Soleimani e la Crisi iraniana

Premesse di un disastro

La decisione americana di eliminare il generale iraniano Soleimani è forse uno degli eventi di maggior rilievo di questo inizio 2020 e rischia di aver ripercussioni che si protrarranno per gli anni avvenire. Da un punto di vista strettamente operativo, occorre farlo notare, Trump ha le sue ragioni difficilmente confutabili. È, del resto, un dato di fatto che il generale Soleimani fosse l’artefice, negli ultimi anni di una propaganda iraniana sempre più massiccia in grado di riaccendere gli animi delle popolazioni in chiave antiamericana e anti-Israele. Disegno, quello iraniano, culminato con il recente assalto all’ambasciata americana a Baghdad, Iraq. Le preoccupazioni per un’escalation del conflitto, tanto da far parlare direttamente dell’imminente arrivo di una terza guerra mondiale, sono sicuramente reali, ma rischiano di essere mal interpretate, a tratti semplicemente sovrastimate. Il vero rischio, nell’escalation post-Solemaini, è che non vi sia un vero e proprio piano nella gestione della vendetta iraniana, che si annuncia “terribile”. In altre parole, se gli Stati Uniti, con Donald Trump, hanno un piano (e possibilmente anche un piano B e C) nel gestire la vendetta iraniana – rendendosi dunque capaci di ridurre al minimo il rischio non tanto di una guerra, ma piuttosto il rischio di un numero eccessivo di vittime – non vi dovrebbero essere particolari scossoni. La verità, nuda e cruda, è che la decisione di assassinare Soleimani potrebbe non essere collegata all’esistenza di alcun piano per mitigare i danni. In questo scenario, spaventoso, l’assenza di un reale framework di contro-risposta alla ritorsione iraniana porta necessariamente a fare altre considerazioni sull’azione americana. Che Trump abbia attaccato per fini meramente elettorali? Trump si è fatto abbindolare da consiglieri in mala fede? Oppure, c’è altro?

Il medio-Oriente come “cosa americana”

E l’uccisione di Soleimani assume dunque un importante aspetto comunicativo. Un messaggio chiaro e inequivocabile, anche se non privo di contraddizioni e incoerenze, dell’America trumpiana: “Il Medio-Oriente torna ad essere cosa nostra”.
Un ritorno americano in medio-oriente non necessariamente scontato, ma senza dubbio necessario per far fronte a precedenti fallimenti della politica estera americana. Il ritorno in Medio-Oriente, infatti, segue quel periodo, coincidente con la presidenza democratica di Obama, della strutturazione del pivot asiatico e del contenimento cinese. Pivot asiatico e contenimento cinese che, occorre ricordarlo, sono risultate due strategie completamente fallimentari, principali ragioni per cui la politica estera di Obama è stata definita “debole”. Appare infatti evidente come il principale obiettivo di frenare la crescita cinese, non solo economica, sia fallito miseramente. Dopo otto anni di presidenza democratica la Cina ne è uscita rafforzata, non indebolita. Anche alcune declinazioni differenti di tale strategia, come quella proposta da Tallis, per le quali non occorreva contenere la Cina, ma piuttosto era necessario aiutare gli Stati limitrofi ad alzarsi e svilupparsi in chiave anti-cinese, sono fallite. Scelta scellerata quella dei democratici? Non esattamente. La grande attrattività medio-orientale era stata, sino ad allora, legata alla presenza di ricchi giacimenti petroliferi; una ricchezza, questa, passata quasi in secondo piano grazie allo sviluppo e alla diffusione delle tecniche di fracking che, nonostante le grandi critiche legate all’impatto ambientale delle stesse, ha dimostrato di alleviare non solo la dipendenza dal petrolio medio-orientale, ma anche quella dalla volatilità del  prezzo per barile ad ogni scossone che si verificava nell’area. Risultato immediato della diffusione del fracking? Le importazioni americane di petrolio straniero – principalmente medio-orientale – crollarono del 40%.
In egual misura, la politica del pivot asiatico era giustificato da un sempre crescente interesse statunitense per il comparto del “Gas Naturale”. Qui vi sono semplici considerazioni economiche da parte dei maggiori operatori americani del settore. Vendere Gas naturale all’Asia risultava enormemente più profittevole che venderlo agli Europei.
Le cause profonde del fallimento del pivot asiatico e del contenimento cinese sono difficili da rintracciare; alcuni ipotizzano, tuttavia, che gli americani non abbiano fatto i conti con una realtà, specie culturale, completamente differente dalla loro; incapaci di comprendere, a volte anche dal punto meramente linguistico, le necessità e le preoccupazioni dei Paesi dell’area. Un’incomprensione costata molto cara se si considera le conseguenze deleterie dell’aver ignorato il Medio-Oriente. Medio-Oriente che negli otto anni in cui ci si concentrata, invece, sulla Cina aggiungeva altra polvere da sparo alla già immensa polveriera.
Mentre infatti gli Stati Uniti si muovevano in Asia, non capendo il nuovo contesto nel quale agivano, la situazione precipitava in Siria, dando poi carta bianca alla Russia che nel frattempo si era annessa la Crimea a danni dell’Ucraina; l’ISIS penetrava con decisione in Iraq e rafforzava una realtà terroristica che poi avrebbe colpito duramente l’Europa;  in ogni dove giungeva la propaganda iraniana, condotta proprio da Soleimani, che avrebbe deteriorato enormemente le relazioni tra gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo.
Con decisione, Trump ha posto fine a tutto questo e lo ha fatto in modo teatrale, mostrando tuttavia tutta la sua goffaggine nel campo delle relazioni internazionali. L’uccisione di Soleimani è, prima di tutto e innanzitutto, un messaggio politico chiaro e inequivocabile diretto non solo ai “nemici” dell’America, ma anche ai potenziali alleati/partner: “Siamo tornati e facciamo quello che vogliamo, quando lo vogliamo, dove lo vogliamo e come lo vogliamo”. E infatti l’eliminazione di un bersaglio che da quasi vent’anni turba i sogni delle amministrazioni americane (senza che si sia fatto molto, in questi anni, per fermarlo) avviene alla luce del sole, con un drone, armamento ormai diventato simbolo/idolo della potenza militare e tecnologica delle nazioni. Gli Stati Uniti, in altre parole, tornano a mostrare i muscoli e lo fanno eliminando un simbolo, prima che un Generale, dell’acerrimo nemico iraniano; nemico con il quale gli Stati Uniti sono in uno stato di simil-guerra sin dal 1979.

