Yemen, la guerra e le morti che non fanno notizia

Lo Yemen, fascia di terra a sud dell’Arabia Saudita e ai confini con l’Oman che conta 28,25 milioni di abitanti (fonte: banca mondiale) è attraversato da una guerra civile che oramai si protrae da più di dieci anni.
Un civile morto ogni 8 ore; negli ultimi tre anni e mezzo 10.000 morti e oltre 22 milioni di persone che vivono di aiuti umanitari (fonte: ong OXFAM).

Ufficialmente il 26 Marzo 2019 ha segnato il quarto anno dall’inizio della guerra in Yemen ma i fatti che hanno portato a questo conflitto, oramai emergenza umanitaria, risalgono al 2004 quando gli Huthi, un gruppo armato prevalentemente sciita, ha dato vita ad un’insurrezione contro il governo yemenita che dopo vari tentativi e accordi di pace si ritrova a sopire anche le richieste pacifiche del suo stesso popolo di una secessione del sud dal nord dello Yemen.

Dal 2009 al 2011 il gruppo insurrezionale ha messo a ferro e fuoco vari governatorati dello Yemen e ha sostenuto le dimostrazioni a favore delle dimissioni di Ali ‘Abd Allah Saleh, presidente dello Yemen del nord dal 1978 e dello Yemen unito fin dall’inizio della sua nascita nel 1990, dimissioni che arrivano nel 2012 a favore di un rettorato di due anni divenuto poi presidenzialismo a tutti gli effetti, da conferire a Mansur Hadi sostenuto dagli Huthi che sposteranno la capitale Yemenita a Sana’a.

Nel 2015 dopo considerevoli problemi con il governatore Hadi, gli Huthi catturano il complesso presidenziale, impongono le dimissioni del presidente e di fatto acquistano tutta la leadership politica del paese nonostante Hadi fugge ad Adem, vecchia capitale yemenita, e si impone come presidente costituzionale del Paese appoggiato e riconosciuto come tale da Europa, Usa e la maggior parte dei paesi medio orientali.

Attualmente la situazione vede gli Huthi controllare tutta la parte ovest del Paese mentre una parte del centro e l’est resta nelle mani di Hadi con una buona parte centrale in mano allo stato di al-Qa’ida appoggiato dalle forze dell’ISIS che, dopo i fatti dell’11 Settembre, hanno giovato della situazione di fermento civile per imporsi dove possibile.

Come ogni conflitto civile che si svolge nei pressi di giacimenti petroliferi e materie prime non si possono escludere le influenze e gli appoggi esterni, gli stessi Huthi sono da sempre accusati di essere mossi dall’Iran che vede nei rivoluzionari un importante cliente per la vendita di armi non solo sul mercato diretto ma anche tramite l’Eritrea che rifornisce gli Huthi di armi iraniane e offre assistenza medica ai combattenti. Le due nazioni coinvolte hanno smentito in più di un’occasione tali coinvolgimenti e lo stesso Wikileaks punta il dito contro il governo Yemenita colpevole di aver gonfiato tali relazioni per i propri tornaconti politici sicuramente importanti per ripristinare una situazione favorevole agli Stati Uniti e ai governi del golfo come l’Arabia Saudita che, rispettivamente, i primi hanno attaccato con droni la città di Sana’a e i secondi hanno elargito importanti aiuti finanziari prima a Saleh e poi all’amministrazione di Hadi.

Nel marzo 2015 l’Arabia Saudita crea e si mette a capo di una coalizione di paesi sunniti tra cui il Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrain e Qatar che iniziano un massiccio bombardamento nei territori dei ribelli che continuano a giovare dell’appoggio dell’Iran.

Dopo la quarta tregua (dicembre 2018 – giugno 2019) e tentativi di pace tenutisi a Stoccolma con la supervisione dell’ONU, gli Huthi lasciano i porti conquistati, in particolar modo quello di al-Hudayda, ma continuano sul fronte opposto ad attaccare aeroporti civili in Arabia Saudita inoltre in seguito dell’aggravarsi della crisi tra Stati Uniti ed Iran che ha portato a nuove sanzioni da parte dell’amministrazione Trump nei confronti iraniani, gli Emirati Arabi hanno ritirato le truppe sulle coste del Mar Rosso uscendo dalla coalizione sostenuta dallo stesso Trump a favore delle forze governative yemenite.

La situazione civile è quella più complicata e che passa in sordina perché non evidenzia problematiche di tipo economico come il bombardamento ai giacimenti petroliferi iraniani.

Nel nord, attualmente, la coalizione sunnita continua i raid che aumentano le tensioni tra Huthi e forze governative, inoltre la fame e l’epidemia di colera stanno decimando la popolazione con 500.000 contagiati e 2.000 civili morti solo negli ultimi tre mesi. Il silenzio occidentale è assordante, si ha la sensazione che la fame e l’epidemia siano ormai l’arma per riportare la situazione yemenita a favore di uno o dell’altro versante mondiale, le stesse Nazioni Unite non hanno imposto sanzioni all’Arabia Saudita per i suoi bombardamenti e per il divieto di creare corridoi umanitari per cibo e medicine. Unico riflettore, che ha portato alle cronache internazionali lo scontro, si è acceso solo in occasione dell’aumento del costo del petrolio.

Immagine simbolo è quella di Amal, bambina yemenita morta di fame a soli 7 anni dopo pochi giorni dallo scatto, una delle tante vittime sacrificali nella guerra tra Stati Uniti e Arabia Saudita da un lato e Iran dall’altro.

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