Joker: l’ostracismo può dar vita alla follia?

Il 3 ottobre è uscito nelle sale italiane il film diretto da Todd Phillips: Joker“.
Chi mi legge da parecchio tempo sa che sono un appassionato del caotico giullare di Gotham e di tutto ciò che gli gira in torno, passando da Tim Burton a Christopher Nolan. Ovviamente non potevo fare a meno di scriverne anche questa volta.

Locandina del film

Ho sempre visto ed analizzato Joker da più punti di vista: letterario, psicologico e cinematografico; sono convinto che questo abbia qualcosa in più. Forse perché questo film rappresenta l’inizio di tutto, forse perché non si era mai visto Joker prima che diventasse tale. E se prima il nostro clown del male usciva fuori dall’Arkham Asylum o da una vasca piena d’acido, oggi, nel 2019 nasce da una società forse più perversa del villain stesso.

La teoria del bisogno di appartenenza

Aristotele in “Politica” scriveva che: “l’uomo è un animale sociale.” sottolineando l’importanza della società nella vita di ogni singolo individuo. Nel 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow elaborò la teoria del bisogno di appartenenza: nella piramide dei bisogni questi ultimi vengono soddisfatti in senso ascendente, e solo dopo aver assolto quelli che si trovano alla base della piramide si potrà passare ai successivi, fino ad arrivare in cima, in cui si ha l’auto-realizzazione completa dell’individuo.

E se ciò non avviene? L’ipotesi di appartenenza ci dice che la mancanza di relazioni sociali ha degli effetti negativi sul piano della salute fisica e mentale; queste relazioni si compongono di due elementi: il primo quantitativo, le connessioni sociali devono essere superiori ad uno; il secondo qualitativo, in cui non basta “quante” relazioni si hanno ma queste ultime devono essere positive e durature. Certamente due fattori mancanti nella vita del nostro Arthur Fleck: l’unica relazione che ha è quella con la madre, sicuramente duratura ma non di certo positiva; poi una psicologa che “lei non mi ascolta. Mi fa sempre le stesse domande ogni settimana: come va il lavoro, hai avuto pensieri negativi… Sono soltanto negativi i miei pensieri“. (Joaquin Phoenix in “Joker“, Todd Phillips)

L’ostracismo

La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti si aspettano che tu ti comporti come se non l’avessi.” (Ibidem)

E’ questa una delle frasi che si legge all’interno del diario di Joker, una frase in cui viene riassunta tutta la vita di Arthur, e che mostra lapalissiano anche un fenomeno sociologico importante su cui ruota gran parte del film: l’ostracismo.

Il termine prende il nome nell’antica Grecia da un’istituzione giuridica che puniva con un esilio di 10 anni coloro che erano considerati un pericolo per la città. Nell’accezione moderna e sociologica indica l’esclusione, il rifiuto sociale di un individuo in modo tale da “esiliarlo” dalla società: “l’ostracismo è qualunque atto teso a respingere ed escludere individui o gruppi di individui.” (Kipling D. Williams e Lisa Zadro, “Ostracism. On Being Ignored, Excluded, and Rejected” all’interno di “Interpersonal rejection“, Mark R. Leary).

Il film è incentrato unicamente sulla vita di Arthur e mostra come la società emargini i più deboli, i più sfortunati tra cui un uomo depresso, con evidenti traumi ma fondamentalmente buono che cerca solo di integrarsi, facendo sorridere le persone.

Un clown ne uscirà trasformato e piuttosto che portare allegria, seminerà il terrore: il feto in cui questo criminale si è alimentato per settimane è stata proprio quella società che adesso invece lo teme da una parte e lo acclama dall’altra.

Una risata vi seppellirà

Tra le tante particolarità del film possiamo trovare quella della sindrome pseudobulbare di cui Arthur è afflitto, che pungolerà gli abitanti di Gotham City scatenando il caos: tipica espressione di questa sindrome infatti è la risata spastica che consiste in episodi incontrollati di riso, scatenati da eventi che normalmente non causerebbero questa reazione. Accade anche che questa risata, può avere valenza opposta: appena la persona apprende una notizia triste, scoppia in un misto tra riso e pianto.

Arthur Fleck in preda alla sua risata incontrollata

Ho sempre pensato alla mia vita come a una tragedia, adesso vedo che è una commedia.” (Ibidem)

La rielaborazione della sua vita avviene così, passando da una tragedia con tutto ciò che ne comporta ammantata da un’onta sino ad ardire come se non si avesse niente da perdere lasciandosi andare. Forse Joker ci piace così tanto perché ha il coraggio di fare ciò che noi non saremmo mai in grado di fare? E’ per questo che alla fine del film passa da emarginato a leader sovversivo? Quando vidi alcune scene, soprattutto quelle finali, pensai: “La notte del giudizio“, stessa ambientazione in quella Gotham: anarchia, sfogo della rabbia, poveri lasciati in strada, abbandonati dalla classe d’élite.
Così come i cittadini americani si sfogavano effettuando una catarsi tra le classi sociali meno abbienti, anche i cittadini di Gotham al grido di “Kill the rich” iniziano a compiere scorrerie, scagliandosi- al contrario di ciò che avviene ne “La notte del giudizio” – contro le classi più agiate, tra cui una certa famiglia Wayne. Un ulteriore dettaglio che accomuna i due film è la maschera: in “La prima notte del giudizio” si scopre che indossando una maschera un uomo ha meno scrupoli nell’uccidere qualcuno o defraudare; in “Joker” gli abitanti in rivolta decidono di coprire il loro volto con parrucche e maschere da clown, principalmente per avvicinarsi al loro “eroe”. Penso però che ciò abbia contribuito ancor di più a far ardire la folla.

Il film piace agli spettatori, viene osannato dalla critica e ti trasmette un senso di angoscia, quel magone che a volte ti ritrovi sullo stomaco senza neanche sapere il perché; credo ci sia una spiegazione a tutto ciò: Joker è terribilmente umano, ed è anche il motivo per cui Phoenix appare truccato solo verso la fine del film. Qui la maschera non c’entra, non si vuole nascondere niente o di più: si vuole nascondere qualcuno solo dopo avercelo mostrato, come a dire “guarda, quello che hai visto è colpa tua. Sei stato tu a far questo!”; è un invito all’introspezione.

Sull’Autore

Ho 22 anni, laureato in Comunicazione, tecnologie e culture digitali e sono direttore di MdC, nonché caporedattore della sezione Intrattenimento. Attualmente vivo a Roma. Cerco la precisione in ogni dove perché per me sono i dettagli che fanno la differenza. Dal 2017 parlo con artisti di ogni tipo: da JAGO a Dutch Nazari, le interviste le trovate tutte qui. Ho un blog: salvostuto.net

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