Brexit: Johnson, Corbyn e la Scozia

 Sulla BREXIT, il primo ride, il secondo piange, la terza è dubbiosa.

Alcuni paventarono addirittura la possibilità di un “Parlamento appeso”, e invece la composizione della Camera bassa inglese risulta molto chiara. Boris Johnson non solo ha vinto, ma ha stravinto.

I conservatori ottengono la maggioranza assoluta della camera e si apprestano a fare ciò che Theresa May non era riuscita a realizzare: una BREXIT (entro il 31 gennaio, stando a Johnson), nuda e cruda, con deal o senza deal.

E allora alcune riflessioni sono d’obbligo. Sono d’obbligo in quanto il partito conservatore inglese non gode esattamente di buona salute, anzi. La tragica fine di Theresa May, invecchiata anzitempo, ne è forse la dimostrazione più lampante. Anni e anni per finalizzare il risultato di quel famoso referendum tra LEAVE e REMAIN, anni di trattative, di ingarbugli vari, accordi raggiunti, ma poi rigettati proprio dal parlamento inglese. Insomma, l’intera vicenda BREXIT è stata gestita assai male, questo è un dato di fatto. In mezzo a tutto questo, Theresa May che da un lato doveva tenere a bada l’opposizione sempre più pressante dei labour, tra i quali sembrava farsi strada l’idea di un secondo referendum, dall’altra doveva gestire un partito a pezzi, con falchi e franchi tiratori contrari all’accordo raggiunto con l’Unione in quanto troppo “soft”. Il premier May ha fallito un po’ su entrambi i fronti.

Nonostante tutto il caos in casa Tories, tuttavia, Johnson ottiene una grande vittoria e il suo sfidante, Jeremy Corbyn, una debacle senza precedenti. Il partito laburista inglese è ai minimi dal 1935. Vi è, senza dubbio, un problema legato alla presentazione dei due candidati e qui risulta inutile negarlo. Viviamo in un’epoca in cui anche le apparenze contano molto in politica e nella quale il marketing elettorale gioca un ruolo di primo piano (non me ne vogliano le Sardine italiane, ma è così). In tal senso, Corbyn partiva già come perdente. Lui, tutto dritto e rigido, il suo avversario – Boris Johnson – energico, dall’aspetto sempre arruffato e informale per i rigidi standard inglesi, senza contare la sua grande capacità di fare dell’auto-ironia (e già questo aspetto lo distingue in modo così netto da Trump che l’appellativo a lui attribuito di “Trump inglese” è piuttosto ingeneroso).
La questione dell’anti-semitismo non hai poi aiutato. Qui occorre fare una precisazione importante. È evidente che le accuse dirette a Corbyn di essere un antisemita siano semplicemente pretestuose; ed è evidente che l’esagerazione di alcuni di questi elementi sono stati elementi su cui hanno soffiato i suoi oppositori per coinvolgere l’elettorato. Tuttavia, occorre anche rigettare quelle posizioni, e in Italia se ne leggono alcune, per le quali non vi è alcun problema di anti-semitismo nel partito Labour. In realtà il problema anti-semitismo è presente nel partito labour inglese, ignorarle fa solo male al partito ed è qui che la figura di Corbyn ne esce malconcia. Già a febbraio del 2019, alcuni parlamentari laburisti decisero di lasciare il partito in opposizione alla debolezza dimostrata dai vertici nel combattere tali pulsioni interne al partito.

Lo stesso Corbyn, occorre ricordarlo, già nel 2016 aveva incaricato la stesura di un rapporto che andasse ad investigare la presenza di pulsioni anti-semite all’intero del partito. Il risultato del rapporto fu alquanto eloquente: sebbene infatti non venisse registrata un’emergenza in tal senso, il rapporto ammetteva l’esistenza di un clima occasionalmente tossico nei confronti degli ebrei. Lo stesso rapporto consigliava l’implementazione urgente di contromisure; consigli prontamente disattesi. La difficoltà insita nel partito labour è quella di chiarire in modo definitivo la sua posizione nei confronti dello Stato di Israele. La posizione dello stesso Corbyn è già da tempo conosciuta, con il leader laburista che non si è mai fatto particolari scrupoli di attaccare lo Stato sionista, più complessa è la questione del partito in generale; ne è un esempio la decisione di adottare, o meno, la definizione della IHRA, un’organizzazione internazionale che si occupa di educare alla Memoria, su cosa debba intendersi con anti-semitismo.

In tal senso i laburisti si sono spaccati: parte del partito vorrebbe aderire pienamente alla definizione proposta dall’IHRA, per fugare ogni dubbio e eliminare ogni possibile ambiguità (che rischia di esporre il fianco del partito ad attacchi degli avversari, come è puntualmente successo); tuttavia parte del partito si oppone a una simile scelta, ritenendosi preoccupata che l’adozione, in toto, della definizione dell’IHRA possa rendere loro impossibile criticare lo Stato di Israele. Insomma, la questione anti-semita c’è eccome nel partito laburista e Corbyn si è dimostrato piuttosto reticente ad affrontarla.

