabile che oggi ci si para di fronte tra chiusura e apertura, tra fisicità e virtualità, tra distanza e prossimità, è qualcosa che leggendo La possibilità di un’isola è decisamente impossibile non salti all’occhio. Fa sinceramente sorridere, per cui, leggere oggi le interviste di Houellebecq, rilasciate principalmente per smentire le voci relative alla propria morte, e sentirgli dire come lui non si sia in realtà reso conto dell’attualità della Possibilità di un’isola nello scenario attuale finché questo non gli è stato fatto notare dalla scrittrice Catherine Millet.

E fa anche sorridere constatare come tutto sommato nel suo commento allegato relativo alla vicenda coronavirus – una riflessione tutto sommato rassegnata a come sarà l’uomo nei giorni a venire – tutto quello che Houellebecq riesca a dire sia che “saremo solo un po’ più peggiori”. Certo. Certo che saremo solo un po’ peggiori dal suo punto di vista.  Perché la visione di Houellebecq è una visione molto antica, quasi di un darwinismo gattopardesco, dove l’uomo si evolve perché nulla cambi, perché i suoi drammi esistenziali soggiacenti permangano. Per Houellebecq il vero nemico dell’uomo è infatti l’uomo stesso: è il suo essere costretto nel circolo dell’amore e dell’assenza di amore, del sesso e dell’assenza di sesso, del desiderio e dell’assenza di soddisfazione. Tutto il resto per lui è accessorio. Non è veramente rilevante. Come diceva già in “Estensione del dominio della lotta”, sua intenzione è sempre stata rimuovere dalla storia tutto ciò che è irrilevante, ogni sfumatura.

E quindi, se vogliamo davvero risposte da Houellebecq – ma siamo poi davvero sicuri di volerle? – forse non dovremmo tanto chiedergli cosa avverrà nel futuro prossimo: Sottomissione lo ha dimostrato, le sue fantomatiche intuizioni politiche sul breve periodo hanno poco respiro.  La trama politica di Soumission era oltremodo grottesca infatti, e pure la vicenda centrale di Possibilità è paradossale: con un grande snodo di trama che avviene quasi per caso, con un italiano geloso (a proposito di stereotipi) che come uno Zeus qualunque uccide l’amante della donna che ama dando il là al mondo che verrà. Quello che è costante invece e valido nel suo lavoro è invece la riflessione sulla sofferenza, sull’incompletezza, sull’inadeguatezza, sulla capacità paradossale degli esseri umani di adattarsi all’impensabile, capacità che la modernità non ha fatto che esacerbare.

Il tanto controverso Sottomissione che nel 2015 fece molto scandalo per la sua pubblicazione nello stesso giorno dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo il 7 gennaio

 

Le sue fantomatiche intuizioni sul futuro, se davvero ci sono, non sono davvero il centro della sua opera, tanto che quando le incrocia quasi se le dimentica. Le dimentica lui e le dimentichiamo noi: il paradosso sommo è appunto che quando Houellebecq infila banalità politiche una dietro l’altra come presunte verità – l’Islam dei Fratelli Musulmani come una nuova Democrazia Cristiana in salsa francese o le responsabilità della rivoluzione culturale del ’68 sulla liberalizzazione dei costumi ad esempio – viene subito acclamato dalla stampa, soprattutto italiana, in quanto strumentalizzabile, mentre nel momento in cui ha delle intuizioni reali, personali e universali, e però non politicamente spendibili, queste intuizioni vanno presto dimenticate.

Prendiamo allora questo caso appunto: la quarantena, i rapporti al di là del vetro, la mediatezza se non la mediaticità della vita. La vita è sempre stata mediata, in fondo. È stata mediata dagli occhi, è stata mediata dagli organi di olfatto, di tatto, di gusto e lo è oggi dalla tecnologia, pur se a livello esponenziale. Per questo saremo solo un po’ peggiori secondo lui, ed è inevitabile che dica così. Perché la nostra sofferenza – ritiene Houellebecq – è sempre stata lì. Come il bambino di Gozzano che desidera la mela con gli occhi, e la uccide con la bocca, la nostra esperienza è sempre stata effimera. La vediamo dietro un vetro e vogliamo afferrarla.  Desiderare e soffrire è la condizione umana.  Universale e esistenziale. Banale. Per smettere di soffrire dovremmo semplicemente smettere di essere umani.

E se oggi, chiuso in casa, dietro uno schermo, mentre scrivo, mentre ascolto, mentre invio, mentre ricevo, Michel1 ha parlato a me, è solo e soltanto perché ha parlato di una questione talmente universale che tocca corde che magari sono state scritte a una, due, tre ottave dalla mia, da sensibilità politiche, culturali, emotive, differenti. Ma sono ugualmente corde che non possono che lasciarmi un brivido indistinto sulla nuca mentre le leggo. Insomma: sono letteratura.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

Articoli Collegati