Le conseguenze dell’attacco

Se l’imponente macchina comunicativa messa in modo dal presidente Trump ha sortito i suoi effetti o meno lo vedremo tra non molto, nelle elezioni fissate per il 2020. Rimane il fatto che, al di là del successo o meno della campagna mediatica imbandita dal tycoon, vi saranno – e vi sono già state – conseguenze operative non da poco, tra le quali conseguenze militari che mettono a rischio la vita di militari americani, ma anche appartenenti a nazioni alleate.
La prima conseguenza in assoluto, tuttavia, non è stata militare, ma politica. Con una decisione non tanto inattesa, il parlamento iracheno ha votato per la cacciata di tutte le forze occidentali anti-ISIS. Se da un lato la Germania ha già annunciato il ritiro delle proprie truppe (per poi precisare che si tratta di un ritiro solamente parziale), la posizione americana rimane immutata. Le truppe americane, tra l’altro responsabili dell’addestramento delle truppe irachene (per ora parzialmente sospeso), rimangono. Una decisione, quella di rimanere, molto forte e che dimostra la volontà americana di mettere alla prova la fedeltà del Governo iracheno. Davvero il Governo iracheno, seguendo quanto stabilito dal Parlamento, si adopererà per la cacciata delle truppe americane e alleate? Le conseguenze, e questo molti iracheni lo comprendono bene, sarebbero assai deleterie; da un lato, l’influenza della propaganda iraniana sul territorio è evidente; dall’altro non si può far a meno che constatare che la presenza occidentale in chiave anti-ISIS e post-ISIS è fondamentale. Occorre non dimenticare, infatti, che la presenza americana in Iraq non si declina solamente con l’effettiva presenza di soldati armati. L’USAID (U.S. Agency for International Development) certifica che nel 2018, gli Stati Uniti hanno speso un totale di circa 1.1 miliardi di dollari in Iraq (poco meno dei 1.4 miliardi previsti), la maggior parte dei fondi è stata destinata proprio all’addestramento e all’equipaggiamento delle forze militari locali, sotto l’egida del Dipartimento della Difesa americano, tuttavia ben il 46% dei fondi totali è stato indirizzato verso quelle che viene definita “assistenza economica”, ovvero tutto quell’insieme di attività che non riguarda strettamente il rafforzamento delle capacità militari del Paese. Anche l’Unione europea, sebbene in misura molto minore, ha fatto (e sta facendo) la sua parte in Iraq. Il rapporto annuale 2019 sull’Implementazione degli strumenti dell’Unione per il finanziamento di azioni esterne, presentato dalla Commissione Europea certifica il finanziamento di strumenti, a favore dell’Iraq, pari a circa 230 milioni di euro. L’eventuale cacciata delle forze occidentali sarebbe accompagnata, sicuramente, da una brusca diminuzione dell’interesse da parte di Stati Uniti e Unione Europea sulla condizione irachena, con conseguente taglio dei fondi destinati al Paese. A fallire sarebbero non solo i piani di addestramento per quelle forze militari che, occorre ricordare, in buona parte scapparono di fronte all’avanzata dell’ISIS essendo poco addestrate e mal guidate, ma anche tutti quei piani di ricostruzione avviati proprio grazie ai soldi occidentali, ricordando il motto latino sempre valido: pecunia non olet.
La seconda conseguenza dell’uccisione di Soleimani è stata la ritorsione contro bersagli americani. Dapprima l’uccisione, in Kenya, di tre americani (un soldato e due contractors) in un’operazione condotta dai terroristi di al Shabaab, sebbene ancora non si chiaro se tale attacco è effettivamente legato all’uccisione del generale iraniano; successivamente l’attacco missilistico iraniano contro due basi irachene che ospitavano militari americani che ha provocato una strage con almeno 80 morti. Più che lecito, a questo punto, aspettarsi una piena escalation del conflitto.