Infine, Corbyn ha perso in quanto non ha una posizione chiarissima proprio sulla BREXIT. La sua è una posizione talmente ondivaga da aver straniato buon parte dell’elettorato labour, persino quello di storiche roccaforti laburiste, tendenzialmente operarie. Corbyn partiva con uno svantaggio impressionante. Vari collegi elettorali, operai, votavano labour ma si erano allineati alle posizioni dei Leavers. Un rapida occhiata all’esempio più lampante, il collegio di Sedgefield, ben illustra la complessità della situazione labourista. La pensata di Corbyn era stata dunque assai razionale: evitare di assumere una posizione troppo tendente al Remain; il rischio sarebbe stato di perdere quelle roccaforti labour che avevano appena votato, in massa, per il LEAVE. Meglio dunque concentrarsi su altro, sulle grandi battaglie del partito Labour: sul lavoro, sulle pensioni, sull’assistenza alle fasce più deboli. In un mondo perfetto, questa sarebbe stata la soluzione ideale: evitare di scontrarsi in modo diretto con il problema (LEAVE o REMAIN) e preferire toccare altre corde dell’elettorato.

Corbyn però si è dimostrato ingenuo, forse non capendo che il vento politico del Paese era già cambiato da tempo e che le difficoltà, evidenti, dei conservatori sul tema BREXIT non aveva reso quel partito necessariamente più debole. Con una mossa rischiosa e scaltra, infatti, i conservatori avevano già compiuto un piccolo capolavoro politico: avevano effettuato un “framing”, ovvero erano riusciti a limitare ogni possibile discussione politica su un argomento ben preciso, quello della BREXIT. Un’operazione di framing talmente ben riuscita che parlare di qualcosa di diverso alla BREXIT sarebbe risultato straniante per il grande pubblico. E Corbyn ci è cascato come una pera cotta. Di certo, poi, non ha aiutato il fatto che i conservatori abbiano investito milioni di sterline (circa 175) per la riqualificazione industriale proprio in quelle roccaforti un tempo labour; al contrario le politiche labour sembrano non aver avuto particolar mordente sull’elettorato allontanando dall’appuntamento elettorale anche tantissimi giovani che avrebbero altrimenti votato Labour (e la Storia si ripete, dunque)

Boris Johnson (sinistra) e Jeremy Corbyn (destra), rispettivamente il grande vincitore e il grande perdente delle recenti elezioni nel Regno Unito

E allora no: è da rigettare la narrazione per la quale Corbyn non è stato capito; come se la responsabilità di un messaggio politico poco chiaro sia da imputare al popolino che non capisce l’importanza e la lungimiranza di determinati provvedimenti; come se non capire le priorità politiche per la creazione della propria piattaforma politica possa essere una sorta di scusante.
La realtà è che Corbyn si è dimostrato un leader debole e ingenuo; un po’ come se si sostenesse che tutti gli elettori italiani votarono, in occasione di quel famoso referendum costituzionale sulla Boschi-Renzi, solo nel merito della riforma e non anche sulla figura di Renzi stesso. Era evidente come il voto inglese sarebbe stato, essenzialmente, un voto su BREXIT. Johnson non solo lo ha capito, ma lo ha anche sfruttato; Corbyn non solo non lo ha capito, ma ne è uscito anche malconcio.

Tutto rose e fiori per i conservatori? Non esattamente. Perché se è vero che la possibilità di un secondo referendum sulla BREXIT è, ora, completamente sfumata, la questione scozzese torna nel dibattito politico inglese, anche grazie al risultato assai positivo ottenuto dal partito nazionale scozzese guidato da Nicola Sturgeon che ha ottenuto ben 48 seggi. Già nel 2014 la Scozia ci aveva provato, con un referendum sulla secessione poi fallito; l’argomento principale avanzato ora dagli indipendentisti è che, con la BREXIT, la situazione è talmente cambiata che non sussistono più le condizioni di un tempo e quindi un secondo referendum è possibile. La Scozia eventualmente indipendente entrerebbe a far parte dell’Unione Europea.

Vi sono, tuttavia, enormi problemi per una simile possibilità. Bisognerebbe innanzitutto domandarsi se, secondo la successione dei trattati, alla Scozia potrebbero essere garantiti gli stessi vantaggi di cui oggi il Regno Unito dispone. Considerata la debolezza politica maggiore di una sola nazione scozzese, è abbastanza improbabile che i vertici europei siano disposti ad una simile soluzione. Anche la questione monetaria diventerebbe un problema. Si potrebbe avere la paradossale situazione per la quale la Scozia diventa parte dell’Unione Europea, ma poi crea un’unione monetaria con il Regno Unito, adottando la sterlina. Considerata la forza, tutta da calcolare dopo l’eventuale secessione, della moneta di Sua Maestà, ci si potrebbe domandare quale potrà essere il grado di indipendenza effettivo della Scozia. D’altro canto, se la Scozia rifiutasse l’unione monetaria con il Regno Unito, difficilmente potrebbe sottrarsi dall’entrare nella zona euro, considerando -nuovamente- quanto il peso politico della nuova Scozia sarebbe sicuramente inferiore rispetto a quello del Regno Unito e quindi le posizioni scozzesi sarebbero molto più deboli, in fase negoziale, di quelle ottenute dal Regno intero.

La Scozia potrebbe entrare nello spazio Schengen? E se sì, con quali modalità, considerando che il territorio scozzese non sarà contiguo con alcun altro territorio dell’Unione? E ancora, la Scozia continuerà ad essere un Regno? E se sì, sotto quale casata? Quella inglese? Sarebbe ipotizzabile dunque anche un voto referendario sulla forma di Governo? Insomma, il voto scozzese porterebbe tanti dilemmi di difficile soluzione, dilemmi che impiegherebbero anni per trovare una risposta. Un eventuale voto, oggi, sull’indipendenza scozzese porterebbe tanti problemi e poche soluzioni.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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