Orrori del nuovo secolo

Come sappiamo il secolo passato è stato il più drammatico sotto il punto di vista dei genocidi, la nascita di movimenti nazionalisti ha portato con sé le teorie della “razza” e alla cosiddetta “pulizia etnica” usata come mezzo di propaganda dai grandi statisti come Hitler, Mussolini, Tito e Milosevic.

Il ventesimo secolo si è aperto prima con il genocidio degli Armeni, a seguire il più famoso Olocausto degli Ebrei che ha lasciato un segno indelebile sulla nostra società europea.

Non solo questi, ma anche i meno famosi genocidi nel Kosovo, il massacro di Srebrenica in Bosnia, il genocidio del Ruanda, l’embargo dell’Holomodor e tanti altri.Successivamente a queste tragiche esperienze è stato istituito nel 1998 con la firma dello Statuto di Roma la Corte Penale Internazionale, con sede all’Aia nei Paesi Bassi, l’ordinamento prevede che il collegio ha competenza in crimini contro l’umanità e genocidi.

La CPI si basa prevalentemente sulla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, la quale è stata adottata dall’ONU il 9 Dicembre 1948.
La Convenzione stabilisce che il genocidio è un atto vietato dal Diritto Internazionale con la conseguenza che la sua perpetrazione può far scaturire sia la responsabilità dello Stato, sia l’imputazione penale degli individui autori di atti di sterminio di massa o in qualche modo coinvolti in essi.
A questo punto sembra che le condizioni per cui un nuovo genocidio possa accadere sono scongiurate, ma in realtà non è così, nel ventunesimo secolo ancora ci sono persone che muoiono perché appartengono a un etnia diversa o professano un’altra religione.

Il primo genocidio del nuovo secolo è in Sud Sudan, un territorio diventato indipendente nel 2011 quando un referendum vinto con il 98,8 per cento dei voti sancì la sua indipendenza dagli arabi di Khartoum.

Nel 2013 scoppiò una guerra tra i sostenitori del presidente dinka Salva Kiir, e quelli del vicepresidente nuer Riek Machar, da allora, secondo alcune stime il conflitto avrebbe già provocato trecentomila morti, più che in Siria.

A uccidere è la fame e le malattie, prima conseguenza della pulizia etnica in corso perché sia le forze governative, che sono numericamente superiori e armate, sia le milizie dell’opposizione, si accaniscono sui civili massacrandoli a colpi di machete, violentando le donne e castrando i bambini, bruciando i loro villaggi e distruggendo gli ospedali, questo è quello che si legge nei rapporti ufficiali di tutte le organizzazioni umanitarie presenti nel Paese.

Passando in Asia troviamo il genocidio dei Rohingya, una etnia di religione islamica che vivono nella parte settentrionale della Birmania, al confine con il Bangladesh, paese da cui si pensa che essi provengano.
Secondo la legge sulla cittadinanza della Birmania, risalente al 1982, i Rohingya non fanno parte delle 135 etnie riconosciute dallo stato e sono privati del titolo di cittadini Birmani.

Prima delle repressioni del 2016/2017 vivevano in Birmania circa un milione di Rohingya, a dicembre 2017 approssimativamente 625000 Rohingya sono rifugiati in campi profughi in Bangladesh.
I due stati hanno raggiunto un accordo per rimpatriare i Rohingya i quali sin dall’inizio si sono opposti a questa scelta, secondo i dati delle autorità birmane che si occupano di migrazioni, dal maggio del 2018 alla stessa mensilità del 2019 dal Bangladesh sono stati rimpatriati solo 185 Rohingya.
Il Myanmar, ha fatto ben poco per assicurare ai Rohingya un cambiamento delle condizioni all’interno dello stato, il governo si è rifiutato di considerare le proprie forze militari responsabili della violenza, anche se l’ONU, dopo un’indagine indipendente, ha dichiarato che i capi dell’esercito del Myanmar dovrebbero essere processati per genocidio, crimini contro l’umanità e reati di guerra.

