L’unica vera lezione, per chi se la può permettere: si può vivere (bene) con meno

Dallo scoppio della pandemia c’è una parola che ricorre nel dibattito pubblico forse più di ogni altra: solidarietà. Davanti alla minaccia globale la risposta istintiva è stata quella di sentirsi uniti. Schierati insieme contro il (nuovo) nemico comune. E questo tipo di risposta è più che comprensibile: il virus colpisce tutti allo stesso modo, naturale quindi sentirsi tutti uguali. Nonostante la resilienza di qualche scaramuccia politica e qualche spiacevole gaffe di chi sembra incapace di mettere da parte la campagna elettorale, il Coronavirus ha senza dubbio suscitato un generico sentimento di coesione nella popolazione. Oltre al bisogno, indotto dalla paura, di condividere il peso delle proprie preoccupazioni.

Come sempre accade però la realtà sta tornando gradualmente a farsi sentire. E la realtà è che non siamo tutti uguali. Ne tantomeno affrontiamo la minaccia rappresentata dal Covid-19 a partire dalla stessa posizione. E se il virus è cieco, la disuguaglianza sociale ci vede benissimo.

Secondo un rapporto di Oxfam, più di mezzo miliardo di persone finiranno sotto la soglia di povertà a causa della crisi economica causata dall’epidemia di coronavirus. Si parla del 6-8% della popolazione mondiale. Lo stesso studio stima che per evitare le conseguenze catastrofiche dovute alla disuguaglianza sociale servirebbe investire 2500 miliardi di dollari. Un dato interessante: lo scorso 25 marzo gli Stati Uniti hanno votato per investire 2000 miliardi per salvare banche e big corp dalla stessa crisi. Rafforzando in questo modo il già drammatico divario economico.

Ancora una volta chi parte da una posizione penalizzata rischia quindi di arrivare a fine corsa in condizioni ancora più gravi. Gli italiani che rischiano la povertà nel mondo post-coronavirus sono 10 milioni, o un sesto della popolazione. Casse integrazione e altre forme di ammortizzatori sociali dovrebbero servire per affrontare la situazione attuale e possibilmente arrivare alla fine della crisi. Si prevedono comunque danni devastanti per l’economia post-Covid, conseguenti saranno le perdite di posti di lavoro. Per non parlare di chi, non riuscendo a trovare un lavoro regolare, si manteneva prima dell’emergenza lavorando in nero: circa 3,7 milioni di persone (ma sapere davvero quante è impossibile), che si trovano in questo momento senza lavoro ne aiuti statali.

Anche quando si parla di istruzione la disuguaglianza ha un ruolo centrale nella situazione che stiamo vivendo. Se il sistema della scuola pubblica garantisce in condizioni normali che tutti possano accedere agli studi di base, ora le cose non stanno necessariamente così. In questo caso a pesare è il divario della digitalizzazione. Chiusi gli istituti, l’insegnamento si è spostato online nella sua quasi totalità. Chi non possiede un computer rimane tagliato fuori, ed è un terzo delle famiglie italiane a non averne uno.

Senza contare che queste condizioni sono aggravate dalla mancanza di un sostegno diretto per quasi tutte le categorie a rischio a causa del distanziamento sociale e della quarantena coatta. Nei laboratori del mondo, equipe di élite mediche troveranno presto o tardi un vaccino per liberare la società dal nuovo coronavirus, ma oltre ai decessi di cui si fa la conta ogni sera davanti al telegiornale ci sono altri danni da tenere in considerazione. Danni per cui non esiste un vaccino, e che rischiano di logorare un tessuto sociale già debole.

Dalla pandemia non possiamo quindi certo dire di aver appreso che siamo tutti uguali. Semmai il contrario: siamo stati costretti – non che sia una novità – a renderci conto della gravità del divario tra le categorie sociali. C’è però qualcosa che si può davvero imparare dal distanziamento sociale, dai negozi chiusi e le piazze deserte, dalla vita dentro le mura di un appartamento. Qualcosa si può trovare nell’impossibilità forzata di acquistare costantemente nuove merci, nel consumare di meno, ma anche nell’apprezzare il silenzio e le piccole cose di casa, che sono tutto quello che ci resta. Sembra distante dalla soluzione al problema della disuguaglianza, ma a ben vedere è l’unico primo passo possibile (e necessario) verso una società più giusta. Vivere con meno si può: questa l’unica vera lezione – per chi se la può permettere.

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