Per quanto concerne le forze effettivamente schierabili in un conflitto, risulta evidente il chiaro vantaggio statunitense che, inutile ricordarlo, vanta tutt’oggi il primato bellico e tecnologico. Alcuni elementi non sono da trascurare, tuttavia.
All’indomani dell’uccisione del generale Soleimani, il Comando statunitense aveva già fatto sapere che la Quinta Flotta americana era già pienamente operativa. La presenza delle portaerei americane garantisce agli Stati Uniti una supremazia certa contro l’aviazione iraniana da più fonti definita “in buone condizioni”. Più problematica la questione missilistica, settore sul quale l’Iran sembra aver puntato maggiormente. L’Iran dispone, infatti, di numerose tipologie di vettori, alcuni dei quali di lungo raggio, in grado di colpire bersagli ad una distanza di circa 2000 chilometri. L’Iran dispone anche di una buona varietà di droni d’attacco e di ricognizione. Per quanto riguarda gli uomini effettivamente schierabili, le stime parlano di circa 540 mila soldati tra soldati e “Guardie della Rivoluzione”. Insomma, l’Iran non è l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi, è una potenza militare alquanto rispettabile, ma che rischia di scontrarsi comunque contro un colosso.

Qasem Soleimani, generale iraniano a capo delle Guardie della Rivoluzione, ucciso da un attacco mirato degli USA e la cui morte ha causato 4 giorni di enorme tensione internazionale.

