La scienza (non) è una cosa da donne: che cosa significa la disuguaglianza di genere nelle discipline STEM per il nostro futuro?

Oggi martedì 11 febbraio è la giornata mondiale per le donne e le ragazze nella scienza. La ricorrenza è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015 con lo scopo di celebrare il significativo – e troppo spesso sottovalutato – contributo delle donne che hanno dedicato la propria vita alla scienza e i loro successi. Oltre a commemorare le grandi scienziate del passato sembra doveroso però prendere questo giorno come spunto per una riflessione più ampia sul ruolo delle donne e delle ragazze nello sviluppo scientifico e tecnologico globale e, più in generale, sulla loro posizione nelle cosiddette discipline ‘STEM’ (acronimo inglese per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).

Fonte: Museo di Storia Naturale di Venezia

Nonostante si siano fatti negli ultimi anni decisi passi avanti verso la parità di genere (nel 2014 si è registrato il tasso più alto di occupazione femminile finora: 64%), quello delle STEM è un ambito in cui resta ancora molto da lavorare per raggiungere l’uguaglianza. Per esempio, solo 17 donne hanno vinto il premio Nobel per la Fisica, Chimica o Medicina dopo Marie Curie nel 1903. Gli stessi premi nello stesso periodo di tempo sono stati assegnati a 572 uomini. Ma la disparità di genere in questo campo non si manifesta solo ai livelli dell’eccellenza. Negli Stati Uniti sono donne il 43% di laureati in matematica e statistica e il divario cresce se si considerano le lauree in informatica (18%), in ingegneria (19%), fisica e scienze della tecnologia (38%). Se si osservano i dati per i dottorati di ricerca il quadro si fa ancora più allarmante: le dottorande in matematica e statistica, informatica, ingegneria e scienze della tecnologia sono rispettivamente il 29, 19, 23 e 34% del totale. In Italia la situazione non è diversa: basti pensare che le ragazze costituiscono solo il 37% degli studenti che decidono di specializzarsi nell’ambito matematico durante l’ultimo anno di liceo. Il 17,71% delle donne iscritte all’Università frequenta una facoltà scientifica – ed è il dato più alto mai registrato nel nostro paese, accolto dai media come una vera e propria conquista. Nell’Unione Europea sorprendono Slovenia e Portogallo, dove sono donne rispettivamente il 60 e il 51% degli studenti che decidono di specializzarsi in matematica, superando per numero i maschi. Risultati decisamente meno positivi per quanto riguarda le appassionate alla fisica negli stessi paesi: 30 e 25%. Al mondo, solo il 28% dei ricercatori nelle aree di studio prese in considerazione sono donne.

Fonte: Little Genius International

Si parla quindi di un vero e proprio gender-gap. Perché, viene spontaneo chiedersi, le ragazze sembrano meno attratte dei maschi dalla prospettiva di una carriera in ambito STEM? Secondo il report “Cracking the code: girls’ and women’s education in STEM” (2017), commissionato dall’UNESCO, per dare una spiegazione soddisfacente è necessario fare riferimento a più ambiti in cui le ragazze vengono cresciute ed educate, da quello sociale a quello familiare e scolastico. Prima di spostare l’attenzione sui fattori che effettivamente incidono nella composizione di questo quadro decisamente sbilanciato è importante sfatare un mito ricorrente: a livello biologico, neuro scientifico e ormonale studi confermano che non esistono differenze sostanziali che rendano il cervello maschile più adatto di quello femminile allo studio delle scienze.
Ecco invece cosa generalmente scoraggia bambine e ragazze: da un punto di vista psicologico, il fatto che le donne siano sottorappresentate nelle professioni scientifiche contribuisce a creare nelle bambine e nelle giovani studentesse l’impressione che il loro genere sia meno adatto di quello maschile agli impieghi in ambito STEM. Gli stereotipi di genere radicati nella società in tal senso si affermano nei bambini già a partire dall’età di quattro anni. Si parla per esempio della generale percezione del genere maschile come intellettivamente superiore: a sei anni la maggior parte dei bambini identifica l’idea di ‘genio’ con il genere maschile. Questi dati non possono che avere ripercussioni negative sulla fiducia che le bambine hanno nella possibilità avere successo nel mondo della scienza, caratterizzato da una predominante composizione maschile. Un’altra ragione per cui le donne sono generalmente scoraggiate dall’intraprendere una carriera nelle scienze è il bisogno di appartenere: in una comunità di uomini è più difficile affermare il proprio ruolo in quanto donne, è più difficile sentirsi a proprio agio e trovare il proprio posto.

Fonte: LifeGate

Ma perché è importante coinvolgere le femmine? I dati sembrano indicare, tutto sommato, che la scienza è una cosa da maschi. E invece no. La scienza è, dovrebbe essere, soprattutto in questo momento storico, una cosa da donne. Negli anni e nei decenni a venire lo sviluppo tecnologico avrà un ruolo fondamentale nella definizione delle dinamiche globali. Dinamiche sociali, di potere, di sviluppo. Economiche, politiche. Nel suo ultimo libro “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone” Lilli Gruber riflette sui pericoli dell’esclusione. La progettazione delle automobili, per esempio, è stata (ed è tuttora) un fatto soprattutto maschile. Ne risulta che per una donna è più probabile morire o rimanere ferita in un incidente stradale: i manichini utilizzati nei crash test sono costruiti a immagine degli ingegneri, uomini. La Gruber si concentra quindi sull’importanza che l’intelligenza artificiale avrà nella vita quotidiana di tutti (donne e uomini) nell’immediato futuro. Siamo sicuri, siamo sicure, di volere che venga progettata in laboratori dove regna la disparità di genere?

Senza contare che l’EIGE (Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere) stima che una maggior inclusione delle donne nelle discipline STEM si tradurrebbe in uno sviluppo economico non indifferente: il report parla della creazione di 1.2 milioni di posti di lavoro entro il 2050 e di una crescita economica stimata di 820 miliardi di euro entro lo stesso periodo. Si aggiunge il fatto aumentare la varietà di punti di vista (in questo caso includendo o dando più voce a quello femminile) diminuirebbe i potenziali pregiudizi nel design e nella creazione dei prodotti tecnologici.

Sarebbe allora il caso, non solo oggi, di occuparsene di più. Di prestare più attenzione alle bambine, di dar loro più fiducia, perché possano non solo sognare ma sentirsi libere di diventare scienziate, matematiche, informatiche, ingegneri, e geni.

Fonte: Newsly

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