Le Piccole donne di Greta Gerwig

Piccole donne, il secondo lungometraggio firmato Greta Gerwig, è arrivato nelle sale cinematografiche italiane il 9 gennaio.

La Gerwig ritorna sulle scene dopo l’acclamato Lady Bird (2017), suo film d’esordio come regista.  Ancora una volta, l’attrice, regista e produttrice di Sacramento sceglie una storia tutta al femminile, dando il ruolo principale, quello di Jo March, alla sua musa Saoirse Ronan.

Scegliere di portare sul grande schermo un classico della letteratura come Piccole donne, comporta dei rischi non indifferenti. Si rischia di annoiare, di scadere nella retorica oppure di stravolgere l’essenza del romanzo di Louisa May Alcott, datato 1868.

E soprattutto, cosa può dare a noi spettatori contemporanei una storia così datata? In realtà tanto, tantissimo. Non a caso, il film ha ricevuto ben sei candidature agli Oscar 2020, tra cui miglior film, migliore attrice protagonista (Saoirse Ronan), miglior attrice non protagonista (Florence Pugh) e miglior sceneggiatura non originale, scritta dalla Gerwig a partire dall’opera della Alcott che narra delle quattro sorelle March, che tutti conosciamo. La maggiore, Meg (Emma Watson), pacata e assennata ma anche pretenziosa; il vulcano Jo (Saoirse Ronan), anticonformista e indipendente; la dolce ma fragile Beth (Eliza Scanlen), la più coccolata della famiglia, e infine Amy (Florence Pugh), viziata e capricciosa, indomabile ma in modo diverso da Jo.

Il film si apre sul 1868, a Guerra di secessione ormai conclusa. Jo è un insegnante con il pallino per la scrittura, una passione che la divora e la assorbe completamente, e vive da sola in una pensione a New York.
Quando la ragazza riceve una cattiva notizia – la sorella Beth sta gravemente male – e decide di tornare a casa, il film diventa una finestra sul passato, saltando indietro di sette anni, al 1861. Questa alternanza tra passato e presente, che permane per l’intera durata del film, sottolinea quali sono le cose che contano davvero per le sorelle March e mostra l’evoluzione delle loro vite e dei loro punti di vista.

In piena Guerra di secessione, le sorelle vivono con la loro madre (Laura Dern) arrangiandosi come possono, dal momento che il padre è al fronte. Non si perdono mai d’animo, sono tutte donne forti e altruiste che si scontrano spesso tra loro (specie Jo e Amy) ma che trovano sempre il modo di venirsi incontro.

Nel quadro c’è anche un amico speciale, il facoltoso vicino di casa Theodore “Teddy” Laurie (Timothée Chalamet), affascinato da Jo, ma che poi finirà per dirigere le sue attenzioni su un’altra sorella March.

Come già detto, la figura portante della vicenda è Jo. “Alcuni hanno per natura un carattere indomabile che non si fa mai piegare” le dice mamma March. Una perfetta descrizione non solo della ragazza, ma anche del film stesso: è una pellicola coinvolgente, piena di sentimento ed emozione che vengono rappresentati in modo imperfetto e che, proprio per questo, emergono potentemente nella loro realtà e impetuosità.

In Piccole donne la femminilità è esplorata sotto diversi aspetti: non ci sono solo le sorelle March, giovani e quindi (chi più e chi meno) proiettate verso la modernità, ma c’è anche una figura femminile che appartiene a un mondo più antico: la zia March (Meryl Streep), anch’ella rivoluzionaria, a suo modo, e incredibilmente risoluta. Vive sola e può permetterselo in quanto ricca; è consapevole, tuttavia, di quanto per una donna sia coercitivo e pesante doversi sposare per forza, per ragioni economiche – eppure sa anche quanto sia necessario, specie nel caso delle sue nipoti, che non vengono da una famiglia benestante. Come dice Amy in una scena molto toccante, a quell’epoca una donna non poteva possedere nulla, nemmeno i suoi figli.

Eppure, dice Jo a sua madre in un momento di confusione (dopo aver respinto le avances  dell’amico Teddy): “Le donne hanno una mente, un’anima, un cuore, ambizioni, non solo la bellezza; sono stanca di sentire che l’amore è l’unica cosa a cui posso aspirare, ma mi sento anche tanto sola.” Questo si ricollega a quanto viene detto da Meg prima del suo matrimonio, quando Jo le propone di scappare evitando le nozze, ma Meg rifiuta: vuole andare all’altare poiché ha incontrato un uomo che ama e vuole una vita con lui. E, se Meg ha sogni diversi da quelli di Jo, non significa siano meno importanti. Ciò che importa è essere libere di scegliere. Se il matrimonio è una scelta, reale o letteraria, va benissimo, purché sia appunto una scelta, romantica senza dubbio, ma non dettata da ragioni economiche, da costrizioni esterne.

La Gerwig pone molto l’accento sul talento letterario di Jo: scrivere per lei è tutto, e infatti scrive sempre, in ogni condizione, e quando lo fa si estrania completamente.
Per Jo la vera libertà è rappresentata dalla scrittura, la vera se stessa è quella che stringe tra le mani il suo prezioso libro, che parla di ciò che per lei è più importante: la sua amata famiglia, le piccole cose quotidiane che, come dice Amy, assumono forse più peso quando vengono scritte. Il romanzo scritto da Jo rimane di sua proprietà: dopo averlo presentato a un editore, ella ne mantiene i diritti, perché non è vero che le donne non possono possedere nulla, né è vero che si devono dedicare solo all’amore, ma neppure devono rinunciarci o rinunciare a essere ciò che desiderano.


La libertà: è questa la chiave – e il film di Greta Gerwig riesce a essere straordinariamente liberatorio, dà fiato e nuova linfa a un classico rendendolo prezioso e importante anche per le donne e gli uomini di oggi.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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