La fragilità dell’asse antiamericano

Più complicata è la questione delle alleanze internazionali. Il rischio è che la guerra US-Iran trascini nel conflitto anche altri Paesi, tra cui Cina e Russia. Chi sostiene il rischio dell’entrata in guerra della Federazione e della potenza asiatica spesso cita a sostegno della sua tesi l’esistenza di un asse del Golfo tra Cina, Iran e Russia. Tale asse sembra essere stato confermato dalla recente esercitazione navale congiunta, svoltasi tra il 27 e il 30 dicembre 2019, nel Golfo dell’Oman. Che Cina e Russia fossero sempre più vicine era fatto già noto con la conferenza di Bishkek, in occasione del summit annuale della SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) apertasi il 13 giugno 2019. Una serie di incontri tra i rappresentati di Cina, Russia, India, Pakistan, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan volti a migliorare i rapporti tra i Paesi e a promuovere rapporti di collaborazione in vari settori, tra i quali quello delle telecomunicazioni; mercato, questo, in particolare stato di agitazioni se si considerano le polemiche, non prive di fondamento, sulla questione del 5G cinese che agitano le acque tra Stati Uniti e alcuni Paesi europei. La crescente vicinanza tra Cina e Russia non è però priva di contraddizioni. Nonostante i due Paesi collaborino sempre maggiormente, è evidente come i progetti geo-politici portati avanti dalle singole nazioni rischiano di cozzare gli uni con gli altri. La Russia ha creato l’Unione economica euroasiatica con l’intento di integrare buona parte delle ex-repubbliche sovietiche con il desiderio, mai troppo nascosto, di spingersi ben oltre; la Cina ha invece creato quella che viene comunemente chiamata “La nuova via della Seta”. Mappa alla mano, risulta evidente come non vi possa essere alcuna “Via della Seta” se non passando dai territori russi e degli ex-satelliti. La Cina ha dunque prontamente attuato una politica di penetrazione economica assai aggressiva e predatoria che ha finito per far tornare in auge la “paura gialla”, un diffuso sentimento anti-cinese che coinvolge la Russia più profonda. Anche territori tradizionalmente vicini alla Russia rischiano di passare di mano a causa della politica cinese; esempio più lampante è quello della Bielorussia, definita giustamente da Limes (in un articolo del 24/05/2019 a cura di Laura Canali) come il “Cuneo tra Russia e Nato”. Un territorio, dunque, fondamentale dal punto di vista strategico per la Federazione, ma che grazie a maxi-prestiti e investimenti cinesi sta diventando sempre più uno dei principali hub per il progetto di Pechino. Unico problema: la Bielorussia fa parte dell’Unione economica euroasiatica a cui, come già ricordato, la Russia tiene molto. I rapporti amicali tra il colosso russo e cinese si basano sulla premessa che i due attori non rompano l’uno le uova nel paniere dell’altro; questa premessa già scricchiola pericolosamente.
Se il rapporto tra Cina e Russia è già in discussione, figuriamoci la solidità dell’asse del Golfo se aggiungiamo l’Iran, vero anello debole della catena. Bisogna domandarsi se davvero Russia e Cina saranno disposti ad un’escalation militare contro gli Stati Uniti per salvare l’alleato iraniano. La Russia, in questo caso, ha da perdere in misura maggiore rispetto alla Cina. L’Iran rappresenta, per la Russia, una via molto valida per evitare l’isolamento internazionale derivante dal post-Ucraina; tuttavia la principale problematica di questa alleanza continua ad essere lo stato di Israele. La posizione dell’Iran su Israele è nota e non occorre approfondire; quello che occorre chiarire è che le relazioni, invece, tra Russia e Israele sono progressivamente migliorate e oggi i due Paesi sono più legati che in passato. Vi sono ragioni politiche e culturali per questo, ma anche importanti interessi geo-strategici ed economici. Occorre sottolineare, ad esempio, come il gruppo russofono è, al momento, il terzo gruppo linguistico dopo quello ebraico e arabo e questo ha un chiaro impatto a livello elettorale, specie considerando la vicinanza che Vladimir Putin ha dimostrato nei confronti del Likud di Netanyahu con i quali ha avuto anche diversi incontri. La vicinanza tra i due Paesi si esprime anche con una serie di collaborazioni in svariati campi (tecnologico e medico in primis), così come è cresciuto il commercio bilaterale. Israele ha poi dimostrato il proprio interesse per un accordo di libero scambio proprio con l’Unione economica euroasiatica. Sebbene tale interesse non sia privo di contraddizioni, considerando che anche l’Iran sarebbe intenzionato a procedere sulla stessa via, risulta evidente come le aspirazioni russe per Israele sono reali. Sotto questo aspetto, potrebbero commentare alcuni, si giustificherebbero i silenzi da parte russa sulle operazioni israeliane in Siria, spesso indirizzati all’annientamento di obiettivi proprio iraniani. Putin sa bene, dunque, che schierarsi con l’Iran contro gli Stati Uniti equivale a rinunciare a Israele, con il rischio aggiunto di vedersi costretto ad affrontare militarmente proprio lo Stato ebraico; un eventuale coinvolgimento militare diretto di Israele nel conflitto sarebbe, e tutti se ne rendono conto, il realizzarsi di un vero e proprio incubo internazionale.
La Cina è sicuramente libera da limitazioni legate ai suoi rapporti con Israele, ma l’estrema cautela dimostrata nel condannare l’escalation – evitando di accusare direttamente gli Stati Uniti per l’uccisione di Soleimani – dimostra che anche il colosso asiatico ha le sue inquietudini nell’avallare una guerra iraniana contro gli Stati Uniti. Il problema rischia qui di essere una sovrastima del rapporto Iran-Cina, come giustamente sottolineato da un articolo di ISPI di Jacopo Scita pubblicato l’8 febbraio 2019 e dal titolo “China-Iran: a complex, seesaw Relationship”. Se da un lato la Cina ha sempre rappresentato una valvola di sfogo per l’Iran, garantendo alla Repubblica islamica anche un deficit commerciale positivo grazie all’esportazione di petrolio verso una Cina sempre più energivora; dall’altro la reazione cinese all’ondata di sanzioni decise da Trump si è dimostrato sin troppo cauta. Nel giro di qualche mese, infatti, la Cina ha preferito tagliare di netto le importazioni dall’Iran, che sono crollate del 70% nel mese di dicembre 2018 rispetto al mese di ottobre dello stesso anno. Le esportazioni cinesi in Iran sono anch’esse crollate, passando da un valore totale di circa 1.2 miliardi di dollari dell’ottobre 2018 ad appena 428 milioni nel febbraio 2019. Come spiegare questa freddezza cinese nei confronti dell’Iran? Possibile soluzione sta nel fatto che la Cina si stia dimostrando molto più attenta al mantenimento di decenti relazioni con gli Stati Uniti di quanto può sembrare a prima vista. Come spiega giustamente Scita nell’articolo sopra menzionato: all’aumentare delle tensioni con gli Stati Uniti, la Cina sceglie la via della de-escalation, riducendo i propri rapporti con Tehran, questo perché la relazione tra Iran e Cina è considerata di importanza inferiore rispetto a quella tra Cina e US, nonostante le evidenti tensioni tra i due colossi.

