George Orwell | L’orrore della politica

 

A George Orwell la politica non piace. Strano, direte, dal momento che ne ha scritto per tutta la vita. Eppure, non gli piaceva. L’avvicinava come si fa con una bestia rabbiosa, al solo fine di conoscerne i punti deboli e riuscire, infine, a domarla (o quanto meno a non farsi sbranare).

Per tutta la sua vita di scrittore e giornalista George Orwell scrisse di argomenti politici: tutti i suoi saggi, gli articoli, la sua partecipazione alla Guerra Civile spagnola, i reportage, persino i suoi due lavori più conosciuti, La fattoria degli animali e 1984, hanno una forte connotazione politica. Eppure.

 

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In un piccolo saggio molto interessante di Simon Leys (George Orwell o L’orrore della politica, Simon Leys, ed. Irradiazioni 2007) l’argomento viene affrontato in modo molto chiaro: come la maggior parte degli scrittori bravi, belli da leggere, George Orwell è un’anima complicata, difficile da capire.

Quelle che agli occhi del mondo potrebbero sembrare contraddizioni, all’interno di Orwell convivono amabilmente e contribuiscono a rendere i suoi scritti sagaci, critici, mai banali, talvolta capaci di generare disagio in chi legge.

 

simon leys orwell o l'orrore della politica

 

Ad un certo punto della sua vita Orwell abbraccia le teorie socialiste, delle quali, da allora in poi, instillerà gocce in ogni sua opera. Tuttavia, come scrive Sir Victor Sawdon Pritchett, Orwell possiede l’innocenza di un selvaggio, una purezza quasi sprovveduta davanti le idee e le convinzioni politiche: sarà proprio questo sguardo irriducibilmente puro sulla politica che lo farà giungere alla conclusione di odiarla.

Scrive Orwell: “Quel che ho visto in Spagna, e quanto ho scoperto dopo, sulle operazioni interne dei partiti politici di sinistra, ha suscitato in me l’orrore della politica” (Collected Essays II)

 

George Orwell

Le ideologie non vedono l’umanità

Al di là della semplice dichiarazione d’orrore, il disprezzo di Orwell va ben oltre la semplice disillusione: ciò che lui contesta all’ideologia granitica, inscalfibile, di destra o sinistra che sia, è l’aver perso di vista l’elemento umano. Secondo Orwell, non può esistere ideale politico più importante di un essere umano.

Questa teoria è sicuramente affascinante e per alcuni versi condivisibile, ma ci mette di fronte diverse considerazioni che non possono che generare disagio in chi legge: la prima è che nel corso della Storia l’uomo ha spesso messo l’ideologia politica davanti la vita umana; la seconda è che, davanti alla vita umana, dovremmo gettare per terra i nostri fucili, sempre, qualunque sia la ragione che ci ha spinto ad imbracciarli.

 

George Orwell

 

“Eravamo appiattiti in un solco ma alle nostre spalle si stendevano 150 metri di terreno piatto, dove neppure un coniglio avrebbe potuto nascondersi […] Un uomo balzò fuori dalla trincea [nemica] e corse in piena vista lungo il margine del parapetto. Non aveva avuto il tempo di vestirsi completamente e si reggeva i pantaloni con ambedue le mani. Ciò che mi impedì di sparargli fu il particolare dei pantaloni. Ero venuto per colpire i “fascisti”, ma un uomo che si regge i pantaloni che stanno per cascargli non è un “fascista”, è evidentemente un nostro simile e questo pensiero mi tolse ogni desiderio di sparargli.”

Looking back on the Spanish War, Collected Essayes II, p.254

 

È vero, secondo questa visione delle cose, non avremmo mai avuto una Liberazione (noi italiani come gli spagnoli e qualsiasi altro popolo abbia vissuto una dittatura), ma sempre secondo questa visione delle cose, probabilmente, non avremmo mai avuto bisogno di essere liberati.

Ma dietro la riflessione di Orwell c’è anche altro: ciò che lui mette in evidenza è la terrificante constatazione che dietro ad ogni fascista, ad ogni boia, ad ogni gerarca, c’è stato un uomo. È più facile pensare che fossero mostri. È più facile pensare che non fossero umani, che con noi, noi che siamo bravi uomini e brave donne, non condividessero nulla, neppure la base biologica.

 

George Orwell

 

“[…] Anche a prescindere dall’aspetto arruffato, denutrito, irsuto che hanno gli uomini appena catturati, era un individuo repellente. Ma non sembrava brutale né tantomeno minaccioso: sembrava solo nevrotico e aveva anche un’aria da intellettuale, pur se di infima specie. Lenti molto spesse deformavano i suoi occhi furtivi. Avrebbe potuto essere un prete spretato, o un attore rovinato dall’alcol, o un medium spiritista. A Londra ho incontrato persone molto simili a lui in pensioncine dozzinali o nella sala di lettura del British Museum. Era palese che ci trovavamo davanti a uno squilibrato – certo non era del tutto sano di mente… E così il torturatore nazista che avevamo immaginato, la mostruosa figura contro cui avevamo combattuto per tanti anni, si era ridotto alle proporzioni di quel povero disgraziato che aveva chiaramente più bisogno di assistenza psicologica che di punizioni.”

Revenge is sour, Collected Essays IV, p.4

 

Quindi più assistenza psicologica e meno Processi di Norimberga? Il lato oscuro di questa teoria sta proprio qui: se il male viene inflitto solo in base ad un disagio psicologico, allora il male è sempre involontario, allora, del male, nessuno ha responsabilità. 

Paradossalmente, considerare un oppressore solo uno psicopatico, potrebbe equivalere a considerarlo un mostro: appartiene ancora tutto alla sua natura estranea, non è come un uomo normale, non è come noi.

 

george orwell la fattoria degli animali

Eppure è l’umanità a generare ideologie

Nessun’altra specie animale lo fa. Siamo solo noi che, da secoli, maciniamo pensieri, elaboriamo visioni del mondo e infine partoriamo ideologie che fungono da guide spirituali, da percorsi tracciati e inviolabili, che devono essere percorsi.

Così ci ritroviamo attorcigliati in un pensiero apparentemente contraddittorio: Orwell ci dice che l’ideologia politica perde di vista l’umano, quando è poi lui stesso a non considerare la scelta ideologica di far del male una consapevole scelta umana bensì una contingenza patologica.

 

george orwell

 

C’è forse nel prezioso libretto di Leys un’altra informazione che può aiutarci a capire: Orwell sostiene che esistono solo due generi di persone che comprendono veramente il fascismo, quelle che lo hanno subìto e quelle che hanno in sé una vena di fascismo.

Così forse, davanti al soldato cui cascano i pantaloni o davanti al gerarca catturato, non è l’umano che sentiamo, ma il fascista ferito, la volontà di onnipotenza caduta, l’umiliazione di essere sopraffattori e poi, subito dopo, sopraffatti.

Non è un pensiero facile, né da articolare né da sostenere, ma certamente le considerazioni di Orwell su dittature, ideologie, politica e umanità ci lasciano spunti inestimabili per riflettere sulla natura dell’essere umano e sulla natura del male.

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