È tutto mio! Una cultura scientifica chiusa in sé stessa

@Matilde Moro

Molti media, dai giornali alle riviste online sino ad arrivare agli stessi scienziati, descrivono la comunità scientifica, soprattutto nei riguardi di questa minaccia virale, un po’ come Gollum de “Il Signore degli Anelli”: la conoscenza, come l’anello del potere, è solo sua. O meglio, è sola dei vertici politici e sanitari di ciascuna paese.

Lo studio della diffusione di Sars-CoV-2 è un po’ come una sintesi organica: si parte dal prodotto per risalire ai reagenti utilizzati. Si parte dai dati del presente per risalire al passato. Ma se mancano i dati? E se questi dati, ammesso che esistano, non fossero consultabili apertamente dagli scienziati, dai medici, dagli esperti?

Questa polemica, a cui si è dato ampio spazio su “Il Fatto Quotidiano”, ha dello scandaloso. A quanto pare, secondo le dichiarazioni dell’ISS – Istituto Superiore della Sanità – sarebbero pronti diversi studi, a partire da un’analisi regionale del famoso fattore R0 – indicatore numerico del tasso di contagiosità di un positivo – ad uno studio sull’origine del COVID-19. Fonti dell’ISS dichiarano che saranno presto resi disponibili, ma è il direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, a mettere un freno allo sproloquio:

“No, mi dispiace, io stesso avevo chiesto alcuni dati sulla mortalità ma non li ho ancora avuti – dichiara – Certo che sarebbe importante conoscere l’indice R0 per regioni. In una situazione come questa i dati dovrebbero essere pubblici”

Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani (RM) e membro del Cts

Lo stesso viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, dichiara di non averli ancora ricevuti. La cosa si fa ancora più preoccupante pensando che lo stesso Ippolito fa parte nel CtsComitato Tecnico Scientifico – che ha guidato, guida e guiderà le decisioni del Ministro della salute Roberto Speranza.

Nemmeno quando sono disponibili questi dati l’informazione è corretta o chiara. Basti pensare il siparietto che si è creato tra il presidente del Consiglio Superiore della Sanità, Franco Locatelli, ed lo stesso sull’ISS sul fattore di contagiosità: uno dice 0.8, l’altro 0.6; uno dice che è un valore nazionale, l’altro regionale. Lo stesso Istat – Istituto nazionale di Statistica – non sta mettendo a disposizione alcuni dati, come i tassi di mortalità dei vari comuni, che potrebbero essere assai utili sulla modellizzazione della modalità di diffusione del virus.

Istat – Istituto nazionale di Statistica

Queste vicende pongono un necessario punto di domanda: come funziona la fruizione della conoscenza scientifica? Dovrebbe essere realmente una conoscenza open source?

“I dati dovrebbero essere pubblici, dovremmo fare tutto open data – dichiara Ippolito.

Purtroppo però non potrà essere tutto fruibile.

Una volta che un articolo scientifico è stato validato da una giuria di esperti, viene pubblicato su una rivista. Poniamo il caso che un chimico-fisico realizzi uno studio teorico su un cromoforo – una molecola che emette luce – e che l’articolo connesso venga validato: questo verrà pubblicato sul Journal of Physical Chemistry. Poniamo che un altro ricercatore, che sta svolgendo ricerche nello stesso ambito, voglia consultare questo articolo. Accede con il suo account o con un account di un ente, ad esempio una università, ad un hub di articoli. I più famosi sono Scopus o Web of Science. Non sono altro che macro raccoglitori digitali di tutti gli articoli scientifici pubblicati negli anni. Finalmente, dopo una lunga ricerca – non è così facile trovare notizie soddisfacenti su questi portali – trova l’articolo tanto agognato. Se ha fortuna, e nella maggior parte dei casi non ne ha, l’articolo è offerto in open source; la seconda possibilità è che l’ente per cui lavora o lui stesso abbia l’accesso a queste informazioni e quindi riesce a leggerlo; altrimenti, la terza possibilità, è pagare la lettura del singolo articolo. Ci aggiriamo attorno ai 40-50 dollari per ciascuna lettura. Se pensate che per ottenere diverse fonti per validare uno studio servono all’incirca in media 20-30 articoli, capite bene che la spesa per il povero ricercatore è molto elevata. Per non parlare poi degli abbonamenti, anch’essi assai costosi.

Elsevier, casa editrice olandese detentrice dei diritti del portale Scopus

È chiaro quindi che le riviste, soprattutto il reparto americano, speculino sull’offrire conoscenze scientifiche. Non è per nulla inconsueto che queste stesse riviste “ricattino” gli enti interessati aumentando ogni anno il costo degli abbonamenti sfruttando la loro posizione di forza. Il mercato della conoscenza è molto ampio e molto fruttuoso per chi ne detiene i diritti.