 

L’Europa diventa Morfeo e l’intrinseca debolezza italiana

Infine, qualche parola è d’obbligo sul ruolo (assente) dell’Unione europea nella gestione della crisi post-Soleimani. Kagan, politologo, coniò nel 2003 la famosa frase per la quale gli Stati Uniti vengono da Marte, mentre gli Europei da Venere. Un modo per sottolineare due concezioni, due visioni del mondo, agli antipodi. Visioni che si ripercuotono necessariamente anche nel modo di agire nelle relazioni internazionali e negli scenari di crisi; realisti e diretti gli americani, più idealisti e attendisti gli europei. Ma questa visione Marte-Venere è invecchiata piuttosto male. Oggi, gli Stati Uniti continuano ad essere Marte, specie con Trump e nonostante Obama; l’Europa però non è più Venere, ma piuttosto assume i connotati di Morfeo. La reazione europea agli eventi che hanno portato alla morte del generale Soleimani e alla continua escalation di violenze in Medio-oriente si configura come tardiva, ambigua e priva di contenuti. Una vera anomalia se si considerano due aspetti: primo, era stata proprio l’Unione Europea ad aver quasi preteso la creazione dell’accordo sul nucleare iraniano, poi siglato nel 2015; secondo, il sogno della neo-presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, di creare una Commissione Geo-Politica va in frantumi ancor prima che si provi a realizzarlo. L’Unione Europea ha dimostrato scarso interesse nella tutela di quell’accordo US-Iran così fortemente voluto e così, senza che nessuna voce europea potesse sollevarsi in protesta, gli Stati Uniti decidono di attaccare e l’Iran esce indispettito dall’accordo. E il silenzio europeo si fa più assordante, perché mentre US e Iran “giocano” a far la guerra, truppe turche sbarcano in Libia, spazzando via qualunque possibile soluzione europea. L’Unione dimostra tutta la sua incapacità ad affrontare, con coerenza, le decisioni unilaterali prese da altri attori; continuamente incerta sul da farsi, se non direttamente in contraddizione con se stessa quando diversi Paesi membri prendono decisioni divergenti. Questo è il prezzo, risaputo e studiato, dell’Unione. Il peccato originale: l’assenza di una vera unione, se non quella monetaria (ma con mille asterischi annessi). Così, mentre il Presidente della Commissione, prendeva posizione (con tre giorni di ritardo) appoggiando la dichiarazione congiunta di Germania, Francia e Regno Unito (anche queste non completamente unanimi) e denunciando il ruolo dell’Iran come potenza di destabilizzazione dell’intera area medio orientale, il suo Alto Rappresentante della politica estera (e dunque vice-Presidente della Commissione), Josep Borrell, comunicava di aver parlato con gli Iraniani, rassicurando tutti con la frase “gli iraniani mi hanno detto che non vogliono l’escalation e sono pronti a rispettare l’accordo sul nucleare (da qualche però poi sono usciti)”. Analoga confusione generale regna in Italia, con la sola presa di posizione netta e chiara dell’ex-ministro dell’Interno Matteo Salvini, ora all’opposizione e quindi irrilevante nella gestione della crisi. Unico timido tentativo di imporsi è stato quello di Massimo d’Alema, ma la sua proposta di una soluzione europea parte dal presupposto che l’Unione Europea possa effettivamente sedersi ad un tavolo comune; possibilità assai remota considerando la profonda divisione europea. Anche il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), Luigi Di Maio, ha dimostrato una certa impreparazione nell’affrontare la crisi iraniana. Principale critica da muovere al Ministro è forse quella di guardare con eccessiva ossessione ai dibattiti di politica interna, mostrandosi poco effettivo sul fronte internazionale. Se infatti la programmata missione libica è sicuramente meritevole di lode, permangono ancora enormi dubbi su quali saranno le carte che il Ministro giocherà per convincere i partecipanti della guerra civile ad un “cessate il fuoco”, unica strada per evitare, al momento, uno spargimento di sangue. Il rischio è che la missione del Ministro si trasformi in un maldestro tentativo di affrontare la sola questione migratoria, per fini di politica interna piuttosto evidenti. La critica generale per Di Maio, dunque, è quella di aver impostato un’azione del suo Ministero su materie in realtà concorrenti con altri Ministeri (immigrazione, tema concorrente con il Ministero dell’Interno; Made in Italy, tema concorrente con il MISE dal quale è stata sottratta la delega al Commercio estero proprio a vantaggio del MAECI) non prefiggendosi di affrontare tematiche che solo il suo Ministero può effettivamente affrontare, chiarendo come le tensioni US-Iran vanno avanti ormai da mesi e la recente escalation nei rapporti tra i due Paesi era piuttosto prevedibile, con o senza l’uccisione di Soleimani.

