After life: la vita va avanti

In three words I can sum up everything I’ve learned about life: it goes on” diceva il poeta Robert Frost, ossia “in tre parole posso riassumere ciò che ho imparato sulla vita: essa va avanti”. È sulle note di questa citazione che naviga la seconda stagione di After Life, serie scritta, diretta e interpretata dal comico britannico Ricky Gervais e uscita su Netflix lo scorso 24 aprile. La si può vedere solo in versione originale con sottotitoli in italiano poiché a causa della pandemia non è stato possibile terminare il doppiaggio italiano. Ed è un bene, a mio avviso, perché anche chi non era abituato (per scelta o perché non conosce bene l’inglese, o semplicemente per pigrizia) a vedere una serie in lingua originale, può assaporare quella cadenza così British, secca, a tratti biascicata, veloce e sintetica, che si addice al ritmo della narrazione.

La prima stagione di After Life era uscita circa un anno fa ed era stata un successo mondiale, tanto da portare alla ribalta Gervais, chiamato poi anche a condurre i Golden Globes a gennaio di quest’anno (come dimenticare il suo dissacrante discorso d’apertura, che ha fatto storcere il naso a tanti big di Hollywood?).
Questa seconda stagione, così come la prima, è piena di quell’umorismo politicamente scorretto che è il tratto distintivo di Gervais. Uno humor nero che, parafrasando, il comico stesso spiega dicendo: le cose brutte purtroppo capitano, perché non cercare di riderci su, finché siamo vivi?
È sulla vita, una vita che sembra misera e spoglia, che la serie si basa. L’esistenza ordinaria di Tony, il protagonista, giornalista di un quotidiano locale in un piccolo paesino inglese, costretto ad occuparsi di fatti di cronaca assurdi e imbarazzanti. Ma la vita di Tony ha subito una ripida impennata verso l’inferno quando la sua amata moglie Lisa è morta di cancro – è così che inizia la prima stagione. Ecco spiegato il titolo, After Life: dopo Lisa, senza Lisa, non può che esserci per Tony un aldilà doloroso e privo di senso. Tanto da fargli desiderare (e non si limita a desiderarlo) di togliersi la vita.

Ma quel suo “after”, può davvero essere solamente intriso di dolore e tenebre?
Già la prima stagione ci aveva risposto con un sonoro no, che apriva a vari scenari positivi per Tony. A cominciare dal rapporto con il suo cane, letteralmente salvifico, o da quello con il suo nipotino e con suo cognato, che è anche il suo capo. Oppure una nuova e tenera amicizia con una signora agée, anch’ella vedova, che Tony incontra regolarmente al cimitero, dove, seduti su una panchina, parlano dei loro ricordi ma anche del presente. Ed è lì con lei che Tony comprende tante cose.

In questa seconda season, Tony decide di impegnarsi ad aiutare gli altri, i suoi colleghi e i suoi amici, chi gli vuole bene e ha cercato di rendere più lieve il suo lutto.
L’altruismo sembra essere la risposta a tutti i suoi problemi, ed ecco quindi che egli si fa in quattro diventando una specie di assurdo Cupido o tentando di tenere in piedi il giornale per cui lavora, che pare prossimo alla chiusura.
A fare da cornice, tanti personaggi assurdi, comici e anche eccessivi fino al grottesco (lo abbiamo detto, Gervais non ama il politically correct). La casa di riposo dove Tony va ogni giorno a trovare suo padre (David Bradley, ossia il Walder Frey di Game of Thrones e il Gazza di Harry Potter), che soffre di demenza senile ed è accudito da Emma, una donna veramente speciale, che sembra quasi sia stata mandata sul cammino di Tony dalla defunta Lisa, per ricordargli che la vita va avanti.

 

Ma Tony, nonostante tutto, soffre e fa una gran fatica a procedere con la sua esistenza, anche in questa seconda stagione. Tanto che guardando alcune puntate, viene da chiedersi quale sia il messaggio finale che Gervais vuole comunicare agli spettatori. Bisogna abbandonarsi al dolore senza riserve, stile pessimismo cosmico leopardiano, e magari cercare volontariamente la fine come Hemingway o Kurt Cobain? Oppure il pessimismo leopardiano va inteso come una lucida consapevolezza, una dignitosa resistenza che viene dopo aver constatato che gli affetti e l’amore, sono solo illusori e passeggeri, e perciò ancora più dolorosi?

La risposta è nella citazione che ho riportato all’inizio: it goes on. La vita va avanti. Anche quando perdiamo qualcuno o qualcosa, anche quando questa benedetta/maledetta vita si fa dolorosa e ci ritroviamo a constatare con amarezza e mestizia che “si stava meglio quando si stava peggio”. In quel “it goes on” è contenuto un messaggio potente, che non va dato mai per scontato. Se siamo ancora qui, vivi, significa che qualcosa scorre ancora in noi. Magari la nostra età dell’oro è già passata (o ci sembra che sia già passata), ma ce ne possono essere altre. Altri pezzi di percorso, altri “after” che possono insegnarci molto e fornirci diversi scorci, regalarci nuovi legami e consapevolezze.
E se sappiamo resistere ironizzando su tutte le cose brutte che purtroppo possono accadere, abbiamo di sicuro un’arma in più, efficace e micidiale. Ricky Gervais ce l’ha, ed è per questo che la sua serie merita di essere vista.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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