Da minaccia a opportunità: l’Italia promuove (con riserva) lo smart working

Fino al 2020, la storia racconta che al solo tentativo di pronunciare le parole smart working, i dipendenti venivano prontamente ammoniti dai propri datori di lavoro.
“Da casa non si lavora, non si è produttivi”. A gran voce, questa è sempre stata la classica risposta.

Oggi, l’emergenza Coronavirus ha imposto a tutti noi un repentino cambiamento non solo nella quotidianità e nei rapporti sociali, ma anche nel lavoro. Un approccio totalmente nuovo, digitale, che pone sia i lavoratori che i datori di lavoro davanti ad una sfida importante.

Si è spezzata totalmente la routine quotidiana per lasciar spazio a un lavoro senza vincoli di orario, basato sul raggiungimento degli obiettivi prefissati, senza la presenza in ufficio.

 

Smart working sì, smart working no
Diverse sono le scuole di pensiero sul tema: per gli innovatori (o le aziende internazionali in generale) non c’è nulla di inconsueto, per gli stoici (o le aziende prevalentemente a marchio made in Italy) tutto ha un aspetto diverso.
Qui non si contesta se abbiano ragione i primi o no. Si tratta invece di constatare che, a partire da oggi, anche l’Italia dovrà iniziare a prendere confidenza con lo smart working, cioè lavoro agile. Agile perché non vincolato ad un luogo. Agile perché non vincolato ad orari prestabiliti. Agile perché legato solo agli obiettivi.

Mariano Corso, responsabile dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano afferma che: “I benefici economico-sociali potenziali dell’adozione di modelli di lavoro agile sono enormi. Si può stimare un incremento di produttività del 15% per lavoratore, una riduzione del tasso di assenteismo pari al 20%, risparmi del 30% sui costi di gestione degli spazi fisici per quelle iniziative che portano a un ripensamento degli spazi di lavoro e un miglioramento dell’equilibrio tra lavoro e vita privata per circa l’80% dei lavoratori.”

Quindi si parla di benefici non solo per il dipendente, come avere più tempo per i propri affetti o per se stessi (guadagnato dalle ore utilizzate per raggiungere il posto di lavoro), ma anche per il datore di lavoro, che vede aumentare la produttività e l’abbattimento di costi fissi.

Prosegue Corso, aggiungendo che “lo smart working deve diventare un nuovo modo di lavorare, un elemento strategico e non un progetto. Per spingere il cambiamento è necessario allineare gli obiettivi del progetto con quelli di business e introdurre dinamiche di engagement mettendo al centro le persone”.

Promosso (con riserva)
Smart working sia, ma con riserva. E sì, perché nonostante i numeri e i benefici ambo le parti e il successo dello smart working negli altri paesi europei (ad esempio la Svezia), sappiamo bene che l’Italia è un paese conservatore e restio a grandi cambiamenti.
Ma stavolta è diverso: o si cambia o si cambia. Non sono ammesse remore.
L’Italia dovrà dimostrare che è un paese pronto ad adeguarsi alla metamorfosi di abitudini consolidate nei decenni, ma soprattutto che il Bel Paese, patria di tanti innovatori e culla per eccellenza del sapersi “adattare a qualsiasi cosa”,  è pronto a rispondere presente e a confermare le sue legende.

Sull’Autore

Sono cresciuta a pane, amore e ... digitale, seppur sono nata in un'era analogica. Instancabile sognatrice e curiosa del mondo, sono bramosa di cultura di ogni genere. Ricerco sempre il dettaglio e la perfezione. Amo viaggiare e conoscere nuovi posti.

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