Is this real life? Era tutto un bluff?
E poi, mentre l’articolo si preparara a passare alla fase successiva per poi essere pubblicato ecco che succede l’imprevisto. La giornata che si era aperta con il lancio di missili (una ventina circa) e che aveva provocato un’ottantina di morti (nazionalità non pervenuta) si conclude con una distensione tale che sembra disinnescare completamente il rischio di un’ulteriore escalation. L’Iran si dice soddisfatto del risultato e così la morte del generale Solemaini si ritiene vendicata. Trump si presenta davanti alle telecamere, nell’East Wing, della Casa Bianca e per 4 minuti parla, con alle spalle i suoi generali. Nessuna domanda concessa ai giornalisti, il messaggio è chiaro: la crisi è finita, abbiamo vinto!
Alcune considerazioni: risulta evidente come la via, intrapresa dall’Iran, della de-escalation si sia resa necessaria proprio in virtù di considerazioni già descritte qui sopra. L’Iran, nonostante sia una potenza militare ragguardevole, non avrebbe avuto alcuna reale chance contro l’ira degli US. Molto probabilmente i vertici Iraniani si sono consultati con gli alleati russi (non necessariamente anche quelli cinesi); vedendo che il supporto alleato in chiave antiamericana era debole e ambiguo, non avrebbe avuto senso continuare sulla strada dell’escalation.
Tutto torna come prima? No, anzi. In solo 4 giorni di tensione internazionale alle stelle l’assetto mondiale è, in parte, cambiato. Gli Stati Uniti hanno dimostrato di esser tornati in Medio Oriente e in Medio Oriente rimarranno, in un modo o in un altro. L’invio di circa 3000 marines in Iraq, Kuwait e dintorni rimane confermato, così come risulta, nel complesso, già aumentato il numero totale di unità dislocate in Medio-Oriente. L’Iran ne esce malconcio: la terribile vendetta per l’uccisione di Soleimani risulta essere stata patetica; il regime stesso ora dovrà giustificare la scelta della de-escalation ai suoi cittadini dopo che per giorni il regime stesso aveva deciso di infiammare gli animi della popolazione. Anche l’Iran, tuttavia, ottiene qualcosa: ora il Paese è libero dal trattato sul nucleare; occorrerà vedere, nei prossimi mesi, se il Paese avrà la forza di rimanere svincolato sulla questione nucleare o se, invece, sarà costretto ad una resa anche su questo fronte. Donald Trump su questo ha le idee già molto chiare: un nuovo giro di sanzioni colpirà il Paese; l’obiettivo del tycoon è semplice: arrivare alle elezioni di novembre 2020 con un nuovo accordo sul nucleare iraniano. Un accordo più stringente e agli antipodi rispetto a quello, blando e debole stando a Trump , voluto fortemente dall’Unione Europea e ottenuto nel 2015.

I democratici e i Liberals non me ne vogliano, ma Trump non è mai stato così vicino alla rielezione.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

Articoli Collegati