Non sorprende affatto che ad oggi molti ricercatori non possano ottenere informazioni specifiche o articoli. Bisogna in oltre considerare che dietro l’acquisizione di conoscenza ci sono interessi enormi. Rendere fruibile al massimo un dato scientifico è quasi impossibile.

Qui si inserisce una discussione etica sulla fruibilità del materiale disponibile. Chi pensa che sia utile avere piena disponibilità di informazioni scientifiche è la fondatrice di Sci-Hub Alexandra Elbakyan.

Sci-Hub è un archivio online gratuito contenente milioni di articoli scientifici consultabili da chiunque lo voglia. Una sorta di WikiLeaks della scienza. Ovviamente la casa editrice olandese Elsevier, che gestisce il sistema di Scopus, ha intentato causa per violazione del copyright contro Elbakyan, che tutt’ora è latitante.

C’è però non altro aspetto che prevarica la libertà completa dell’informazione: la poca preparazione di chi dovrebbe divulgarla. Un cittadino medio o un non esperto non è nemmeno a conoscenza del meccanismo di ricerca di un articolo e, quindi, affida la sua curiosità ai giornali, ai social, alle pagine ed ai siti che operano la divulgazione. Molto spesso questa divulgazione, eccetto per riviste specializzate, come ad esempio Nature, viene affidata a giornalisti non competenti nel gestire una notizia scientifica. Non tanto per una questione personale – quel dato giornalista non sa o non conosce – ma per ignoranza generalizzata legata all’istruzione acquisita nel percorso di studi. Gli scienziati fanno gli scienziati, i giornalisti fanno i giornalisti. È impensabile che un giornalista abbia la sensibilità per conoscere aspetti già complessi per gli addetti ai lavori. Il giornalista che scrive di scienza, deve quindi richiedere l’intervento di un esperto che semplifichi la questione al fine di renderla chiara con parole semplici e senza tecnicismi.

Homepage del sito Sci-Hub

Vi è un eccesso nell’interpellare un esperto: idolatrarlo. La chimica, la fisica, la medicina, la biologia non sono scienze esatte; semplicemente, il processo conoscitivo di innovazione e controllo permette di ottenere informazioni e modelli sempre più vicini al vero. Cento anni fa nemmeno si conosceva la teoria della relatività, eppure oggi è la base conoscitiva della chimica e della fisica; ancora mille anni fa esistevano gli alchimisti, strane figure che promettevano risultati incredibili, ed ora si conoscono i protoni e gli elettroni; nemmeno venti anni fa il nostro genoma era qualcosa di sconosciuto, ora riusciamo a sequenziare l’RNA dei coronavirus in una settimana. Questo non esclude l’affidabilità degli esperti poiché si presuppone che essi siano profondamente informati e critici rispetto all’ argomento di discussione o di interesse, che sia coronavirus o il gatto di Schrödinger.

Quante volte avete letto, poi, sui giornali frasi del tipo “secondo uno studio”, “i ricercatori hanno detto”, “è sicuro che” senza mai avere gli estremi della fonte a fine articolo, senza mai avere un’intervista diretta ai ricercatori o senza mai avere una tesi in opposizione a quella proposta?  Tantissimi articoli, anche di giornali molto rilevanti in ambito italiano ed internazionale, molto spesso, se non sempre, non riportano le fonti da cui hanno anche solo ipotizzato alcune asserzioni. Questo non è (solo) una critica, ma è un dato di fatto. Se vi capiterà mai di leggere un articolo scientifico o semplicemente di andare sul sito dell’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità, fate caso alla bibliografia alla fine del pezzo. Senza avere nessun tipo di estremo per ricercare la fonte, la notizia non può essere né verificata né confutata. Non vi pare sia una debolezza?

Oltre a poter usufruire dell’informazione in modo completo e libero si DEVE essere in grado di gestire tali informazioni, citando le fonti e rendendola effettivamente utilizzabile. Il giornalista è fondamentale nella massificazione dell’informazione. È l’intermediario perfetto per questo processo, ma DEVE riconoscere i propri limiti e non erigersi a paladino dell’onniscienza. Fonti, interventi degli esperti, critica ed opinioni diverse sono le basi dell’informazione di qualità, soprattutto di quella scientifica.

FONTI

Mantovani Alessandro, Scontri tra gli scienziati e numeri tenuti nei cassetti, Il Fatto Quotidiano, 19 Aprile 2020, pag. 7

Salina Gaetano, Labini Sylos Franceso, I dati sui morti ci sono. È ora di metterli a disposizione di tutti, Il Fatto Quotidiano, 19 Aprile 2020, pag. 7

Portale di ricerca Scopus (utilizzato, avendone le possibilità, per confermare il prezzo degli articoli. Purtroppo è impossibile per copyright postare immagini a prova di ciò)

ISS – Istituto Superiore della Sanità

ISTAT – Istituto nazionale di Statistica

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