Il paese finora si è rifiutato di collaborare a qualsiasi indagine internazionale sulle violenze di massa.
Rimaniamo in Asia ma ci spostiamo a nord al confine fra Cina e Mongolia dove vivono gli Uiguri, una etnia turcofona di religione islamica i quali sin dalla metà del novecento si battono per avere una propria indipendenza.
Questa loro lotta ha portato al governo cinese nel 2009 ad adottare una politica di repressione nei loro confronti che ha addirittura scaturito il coprifuoco nella città di Urumqi, centro abitato con la maggioranza della popolazione di etnia Uiguri.
La Cina ha cominciato da quel momento a produrre una propaganda orribile nei confronti degli Uiguri i quali sono considerati come l’etnia che porta il terrorismo in Cina.

A maggio del 2018, le autorità cinesi hanno iniziato a costruire nella città di Yining, un grande campo di “rieducazione” che copre un’area di circa centomila metri quadrati, alcuni giornalisti sono riusciti a scattare delle foto all’interno in cui si possono vedere recinzioni con filo spinato e camere che assomigliano più a delle celle con sbarre di ferro.

In questi campi si pensa siano detenuti migliaia di Uiguri come dimostrano le 24 pagine di report che è stato pubblicato dall’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ).

In questi documenti, oltre a raccontare i sistemi di repressione nei centri di detenzione, l’ICIJ analizza gli strumenti tecnologici che usa il governo di Pechino per realizzare un “massiccio sistema di sorveglianza e identificazione”, al fine di facilitare gli arresti e la carcerazione della popolazione musulmana nella remota provincia nord occidentale del Paese.

In tutti questi casi che ho sopra citato mi sento di pronunciare il totale fallimento delle politiche dell’ONU in questi anni, ha fallito in ogni fronte.

Questo non è il primo caso in cui il Palazzo di Vetro evita di pronunciarsi, dopo il premio Nobel per la Pace nel 2001 all’ex Segretario Kofi Annan, il lavoro dell’ONU si è molto limitato questi anni uscendo dal ruolo predominante che aveva sulla scena geopolitica mondiale.

Questo fenomeno è cominciato con i Caschi Blu e le loro missioni di pace che si trasformano in stupri e abusi su donne e minori in Bosnia, Kosovo e più recentemente anche in Africa e in Siria.

Un recente scandalo viene dalla missione di stabilizzazione ONU ad Haiti, chiusa nel 2017 dopo undici anni di presenza nell’isola, uno studio, pubblicato dalla prestigiosa rivista accademica internazionale Conversation, ha fatto esplodere il caso dei “figli delle Nazioni Unite”, ovvero bambini nati da abusi inflitti dai caschi blu a ragazzine giovani e giovanissime, alcune perfino di undici anni.

Questi atti sono stati tutti deposti e sepolti e il tutto è ancora rinchiuso in questo inutile velo di omertà di un’istituzione che invece di promuovere la pace abusa di potere e commette tali vicende ai danni dei più poveri.
Considerando proprio che la lotta per le libertà e i diritti dell’umanità è principio cardine (o presunto tale) pertinente delle Nazioni Unite e il loro lavoro è contribuito anche da chi paga le tasse non solo in Italia ma in tutti gli Stati del mondo, pretendiamo che facciano il possibile in queste situazioni, esigiamo che lavorino onestamente per il bene della collettività.

Inoltre le Nazioni Unite stanno attraversando una crisi di liquidità a causa dei ritardi nei versamenti di contributi da parte di alcuni paesi, tra cui Stati Uniti, Israele, Brasile, Argentina, Messico, Iran e Venezuela.

Oltre all’ONU il fallimento viene anche dai media europei che non hanno denunciato questi episodi orribili che colpiscono la dignità dell’uomo, tutti abbiamo diritto a vedere e sapere che cosa succede in questi posti.
Non basta solo la voce di Amnesty International, serve il richiamo e la penna di tutti noi, dobbiamo fare contemporaneamente un passo in avanti UE, ONU, Corte Penale Internazionale, non dobbiamo essere egoisti, non dobbiamo essere ciechi di fronte a tanta evidenza.

Continuerete a stare zitti e lo farete finché una di quelle ragazze del Sud Sudan non è vostra figlia, finché uno di quei bambini Rohingya non è vostro figlio, finché qualcuno di quei uomini di etnia Uiguri non è vostro padre.

Continuerete a vivere nel silenzio e nell’incoscienza ed ignoranza nel pronunciare la parola “razza” invece di “etnia” perché non sapete che di “razza” ne esiste solo una sola, quella umana, ma forse si sta estinguendo.

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